Hermine Braunsteiner

Molti criminali nazisti fuggirono dopo la fine della guerra e si dispersero in vari paesi del mondo. Smisero con semplicità la veste degli aguzzini e indossarono quella dei comuni cittadini, ricoprendo i più svariati ruoli. Seppellirono in un angolo del loro cuore le brutalità commesse, vivendo con nostalgia i giorni in cui potevano sfogare le loro frustrazioni su vittime innocenti.
Hermine Braunsteiner era una di loro. Durante il secondo conflitto mondiale aveva prestato servizio come guardia al campo di concentramento di Majdanek e di Ravensbrück.
Hermine era cattiva, soprattutto con le prigioniere più giovani e belle: le prendeva a calci e le frustava a sangue, spesso sul viso o sugli occhi.
Era spietata anche coi bambini. Un giorno arrivò al campo dove prestava servizio un prigioniero con nascosto il figlio in uno zaino, che portava in spalla. La donna capì che c'era qualcosa che non andava e colpì il fagotto con una frustata così forte che il bambino si mise a piangere, per lo spavento e per il dolore. L'uomo fu costretto ad aprire lo zaino ed in quel momento il bambino scappò fuori e si mise a correre. In un attimo la donna gli fu addosso, lo strattonò con forza e gli sparò in testa.
Dopo l'arrivo degli alleati e la liberazione dei campi, rimase libera e invisibile fino al 1948. Andò a vivere in Carinzia, dove fu riconosciuta ed arrestata. Venne processata a Vienna e condannata a 3 anni di reclusione per i soli crimini commessi a Ravensbrück. Scontata la sua pena spari nuovamente.
Ma qualcuno era sulle sue tracce. Di chi si trattava? Simon Wiesenthal aveva deciso di ritrovarla perché nel 1964 era stato contattato da qualcuno che voleva sapere che fine avesse fatto Hermine Braunsteiner, soprannominata la Kobyla, cioè giumenta, e se fosse stata punita per i crimini commessi.
Erano 2 testimoni della sua brutalità, sopravvissute alle sue frustate. Il “cacciatore” ascoltò la loro storia e decise di occuparsene. La rintracciò ad Halifax, in Canada, sposata con un uomo americano, un certo Mr. Ryan.
Grazie ad una segnalazione egli scoprì che poi erano andati a vivere a Maspeth, nel Queens. A questo punto dovette decidere cosa fare per portare a galla la vera storia di questa cittadina americana insospettabile. Come poteva smascherarla e farle pagare il suo debito con l'umanità? Wiesenthal decise di affidarsi alla stampa.
Contattò un giornalista del “The New York Times”, che aveva scritto un articolo poco tempo prima raccontando le sue gesta da “cacciatore di nazisti”. Gli trasmise tutte le informazioni in suo possesso e attese.
Il giornale incaricò del servizio Joseph Lelyveld, un giovane alle prime armi che desiderava farsi conoscere. Il caso della Kobyla era interessante ma non a tal punto da scomodare i pezzi grossi del Times. Non si poteva, però, ignorare la segnalazione del “cacciatore”.
Così il giovane Lelyveld cominciò la sua ricerca. Andò a Maspeth e cercò nell'elenco telefonico tutti i Ryan presenti in città. La fortuna gli arrise immediatamente.
Il primo nominativo interpellato fu quello di una donna che gli raccontò che poco distante da lì viveva una signora con un forte accento tedesco che aveva sposato un certo Russell Ryan. Abitavano nella 72 ͣ strada, al numero 52-11.
Il giornalista bussò a casa Ryan il giorno dopo. Gli aprì una donna robusta con l'espressione severa e i capelli biondi che stavano diventando bianchi, la quale gli confermò senza problemi di essere Hermine Braunsteiner.
Lelyveld le disse che voleva farle qualche domanda circa la sua esperienza nel campo di concentramento di Majdanek. Hermine abbassò gli occhi e scoppiò a piangere. Singhiozzando ammise che si aspettava che prima o poi sarebbe successo, che qualcuno avrebbe bussato alla sua porta per chiederle di rendere conto di quegli anni passati come guardia nei lager. Lo fece accomodare in soggiorno e tra le mura della sua confortevole casa rilasciò una breve ed accorata intervista, in cui non risparmiò fiumi di lacrime, autocommiserazione e pretese di innocenza.
L’uomo, sbigottito, prese nota di tutto e dopo averla salutata scrisse per il suo giornale un pezzo in cui riportava le dichiarazioni della guardia. Trascrisse fedelmente anche una frase della donna: “Alla radio non fanno altro che parlare di pace e di libertà, perché allora date fastidio alla gente 15 o 16 anni dopo?”
La Braunsteiner si sentiva una vittima perseguitata, una donna innocente che aveva pagato il suo debito con la giustizia.
E il marito di lei? Russell Ryan era all'oscuro di tutto; la moglie non gli aveva raccontato il suo scomodo passato; quando scoprì che cosa aveva fatto si limitò a dire:” Non c'è una persona più gentile di lei su tutta la faccia della terra. Mi ha detto che eseguiva solo gli ordini.”
La Kobyla aveva mentito a tutti, nascondendo la sua vera natura di aguzzina sadica ed assassina. L'ufficio immigrazione e naturalizzazione non poté ignorare quanto era emerso. Dopo 7 anni di una dura battaglia legale, nel 1971 la perse la cittadinanza americana. Polonia e Repubblica Federale Tedesca chiesero la sua estradizione. Potendo scegliere, ella preferì rientrare in Germania nel 1973.
Nel 1975 fu imputata nel processo che si tenne a Düsseldorf contro il personale in servizio a Majdanek. Le udienze andarono avanti fino al 1981: alla fine venne condanna all'ergastolo. Rimase in carcere fino al 1996 quando, per motivi di salute, fu rilasciata ed internata in una casa di cura. Nella stessa struttura era ricoverato il marito Russell, che nel frattempo le era sempre rimasto accanto.
Hermine Braunsteiner morì nel 1999.
Tolti gli abiti da guardia, scontati 3 anni, Hermine aveva vissuto una vita normale, accanto ad un uomo che l'aveva amata per tutta la sua vita. Aveva fatto finta di non aver mai frustato nessuno, di non aver mai sparato a bambini indifesi, di non aver mai preso a calci nessun essere umano fino ad ucciderlo. Se qualcuno non si fosse ricordato di lei, della sua brutalità, questa donna avrebbe vissuto una vita serena ed anonima, pensando solo a cambiare i centrini impolverati nel suo perfetto salotto in stile tedesco.
Lei come molti altri hanno pagato, seppur in minima parte, il loro debito con l'umanità grazie a chi non ha mai dimenticato cosa avvenne all'interno dei lager, lontano da occhi indiscreti, per mano di uomini e donne vestiti da mostri sanguinari.
Ora tocca a noi, raccontando queste storie, ricordare questi fatti per dare all'umanità la possibilità di avere un futuro privo di una nuova Shoah.

Rosella Reali

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