Caccia alle streghe. Il caso di Baceno e Croveo


IL MALLEUS MALEFICARUM E LA CACCIA ALLE STREGHE

Durante il primo periodo della storia moderna, dal 1450 al 1750, migliaia di persone furono processate per il reato di stregoneria: oltre la metà di loro fu condannata a morte, solitamente il rogo.
La grande caccia alle streghe in Europa fu essenzialmente un’operazione giudiziaria. L’intero processo di scoperta ed eliminazione delle streghe, dalla denuncia alla condanna, si svolgeva nell’ambito e sotto il controllo del sistema giudiziario.
Tale sistema era talmente penetrante negli animi dei giudicati che molte donne, accusate di stregoneria si tolsero la vita, pur di sottrarsi al meccanismo infernale.
Occorre ricordare che alcuni studiosi hanno formulato l’ipotesi, fantasiosa ed inverosimile, che le streghe si togliessero la vita per sfuggire al controllo del demonio: per sottoscrivere quest’affermazione occorrerebbe insinuare il dubbio che il demonio possa esistere.
Nel periodo della grande caccia alle donne, accusate di stregoneria, non sempre i tribunali riuscirono a tenere sotto controllo gli abitanti dei villaggi, i quali molte volte decisero che la soluzione migliore, e più veloce, era quella di ricorrere alla giustizia sommaria: formavano dei comitati di salute pubblica ed in preda all’eccitazione giustiziavano le povere donne sommariamente.
Voglio inserire in questa situazione un’affermazione di Brian P. Levack: “Si può ipotizzare con una certa chiarezza che la netta maggioranza delle persone giustiziate per stregoneria, durante la grande caccia, fu processata e condannata in maniera formalmente legale”.
Dobbiamo fare uno sforzo e fermare il dolore che sale dalle viscere.
Molti accusano lo scrivente di non contestualizzare i fatti, gli accadimenti.
Una religione non dovrebbe perseguire l’obiettivo, chiaro e netto, di processare, torturare ed infine giustiziare, per il giusto tramite del braccio secolare, delle povere persone la cui unica colpa è di appartenere, spesso ma non sempre, alle categorie emarginate della società.
Non mi soffermo sulle leggi relative all’eliminazione di lebbrosi ed ebrei del periodo compreso tra il Trecento ed il Quattrocento, non è questo l’ambito idoneo.
Nel mio lungo peregrinare per i secoli passati sono giunto ad una semplice conclusione: se non si fosse creata l’evoluzione culturale e giuridica, la caccia alle streghe non sarebbe esistita, perlomeno nella forma e nelle dimensioni che finì per assumere.
Una seconda conclusione cui è giunto colui che vi scrive è la seguente: l’evoluzione culturale e giuridica furono cause necessarie ma non sufficienti al perdurare di un fenomeno che costò la vita a migliaia di persone.
Occorre un approccio diverso da quello predominante che liquida tuot-court il problema come puramente fantastico, o frutto di credenze popolari. Dovremmo sforzarci di capire perché a un certo punto della storia vi sia un’improvvisa e quasi morbosa attenzione per un fenomeno largamente conosciuto nei secoli precedenti, dal periodo pre-cristiano a quello longobardo. Teocrito parlava delle streghe della Tracia e della Tessaglia, Orazio parla di lamiae che mangiano i bambini e poi restituiscono i corpi intatti, infine Ovidio parla di striges come di uccelli rapaci che insidiano i bambini nelle culle. Avanzando nel tempo, la stria o striga è già documentata nell’Editto del re longobardo Rotari del 643.
Evoluzione culturale e giuridica non furono sufficienti.
Rivendendo la storia di quel periodo angusto ho trovato un altro fattore che potrebbe essere alla base dell’eliminazione delle donne: la nuova prospettiva religiosa.
Il cambiamento più importante fu la Riforma, movimento che frantumò la pretesa d’unità del cristianesimo medievale. Obiettivo della Riforma fu di riportare la Chiesa alla purezza delle sue origini cristiane.
Una domanda sorge in tutti noi: quale fu l’importanza di questa nuova prospettiva religiosa?
La prima risposta nasce spontanea: smosse i paesi cattolici a riformare a loro volta la Chiesa, portando alla nascita della Controriforma. Furono introdotte una serie di riforme amministrative e liturgiche che modificarono profondamente la Chiesa e che mutarono gli equilibri che si stavano creando. Un aspetto da ricordare è quello relativo ai missionari della Compagnia di Gesù, fondata in quel periodo storico, e d’altri ordini religiosi che s’impegnarono nell’opera di riconversione al cattolicesimo dei protestanti.
Rileggendo la storia appare azzardato attribuire alla riforma, o più in generale al mutato ordine religioso, la responsabilità della caccia alle streghe: i processi per il reato di stregoneria iniziarono cento anni prima rispetto al momento in cui Martin Lutero affisse le sue 95 tesi nella chiesa del castello di Wittenberg.
La convinzione, di quest’affermazione, si trova nel numero relativamente modesto di processi per stregoneria del primo periodo posteriore alla Riforma – dal 1520 al 1560.
Ci furono altre cause alla base della caccia alle streghe?
Durante il periodo della Riforma, la consapevolezza della presenza del diavolo si fece più forte rispetto al periodo storico precedente. Martin Lutero affermò: “Il diavolo vive, anzi regna nell’universo mondo”.
Per comprendere la paura del demonio dobbiamo compiere un passo indietro nel tempo: nel 1484 Papa Innocenzo VIII promulgò la bolla Sumis Desiderantes Affectibus, il cui significato – desiderando con supremo ardore – ci permette di comprendere l’atmosfera che regnava a cavallo tra XV e XVI secolo. In questa bolla il Papa affermava la necessità di sopprimere la stregoneria nelle valli del Reno, nominando i frati domenicani Kramer e Sprenger inquisitori incaricati di estirpare il male in quell’angolo di mondo. I due frati, autori del Malleus Maleficarum, utilizzarono la bolla del Papa come introduzione al libro, che fu stampato tra il 1486 ed il 1487. I due frati rimproveravano tutti coloro, soprattutto religiosi e studiosi, che minimizzavano le credenze popolari ritenendole superstizioni: occorre ricordare che molti eminenti rappresentanti del cristianesimo dubitavano della reale presenza di streghe e stregoni. Il Malleus Maleficarum rimase sino al XVII secolo il manuale più consultato dagli inquisitori che si occupavano di caccia alle streghe, sia cattolici che riformati, perché spiegava proposizione per proposizione come comportarsi in ogni occasione.
Il Martello delle Streghe – questa una delle traduzioni più conosciute – non fu mai adottato ufficialmente dalla Chiesa cattolica, ma non fu mai inserito nell’indice dei libri proibiti.
Il Malleus Maleficarum non rappresentò una novità: gran parte del contenuto era estrapolato dal Directorium Inquisitorum di Nicolas Eymerich e dal Fornicarius di Joahnnes Nideri.
Il libro è diviso in tre parti: della natura della stregoneria, dell’utilizzo della stregoneria e della cattura, del processo, della detenzione e dell’eliminazione fisica della strega.
Il Malleus Maleficarum stabiliva l’indissolubile legame tra stregoneria e sesso femminile, autorizzando la soluzione finale. Utilizzando le parole di Ester Cohen risulta che: “Nelle sue pagine la strega fu fissata e racchiusa in una cella dalla quale non riuscirà ad uscire prima degli inizi del XVIII secolo”.
La paura del diavolo fu la principale causa del fenomeno relativo alla caccia alle streghe?
Probabilmente si, necessario e sufficiente.
Vorrei aggiungere particolari poco noti o dimenticati nelle nebbie del tempo.
Un passaggio importante è legato alla medicina ufficialmente riconosciuta. Negli anni che seguirono la pubblicazione del Malleus Maleficarum l’inquisizione fu coadiuvata da coloro svolgevano la professione medica.
Quali i motivi alla base del loro intervento?
Per spiegare tali motivazioni dobbiamo introdurre la presenza delle donne sagge – sages femmes – identificate con la figura delle levatrici. Queste donne erano in grado di alleviare i dolori del parto quando, al massimo, alle partorienti era consigliato di pregare. Nella Bibbia ritroviamo scritto: “[...] alla donna disse moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà.”
Dove ritroviamo le levatrici in questo vorticoso rincorrersi del tempo?
Nel Malleus Maleficarum le sages femmes erano un pericolo da affrontare, poiché causavano i danni maggiori arrivando ad uccidere i bambini per offrirli al demonio. Le levatrici debbono essere cancellate dalla storia. La religione cura con la parola, le sages femmes con sostanze reali che potevano lenire i dolori: tra il parroco e la levatrice, la partoriente chi ascoltava?
Per la stessa natura della professione svolta, queste donne erano vulnerabili poiché si poteva facilmente imputare loro la morte del bimbo, in un tempo dove 1/5 dei bambini moriva alla nascita o nei primi mesi di vita. L’accusa alla levatrice era funzionale e plausibile, offrendo ai genitori uno strumento di vendetta.
Le levatrici erano chiamate ad aiutare ma anche accusate.
Erano necessarie ma temute.
Furono un dono.
Lo compresero tardi.
Dobbiamo cercare nella cenere dei roghi la comprensione di questa figura femminile.
Le conoscenze di queste donne furono gradualmente assorbite dalla medicina ufficiale, lasciando scomparire una figura che riuscì a sopravvivere nella cultura contadina ancora legata alla natura.
La visione di queste donne risulta, agli occhi dell’uomo moderno, confusa e corrotta: come spiegare l’interpretazione dei contemporanei?
Potrebbe venirci in aiuto un medico veronese, Alessandro Benedetti, vissuto a cavallo tra il XV ed il XVI secolo: l’ostetrica deve essere robusta, giovane, prudente, provvista di una disposizione naturale a quest’esercizio e alquanto audace. Cerchi tener sollevato l’animo della primipara, non dimostri eccessiva avidità di denaro, sia faceta ed ilare e sempre pronta a rimuovere in modo adeguato e rapido ogni difficoltà ed ostacolo al normale procedere del parto. Sia intelligente ed anziché perdersi in chiacchiere, non si dimostri lenta nell’operare come nel legare il cordone al neonato. E’ necessario che sia religiosa perché spesso il feto nasce come morto ed in tal caso se prima di legare il cordone è respinto il sangue dentro, il bambino che altrimenti sarebbe morto può sopravvivere, come se avesse avuto un nutrimento.
Ritengo che tutte le cause furono necessarie ma non sufficienti, ad eccezione di una: la paura del diavolo.
L’immaginaria figura del demonio, scaturita dalla mente di misogini e sadici, costò la vita a decine di migliaia di donne, la cui unica colpa fu di proporre aiuto al prossimo.
L’infamante accusa di mangiare i bambini è stata un’arma spesso utilizzata, dalla Chiesa Cattolica, per sminuire il prossimo e renderlo un mostro agli occhi della comunità.

LE STREGHE DI CROVEO E BACENO

Dal 1575 al 1620 la Valle Antigorio su teatro di una assurda vicenda inquisitoriale.
Il caso vuole che il Concilio di Trento si fosse chiuso da pochi anni, con la forte reazione della Chiesa Romana alle dottrine calviniste e luterane.
La reazione di Roma viene comunemente nominata Controriforma, per differenziarla dalla Riforma di Lutero.
Ricostruiamo la vicenda delle Streghe di Baceno e Croveo.
I due paesi si trovano in valle Antigorio, laterale dell’Ossola, al confine con le terre elvetiche.
Luogo di scambi commerciali ed umani. Brandello di terra oggetto di migrazione dei popoli walser. Questi popoli nel loro trasferirsi hanno portato con se una serie di credi e riti religiosi.
Abbiamo sempre creduto questo.
Anche noi lo credevamo, ma un evento ha modificato il nostro approccio.
Sul finire del decennio scorso è stata ritrovata una balma, una parete rocciosa riparata, sulla quale sono state identificate oltre 30 pitture rupestri. Le pitture rappresentano antropomorfi e cervi. Il nome, voluto da Alberto de Giuli archeologo di Mergozzo, con la quale è famosa è “la Balma dei Cervi”.
Cervi, torneremo a parlarne.
In Antigorio succedeva qualcosa di strano, qualcosa di non facile comprensione per coloro che non appartenevano a questa cultura.
Nel 1575 due giovani frati, domenicani ed inquisitori, salgono nei perduti terreni dell’Ossola alla ricerca dell’eresia, scopriranno la stregoneria.
I due inquisitori, fra Domenico e fra Alberto, insieme al vicario di Baceno, setacciano la valle, creano terrore, trasformano le persone ed il loro pensare.
Con molta probabilità sul portone della chiesa dedicata a San Gaudenzio a Baceno venne affisso il seguente avviso:
noi vicario del vescovo e del giudice, prescriviamo e ordiniamo quanto segue: si conti fino a circa dodici giorni a partire da oggi. Allo scadere di questi il giudice secolare manderà un ordine affinché ci venga rivelato se qualcuno abbia saputo, visto o sentito dell’esistenza di una persona eretica o di una strega, per diceria o sospetto, in particolare se si tratta di persona che pratichi cose tali da nuocere agli uomini, alle bestie o ai frutti della terra. Se costui non obbedirà ai nostri ordini e non testimonierà entro il termine stabilito sappia che sarà trafitto dalla spada della scomunica…”.
Con tali avvisi e comportamenti creavano il regime di terrore.
Nelle ore seguenti cosa succede?
Sempre la stessa cosa!
Le persone si guardano, si scrutano, controllano che nessuno possa dubitare. La santa Inquisizione era capace di creare lo stato di terrore.
I due frati, in questo loro andar per eretici, scoprono antichi riti ancora in uso tra le popolazioni locali. Riti definiti pagani e demoniaci. I due inquisitori ritengono di avere prove sufficienti, a detta loro schiaccianti, contro venti donne di Baceno, Croveo e Crodo.
Gli inquisitori, sconvolti da quello che hanno trovato, si affrettano a Novara dove riuniscono i due rami separati del Tribunale ecclesiastico, il tribunale della Curia, sotto il diretto controllo del Vescovo, ed il Tribunale della Santa Inquisizione, gestito dai frati domenicani.
Tutte le donne subiscono il giusto processo e la giusta punizione corporale, tortura. Dieci di loro sono rilasciate ma obbligate agli arresti domiciliari, sette sono prosciolte da tutte le accuse ed una condannata al carcere perpetuo.
Due donne, Gaudenzia Fogletta di Rivasco e Giovanna, detta la Fiora, di Croveo, troveranno la morte tramite rogo purificatore.
Dato che “Ecclesia non novit sanguinem”, la chiesa non sparge sangue, le due donne, processate e ritenute colpevoli dalla Chiesa, saranno consegnate al braccio secolare per l’attuazione della sentenza. Il Secolo inteso come realtà laica e terrena in contrapposizione al potere spirituale della Chiesa.
Si è dibattuto sulla crudeltà della macchina inquisitoriale rispetto a questo processo, in quanto delle venti donne accusate, “soltanto” due furono arse vive.
Per comprendere il perché dovremmo legare gli eventi delle Streghe di Baceno e Croveo a quelle dello sviluppo dell’ordine domenicano a Novara.
Erano anni di gran trasformazione per l’apparato immobiliare ecclesiastico, e l’ordine stava erigendo la chiesa di san Pietro martire. Si potrebbe pensare che le donne furono rilasciate, dopo un breve esilio, grazie alle ingenti somme devolute dai familiari per l’erezione della chiesa di San Pietro a Novara….
Arriviamo al 1585.
In questo periodo fra Domenico è divenuto il temuto Domenico Buelli,
Professore di Teologia, padre priore dei frati domenicani di Novara ed inquisitore generale del sant’Uffizio di quella città.
Uomo ambizioso.
Molto ambizioso, come doveva essere il discepolo preferito dal cardinale Ghislieri, padre della Controriforma, divenuto Papa con il nome di Pio V.
Frate Domenico era talmente convinto delle proprie idee che la congregazione del Santo Uffizio fece fatica a tenere a bada quell’uomo infervorato, sadico e torturatore.
Le idee del frate consistevano nell’utilizzo della tortura come strumento per la confessione dei peccati, ed il passaggio delle streghe al braccio secolare per la giusta punizione.
Nel corso del 1585 diede il via ai lavori d’ingrandimento della sede Inquisitoriale della città piemontese.
Oltre ad essere ambizioso era anche megalomane!
Fece erigere a Novara la nuova sede del Sant’Uffizio e due carceri, che nelle sue fantasie, avrebbero dovuto ospitare tutti coloro si fossero allontanati dalla fede…
1591 – 1592.
In questo periodo Domenico Buelli tortura, con accanimento incredibile, un numero imprecisato di donne provenienti dalla valle Antigorio che, tutte queste poverette, confessano i reati per i quali erano state denunciate.
Sappiamo per certo che in quel momento la scarsa luce della sera non venne schiarita da roghi purificatori in quanto il vescovo di Novara, Pietro Ponzone, annulla tutti i processi ai danni delle donne ossolane in quanto non avvenuti alla presenza dei due rami del Tribunale ecclesiastico.
1593, Carlo Bascapè è nominato vescovo di Novara.
I rapporti tra Bascapè e Buelli furono, spesso, burrascosi, in virtù della loro diversa visione rispetto alla tortura da perpetrare alle donne accusate di atti di stregoneria.
Sino al 1603 furono anni complessi per i tribunali di Novara e per gli abitanti della città stessa.
Del vescovo Carlo Bascapè vorrei ricordare che il nome di battesimo era Giovanni Francesco e che lo modificò, in Carlo, in onore dell’amico e mentore Carlo Borromeo. Bascapè era persona nobile di nascita, raffinata e colta. Amato dal Clero e tenuto in alta considerazione anche dai due Papi, Gregorio XIV ed Innocenzo IX.
A soli 39 anni gli fu annunciata una possibile elezione a cardinale, passaggio che, forse, presagiva una futura elezione a Papa.
Ma la vita non andò come sperava e poco tempo e nel 1592 fu eletto Papa Ippolito Aldobrandini, con il nome di Clemente VIII. Il mondo del Bascapè mutò radicalmente sino alla nomina, nel 1593, a vescovo di Novara.
Il Vescovo entra a far parte degli eventi legati alle streghe di Baceno e Croveo per due diversi motivi. Il primo lo analizziamo subito il secondo sarà alla conclusione di questo scritto.
Carlo Bascapè fu molto attento a non inimicarsi il popolo con condanne a morte o con l’uso indiscriminato della tortura. Per la verità praticò ampiamente la tortura, ma non contro le donne accusate d’atti di stregoneria bensì nei confronti degli ecclesiastici che si erano allontanati dalla fede entrando nel mondo dell’eresia….
Arriviamo al 1601.
Domenico Pignolo, formaggiaio e pastore, di Croveo e Giovanni Chiapino, commerciante, di Baceno, sono accusati d’eresia. Il Pignolo è considerato eretico poiché era andato a lavorare, per 15 anni, in un cantone Svizzero senza mai udire la messa….
Il Chiapino è considerato eretico perché ha dato lavoro ad una persona che si era allontanata dalla fede della Chiesa Romana, per abbracciare il mondo luterano….
I due furono talmente maltrattati dall’inquisitore, ancora il Buelli, che in brevissimo tempo denunciano altre otto persone che svolgevano attività di pastore, commerciante o trafficante di bestiame.
Il numero totale delle persone sotto processo arriva rapidamente a 10!
Purtroppo non è dato sapere come si sia concluso il processo… siamo a conoscenza che tutti subirono la terribile tortura della corda.
Non fu disdegnato neppure il curlo come acceleratore delle confessioni.
La tortura del curlo consisteva nella sospensione della donna, o dell’uomo, ad una fune per provocare delle slogature delle braccia. La presenta strega, a Novara, grazie all’astuzia degli inquisitori si ritrovava appesa per le braccia ma con le gambe divaricate sul tavolo della tortura. Le corde erano issate e poi rilasciate per provocare il maggior dolore possibile alla persona sotto inchiesta.
A questo punto il torturato aveva l’unica scelta della confessione.
Il tratto di corda era una forma più semplice rispetto al curlo. Consisteva nel legare, con una lunga corda, i polsi del torturato dietro la schiena e poi nell’issare il corpo per mezzo di una carrucola. Il peso del corpo veniva a gravare sulle giunture delle spalle, e per aggravarne gli effetti, la corda veniva ripetutamente allentata di colpo per un certo tratto e bloccata. La gravità, sul peso del corpo, provocava uno strappo ai muscoli e la slogatura delle braccia all’altezza dell’articolazione delle spalle.
Non contenti, per aumentare gli effetti, venivano legati dei pesi ai piedi delle vittime…
Nel 1603 muore Domenico Buelli, per la tranquillità del Bascapè!
Inquisitore generale diviene Fra Gregorio Manini da Gozzano.
Manini e Bascapè più simili di quello che si potrebbe pensare a distanza di 400 anni.
L’uno, il vescovo, voleva cambiare il mondo partendo dalle gerarchie ecclesiastiche, l’altro, molto più semplicemente, voleva modificare il mondo partendo dalle donne!
Il Manini da Gozzano era ossessionato dalla castità!
“ Come il diavolo è il rovescio di Cristo, le cui spose sono le monache, le streghe, essendo le spose del diavolo sono l’opposto delle monache”.
L’inquisitore generale non disdegnava la scrittura e, per inciso, lo scrivere sulle donne.
Analizza la questione relativa a quale parte del corpo delle donne prendesse parte al commercio carnale con il demonio.
Secondo Fra Manini da Gozzano, le streghe erano coscienti quando si presentavano al sabba!
Lo volevano fare!
Non era un sogno!
Partecipavano con la mente e con il corpo all’orgia sessuale.
Nel suo indagare l’eresia e la stregoneria non è dato sapere se utilizzi la tortura fisica ma, di questo siamo certi, utilizza la tortura psicologica.
Gli interrogatori avvengono sempre alla presenza degli strumenti atti a devastare i corpi delle donne. Molte di loro sono passate sotto le, amorevoli, cure del Buelli 35 anni prima!
Ricordano tutto!
Non vi è bisogno di aggiungere altro….
1605.
Maria, detta la Gianola, viene arrestata in seguito all’inasprirsi delle faide delatorie tra gli abitanti di Baceno, Croveo ed altri paesi della Valle Antigorio.
La valle, i paesi e gli abitanti erano sfiniti dalla lunga lotta contro la chiesa.
La Gianola non viene torturata.
Ammette, tranquillamente, di essere salita al Cervandone “in groppa ad un demonio” e di aver consumato con lui commercio carnale.
In seguito a questa confessione rimane in carcere 1 mese e mezzo, quando ne esce era “talmente malconcia da parere una morta…”
1609 – 1611.
La fine della disgrazia.
La Chiesa sferra l’attacco decisivo alla Valle Antigorio ed al suo complesso di riti e credenze.
La chiesa e le faide intestine alle famiglie compromettono definitivamente la Valle, i paesi ed i suoi abitanti.
In quest’ambiente una ragazza si presenta ai curati di Baceno.
Si chiama Elisabetta del fu Antonio de Giuli, detta la bastarda.
Orfana di entrambi i genitori, divideva la propria vita tra la casa della matrigna e l’accattonaggio presso altre famiglie di Baceno.
Ai preti di Baceno denuncia altre 4 donne accusandole di averla indotta a partecipare ad un sabba cui diede il nome di “gioco dei monti di Devero”.
Senza indugio i curati arrestano le donne e le conducono nelle carceri di Crodo.
Tra le quattro donne, denunciate dalla bastarda, vi era anche quella che l’aveva nutrita al seno.
Elisabetta del fu Antonio de Giuli inizia a parlare.
Racconta delle orge, dei rapporti sodomitici e del bacio al “mostazzo” del demonio.
Si spinge sino al cannibalismo neonatale.
Non aveva paura, non aveva imbarazzo o, almeno, non lo mostrò sino a quando non le fu chiesto dove si trovasse il Cervandone, inteso come luogo di ritrovo con il demonio. Da quel momento si chiuse in un silenzio duraturo.
Una delle quattro denunciate risponde al nome di Caterina del Franzino della Preia, detta la Mandarina. L’incontro con gli inquisitori nel 1609 le deve essere sembrato un “deja vu” poiché, 35 anni prima, era stata inquisita dal Buelli nel primo maxi processo alle streghe. Durante uno dei primi interrogatori ricorda, al nuovo inquisitore, che il Buelli le fece perdere un figlio a causa delle torture perpetrate nelle carceri novaresi.
Fra Domenico Buelli la torturò malgrado fosse incinta!
Il 14 giugno 1609 durante un interrogatorio disse, a riguardo della montagna del sabba:
“il Cervandone? Io non so se sia una montagna oppure pianura…”.
La seconda donna denunciata da Elisabetta è Comina Zinetta detta la Taramona. Anche lei, come la Mandarina, venne inquisita 35 anni prima. Siamo a conoscenza che scontò un breve periodo di esilio a Ronco di Levantina. Nel suo primo interrogatorio ammise di conoscere il Cervandone ma di non saperlo localizzare con esattezza.
La Taramona fu la prima donna a lasciare questo mondo a causa delle privazioni cui venne sottoposta nelle carceri novaresi.
Le altre due accusate dalla Bastarda furono Domenica vedova di Antonio di Baceno, detta la Galeazza e Maria detta la Gianola.
Come visto in precedenza la Gianola era stata inquisita pochi anni prima, 1605. Alla fine degli interrogatori era stata liberata in una situazione tale da sembrare una morta. Anche lei in questi nuovi interrogatori, malgrado ammise di aver partecipato al sabba e di aver consumato commercio carnale con il demonio, non rispose alle domande sul Cervandone come luogo di ritrovo del sabba.
La Gianola accusò altre donne, tra cui Domenica detta la Brenesca.
In un salendo di tristezza e paura si arriva al giugno del 1610, con nuovi arresti e nuovi interrogatori.
Nel frattempo viene meno la Taramona, ma nulla si fermò!
L’otto giugno del 1610 viene interrogata Giacomina, moglie di Giovanni Patucione di Croveo.  Le domande dell’interrogatorio vertono sempre sulla reale esistenza di una montagna, chiamata Cervandone, come luogo di ritrovo per lo svolgimento del sabba.
Alla donna sfugge la frase: “ io sono donna per bene! Non sono andata lassù a vedere quelle cose! Ma io non so dire altro….”.
Tra interrogatori e morti si giunge alla fine del 2011, momento nel quale si arrestano le informazioni in nostro possesso.
Nel frattempo sono morte 10 donne:
  1. Marzo 1610 Comina Zinetta, detta la Taramona
  2. Giugno 1610 Domenica, detta la Galeazza
  3. Luglio 1610 Domenica, detta la Brenesca
  4. Ottobre 1611 Caterina, moglie del Bianchino di Baceno
  5. Ottobre 1611 Giovanna, moglie di Giovanni Rigotti
  6. Ottobre 1611 Domenica, moglie di Giraldo della Gioia
  7. Novembre 1611 Margherita del Rigo di Croveo
  8. Novembre 1611 Comina, moglie del Patucione di Croveo
  9. Dicembre 1611 Domenica, del fu Bernardino di Croveo
  10. Dicembre 1611 Elisabetta del Rigo.

Dicembre 1611.
Qui si arresta la follia che ha invaso la valle Antigorio per quasi mezzo secolo.

Fabio Casalini






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