William B. Seabrook: vita e avventure di un cannibale gentiluomo


Lo vedete quell’uomo, appoggiato al bancone del bar? Sì, quello con i baffi. La testa che ciondola sul bicchiere di whisky.
Il suo nome è William Buehler Seabrook. Seguitemi, sediamoci qui, lontani dal trambusto del jazz e dagli schiamazzi del bar, e vi racconterò la sua storia… Cosa bevete? Beh, visto che parliamo di lui, vi consiglio un cocktail che ha brevettato mentre era ricoverato in manicomio e cercava di disintossicarsi. L’ha chiamato Asylum Cocktail: una parte di gin, una parte di pernod e un tocco di granatina, non shakerato e su cubetti di ghiaccio.
Già, William Seabrook è davvero “bigger than life”. A dire il vero, la sua vita sarebbe sufficiente a riempire due o tre esistenze “normali”. Se cercate il suo nome su Wikipedia, scoprirete che è uno scrittore della cosiddetta “lost generation”, la generazione di scrittori americani che raggiunse la maggiore età in concomitanza con la Prima Guerra Mondiale. A differenza di Hemingway, Steinbeck, Dos Passos e compagnia, Seabrook ha dei titoli piuttosto esotici da vantare nel curriculum: lo si ricorda come esploratore e avventuriero, come occultista, come sadico dedito al bondage e, addirittura, come cannibale. Inoltre, ha un merito del tutto incontestabile: è l’uomo che ha introdotto la parola “zombie” nel vocabolario americano, trapiantandola dall’isola di Haiti, sulla quale aveva assistito a frenetiche cerimonie voo-doo.
Cominciamo dall’inizio: William Buehler Seabrook nasce nel 1884 a Westminster, nel Maryland. Suo padre è un avvocato di successo che decide di convertirsi in ministro protestante, condannando la famiglia alla povertà. Sua madre ha una personalità forte e dispotica e ha con il bambino un rapporto problematico: si ipotizza che la successiva passione di Seabrook per il sadomasochismo e le donne legate si origini da questo trauma irrisolto.
All’età di otto anni viene affidato ai nonni paterni, che avranno una forte influenza sulla sua personalità: dalla nonna “Piny”, un’anziana signora con un debole per il laudano, erediterà l’interesse per la spiritualità e la mistica, dal nonno, editore di un giornale della Lega della Temperanza, la passione per la scrittura e la magia della carta stampata.
Finito il college, il giovane Seabrook viene introdotto come impiegato nelle ferrovie, ma abbandona il lavoro per diventare un cronista del giornale locale, l’Augusta Chronicle. Ben presto, però, la vita del giornalista di provincia inizia a stargli stretta, così William intraprende la prima delle molte fughe che caratterizzeranno la sua esistenza: fughe dal grigiore della vita borghese, dalla routine delle convenzioni e, in ultima analisi, fughe da se stesso.
Si trasferisce in Svizzera, dove studia filosofia e metafisica all’Università di Ginevra. In Europa, conduce una vita vagabonda: si mantiene scrivendo piccoli reportage di viaggio, visita monumenti e cattedrali, impara il Francese e l’Italiano. Tornato negli Stati Uniti nel 1912, farà tesoro di queste sue conoscenze linguistiche ed entrerà nelle grazie del celebre cantante lirico Enrico Caruso (1873-1921), diventando un benestante e apprezzato giornalista d’opera. Risale a questo periodo il suo primo matrimonio con Katherine Pauline Edmondson.
Gli agi e la fama, però, non riescono ad appagare le ansie metafisiche di William, che si sente come un topo imprigionato “in una luminosa, pulita e scintillante trappola”, ma pur sempre una trappola. Sceglie così di rincorrere la “vita vera”, il sogno di un’esistenza autentica e senza compromessi, nella speranza di scrivere un’opera letteraria capace di lasciare un segno. La prima Guerra Mondiale che sta insanguinando l’Europa gli pare una buona occasione per inseguire l’avventura: proprio come Hemingway, Seabrook si arruola volontario nell’American Field Service nel 1915, prestando servizio in Francia, dove guida le ambulanze. Una bomba fumogena al cloro gli danneggia i polmoni e nel 1916 la sua esperienza bellica giunge già al termine: rientrato negli Stati Uniti, il benestante suocero gli da in gestione un fattoria con annessi campi di cotone in Georgia, trasformandolo, suo malgrado, in un “gentiluomo del Sud”.
L’agricoltura e l’economia domestica non sono le maggiori doti di Seabrook, che passa il tempo a bere bourbon fatto in casa e a cacciare conigli per sfuggire alla noia. La vita coniugale, inoltre, non appaga le fantasie di bondage e donne incatenate che infestano la mente dello scrittore, che trova in Deborah Luris una complice e un’amante per assecondarle.
Tra il 1917 e il 1918, il “latifondista per caso” riceve una visita importante: Aleyster Crowley (1875-1947) trascorre “sei deliziose settimane nel Sud”, nella sua tenuta. Di Crowley si è detto tutto e il contrario di tutto: molto spesso viene citato come “satanista”, sebbene la classificazione sia impropria. In realtà lo “stregone di Cambridge” fu un esoterista raffinato, cresciuto nell’alveo dell’Ordine Ermetico della Golden Dawn, un’associazione occultistica britannica di fine Ottocento, che raccoglieva intellettuali e letterati di spicco quali William Butler Yeats. Crowley si distaccò polemicamente dall’ordine e operò una sorta di rivoluzione copernicana in seno alle correnti occultistiche, dando origine al sistema denominato Magick, una rielaborazione psicologica della magia, ottenuta ibridando la tradizione occidentale con influssi orientali quali il tantrismo.
La sedicente Bestia 666 aveva molto in comune con Seabrook, a partire dall’amore per l’avventura (nel 1902 Crowley fu protagonista della prima spedizione per raggiungere la base del K2, ma non riuscì a scalarlo). Entrambi, poi, erano caratterizzati da una curiosità insaziabile, da costumi sessuali decisamente disinibiti, dal disprezzo per la vita borghese e dalla predilezione per gli stati di coscienza alterati (mentre Seabrook predilesse sempre l’alcol, Crowley fu un pioniere nell’uso di droghe, inclusa l’eroina).
Non è un caso, dunque, che i due si intendono bene tra di loro : conversano di esoterismo, fanno esperimenti medianici, e Seabrook finanzia una spedizione di Crowley sul fiume Hudson. Qui il teurgo trascorrerà quaranta giorni in totale solitudine, scrivendo frasi occulte (tra cui il suo celebre “Fai ciò che vuoi”) in gigantesche lettere vermiglie sulle scogliere affacciate sul fiume. Per ragioni sconosciute, tuttavia, l’idillio tra i due uomini andò guastandosi: il 20 settembre 1942, alla morte di Seabrook, il cosiddetto “uomo più malvagio del mondo” annotò nel suo diario: “il cane-suino W.B. Seabrook si è ucciso, finalmente”.
Per Seabrook è tempo di nuove avventure: nel 1925, viaggia in Medio Oriente, dove scriverà il suo primo libro dal titolo “Adventures in Arabia”, nel quale racconta, con un rispetto raro a quei tempi, la vita dei beduini del deserto, dei drusi e dei misteriosi Yaziditi, conosciuti come gli “adoratori del diavolo”.
Il libro ha un ottimo riscontro di pubblico e, sull’onda del successo, Seabrook intraprende la sua seconda avventura, questa volta nel Mar dei Caraibi, ad Haiti, per indagare sulle oscure pratiche del Vudu. Anche in questo caso, l’esperienza si trasformerà in un libro, Magic Island, pubblicato nel 1929. Come anticipato sopra, il libro introduce lo zombie al grande pubblico, consegnando alla cultura occidentale un archetipo destinato a fiorire rigogliosamente nell’ambito cinematografico. Cercando di spiegare questo stato di esistenza sospesa tra la vita e la morte, lo scrittore ipotizza che le causa non sia di origine soprannaturale, ma piuttosto chimica, riconducibile a qualche sostanza somministrata ai cosiddetti “morti viventi”, capace di alterare in modo permanente il loro stato percettivo. Con questa teoria, Seabrook anticipa i lavori della scrittrice Zora Neale Hurston e dell’etnobotanico Wade Davis, dal quale il regista Wes Craven ricaverà il suo film più bello, Il serpente e l’arcobaleno.
Durante il suo soggiorno ad Haiti, Seabrook incontra un’anziana sacerdotessa di nome Maman Célie, che diventerà sua protettrice e guida nei misteri del vudu. In sua compagnia, lo scrittore assisterà ad alcune cerimonie: tra galli decapitati e capre sgozzate, vedrà i corpi degli astanti venire posseduti dai “loa” e divincolarsi con movimenti frenetici. Seabrook non ha la spocchia né il distacco metodologico dell’antropologo: beve rum e sangue in compagnia dei celebranti, prende parte ai riti anziché giudicarli dall’alto di una pretesa superiorità culturale. Al momento della pubblicazione, tuttavia, gli stereotipi razzisti si insinueranno negli articoli da lui venduti alle riviste: Seabrook non può essere ricordato come un paladino dei diritti degli afro-americani, ma gli deve comunque venire riconosciuta un’apertura mentale non comune a quei tempi.
Al viaggio ad Haiti, segue quello in Africa, in Costa d’Avorio, nel 1929. Questa volta, l’obiettivo del reporter è il cannibalismo, che sarà il fil rouge della sua inchiesta. Dopo insistenti richieste al re tribale Mon Po, il giornalista riesce a farsi ammettere a un pasto cannibale, pratica che è stata progressivamente abbandonata perché proibita dalle autorità coloniali francesi. Nel corso del pasto, tuttavia, si rende conto di essere stato ingannato: la carne che gli viene servita è quella di una scimmia. Ciononostante, nel libro che seguirà, Jungle Ways del 1930, l’autore dichiarerà di essersi nutrito di carne umana, con vino rosso e riso per contorno.
La sincerità è una dote che non può venire contestata a Seabrook, che nei suoi libri squadernò senza esitazione e senza veli pratiche e perversioni capaci di scandalizzare anche un lettore contemporaneo. L’aver dichiarato il falso in un reportage doveva creargli non pochi problemi, o, forse, il desiderio non realizzato lo tormentava. Tornato a Parigi dal suo viaggio africano, Seabrook decide di colmare la lacuna: acquista da un obitorio il collo di un ciclista morto in un incidente stradale e lo consuma, dopo averlo fatto cucinare da un cuoco parigino (al quale viene presentata come “carne di capra africana”). Il verdetto di Seabrook è che la carne umana “sa di vitello”, e contraddice gran parte delle descrizioni precedenti di esploratori ed etnologi, che la volevano più affine al maiale.
A Parigi, lo scrittore, giunto all’apice del suo successo, ha una nuova compagna, Marjorie Worthington, che sposerà nel 1935. In Francia, il cannibale frequenta il fior fiore degli intellettuali dell’epoca: James Joyce, Thomas Mann, Aldous Huxley, Gertrude Stein, che gli darà dei suggerimenti per migliorare la sua prosa. Seabrook fuma oppio, tiene feste in cui donne incatenate pendono dal soffitto e soprattutto beve, sprofondando progressivamente nel vortice dell’alcolismo. L’artista surrealista Man Ray documenta con foto alcune delle pratiche BDSM dello scrittore e addirittura disegna alcuni dei collari e degli strumenti di restrizione che Seabrook usa per legare le sue modelle: la serie di foto si chiamerà “Le fantasie del Signor Seabrook”.
Il vizio del bere si impossessa progressivamente dell’anima di William Seabrook, trasformando lo scrittore acclamato in un ubriacone incapace di scrivere. Dopo aver toccato il fondo, decide di farsi internare nel manicomio di New York, il Bloomingdale Insane Asylum, dove trascorrerà sette mesi nel tentativo di liberarsi dal demone della bottiglia. Ne uscirà ristabilito, ma con l’errata presunzione di potersi concedere ancora un bicchiere ogni tanto: la sua vittoria sarà soltanto un successo temporaneo, preludio ad eccessi ancora peggiori. La sua esperienza di disintossicazione diventa uno dei suoi libri più riusciti: Asylum, del 1935.
Uscito dal manicomio, Seabrook e la sua nuova moglie si ritirano nella campagna newyorkese di Rhine Back, sul fiume Hudson, una roccaforte dell’alta borghesia americana. Manco a dirlo, la sonnolenta vita di campagna gli viene ben presto a noia, così il fienile della proprietà viene adibito a luogo di evasione e teatro di “esperimenti” sul paranormale. Tra le sue pareti, Seabrook mette in scena rituali dal sapore crowleyano, sui quali innesta le sue fantasie sessuali, che prevedono donne consenzienti e retribuite incatenate e “punite” con la deprivazione della possibilità di nutrirsi e di respirare. Il risultato di queste sperimentazioni, a metà tra il soprannaturale e il “dilettevole”, sarà il libro Witchcraft: its power in the world today, del 1940.
La relazione con la moglie Marjorie viene progressivamente incrinata dagli “esperimenti” di Seabrook: il loro matrimonio si conclude nel 1939, ma lo scrittore, ormai completamente prono all’alcol e deciso a “bere fino alla morte”, si risposerà ancora una volta, nel 1942, con la reporter di guerra Constance Kuhr, che darà alla luce il suo unico figlio.
Mentre la drammatica vita personale di Seabrook segue i suoi meandri tortuosi, il mondo è dilaniato dalla Seconda Guerra Mondiale. Il nostro tenta, per un’ultima volta, di evadere da sé stesso e dal fondo della bottiglia arruolandosi come reporter nell’esercito, ma il suo piano non va a buon fine a causa di un incidente stradale.
Dimesso dall’ospedale, minato nel fisico e nella mente da anni di eccessi, William Seabrook si suicida con una massiccia dose di sonniferi, il 20 settembre del 1945.

Avete finito il vostro drink? Si è fatto tardi e l’aria fumosa di questo bar mi è venuta a noia. Ora che conoscete la sua storia, potete pensare quello che volete del Signor Seabrook: potete condannarlo, ammirarlo o cercare di comprenderlo.
Potete trovare buone ragioni per amarlo, e altrettanto valide motivazioni per odiarlo. Avrete ragione in ogni caso, ma a lui, di sicuro, non importerà molto dei vostri giudizi.

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L’articolo che avete letto è in gran parte ispirato alla graphic novel The abominable Mr. Seabrook di Joe Ollman, pubblicato da Drawn & Quarterly nel 2017. Il fumetto è un vero e proprio capolavoro, maturato in dieci anni di lavoro. Senza dubbio, la migliore biografia a fumetti che chi scrive abbia mai letto. Attualmente, il testo, pubblicato in Canada, non è ancora stato tradotto in Italiano.

Gian Mario Mollar

GIAN MARIO MOLLAR
Classe 1982, si è laureato a pieni voti in Filosofia presso l’Università di Torino, con una tesi sul neoplatonismo magico. Uomo dagli interessi eclettici e disparati, dalla pesca all’esoterismo, dal trekking alla letteratura, da bambino ha incontrato Tex e Zagor, e da allora prova un’attrazione irresistibile per la Frontiera Americana, che rappresenta per lui il luogo dell’avventura e del sogno. Attualmente collabora con siti internet quali Farwest.it e Axis Mundi, nonché con la rivista Tepee di Soconas Incomindios, un comitato di solidarietà con i popoli nativi americani. Nei suoi scritti cerca di evidenziare aspetti insoliti e poco conosciuti dell’epopea western, il cosiddetto Weird West, una terra di mezzo in cui folclore e leggenda si fondono con la storia. Nel gennaio 2019 uscirà il suo primo libro, I misteri del Far West, per i tipi di Edizioni Il Punto d’Incontro.



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