L'animalino docile di Indro Montanelli

Sappiamo tutti cos'è il R.D.L. 880 del 19 aprile 1937?
Ad intuito possiamo comprendere che sia una legge promulgata dal regime fascista, ma ne conosciamo anche il contenuto?
In sostanza è la prima legge a tutela della razza, che andava a colpire gli italiani che vivevano nelle colonie africane di Somalia, Eritrea, Etiopia e Libia. Da quel giorno, il cosiddetto madamato diventava fuorilegge, perseguibile con una pena da 1 a 5 anni di reclusione. Ma andiamo per gradi….
Le prime leggi razziali in Italia non furono contro gli ebrei. La promulgazione della R.D.L. 880, denominata Sanzioni per i rapporti d’indole coniugale tra cittadini e sudditi, fu la prima a sancire la superiorità assoluta della razza italiana rispetto alle genti delle colonie, ritenuti di razza inferiore. Si vietò definitivamente qualsiasi unione mista. La propaganda fascista in quegli anni aveva speso fiumi di parole e inchiostro per ribadire la superiorità della propria razza rispetto ad altre. Si rischiava, tollerando certi comportamenti, di cadere in contraddizione, soprattutto perché nessuna prudenza era usata rispetto alla possibilità di mettere al mondo dei figli. Due concetti fondamentali erano ribaditi con fermezza: la politica demografica doveva essere volta a salvaguardare la razza bianca, ma allo stesso tempo si doveva combattere il preoccupante calo demografico in atto in quegli anni. Chiunque avesse ignorato questo divieto, avrebbe commesso un duplice reato: uno biologico, inquinando la razza, e uno morale, portando allo stesso livello una donna indigena.
Un anno dopo arrivarono le leggi contro gli ebrei, che proiettarono il nostro paese a fianco della Germania nella seconda Guerra Mondiale.
Ma cos’era il madamato? E dove trova origine questa parola?
Un tempo la parola madama era utilizzata per indicare le signore in modo generico, ma anche, con accezione dispregiativa, le tenutarie delle case chiuse. Durante l’epoca coloniale, era chiamata madama la donna del luogo che conviveva con un uomo bianco, nel nostro caso con un italiano.
Inizialmente la parola madamato fu utilizzata in Eritrea, per poi estendersi a tutte le altre colonie italiane; indicava la relazione di carattere temporaneo fra una nativa del posto e un cittadino italiano senza che questi avessero contratto matrimonio. Nell’Africa orientale questa unione trovava giustificazione nel dämòz, che secondo la tradizione locale era un “matrimonio per mercede”. In cosa consisteva? In sostanza si traduceva in un contratto matrimoniale fra due persone, con una serie di obblighi reciproci, fra cui, per l’uomo, quello di mantenere i figli anche dopo che il contratto si fosse sciolto. Venuti a conoscenza di questa usanza locale, gli italiani delle colonie decisero di adeguarsi e di approfittarne, per avere così, fino alla fine della loro permanenze nel territorio, una donna che svolgesse sia funzioni domestiche che di prestazione sessuale, ignorando però la reciprocità degli obblighi. A fare largo uso del madamato furono soprattutto i soldati.
L’allora governatore dell’Eritrea, Ferdinando Martini, aveva assunto una posizione contraria rispetto a questo costume, rendendosi conto che ad usufruire del dämòz erano anche soldati che in patria avevano già contratto matrimonio. Ma questa soluzione era preferita fra le truppe, che si sentivano più tutelate rispetto alla larga diffusione di malattie a carattere sessuale che vi era in quel tempo.
Come prevedibile da queste unioni nacque un numero imprecisato di bambini che, in molti casi, non fu mai riconosciuto dal legittimo padre, il quale sapeva con certezza che quella situazione sarebbe stata solo temporanea e una volta rientrato in Italia il problema non sarebbe stato suo. Ma non mancarono i casi di riconoscimento e di assunzione di responsabilità da parte di chi era celibe e pertanto libero di prendersi carico di una famiglia.
Il fenomeno si stese anche alla Libia, tanto che nel maggio del 1932, Rodolfo Graziani, ricordato come il "macellaio del Fezzan", per i suoi metodi poco ortodossi, emanò un decreto di espulsione con il quale rinviava in patria quattro ufficiali italiani che avevano fatto ricorso al madamato, specificando che il loro comportamento era ritenuto deplorevole dal punto di vista politico e morale.
Le leggi razziali avrebbero dovuto mettere un freno a questo mal costume, per evitare la contaminazione della razza, ma così non fu. Va sottolineato che nessuno si preoccupava del fatto che molto spesso, le madame, erano ragazzine, minorenni. Si avanzava come giustificazione a un atto oggi condannato dal mondo intero come abominevole, il fatto che nelle colonie era normale, che nessuno si scandalizzava.
Questi fatti tornarono prepotentemente alla ribalta quando nel 1982, quando il giornalista Enzo Biagi intervistò durante un programma televisivo un suo collega, Indro Montanelli.
Indro Montanelli, che tutti conosciamo, raccontò davanti alle telecamere, con grande naturalezza e come se stesse parlando di un cucciolo esotico, che nel 1936 aveva acquistato per 500 lire, trattabili, una bambina di 12 anni, che divenne la sua “madama”. All’epoca dei fatti il giornalista aveva 27 anni ed era un uomo adulto. Nella cifra spesa erano compresi anche un cavallo e un fucile. La bambina lo seguì sempre durante tutto il periodo che rimase nei territori colonizzati.
Il pensiero di Montanelli sull’argomento credo sia chiaro. A quel tempo scriveva per la testata Civiltà Fascista, un mensile dell'Istituto Nazionale Fascista di Cultura, edito dal 1934 al 1943. Oltre a lui scrissero per il giornale anche Giovanni GentileTelesio Interlandi, molto attivo nella diffusione delle idee razziali sulla superiorità indiscussa di alcune razze su altre.
In più di una occasione Montanelli espresse la sua convinzione che l’operato degli italiani nelle colonie era necessario, per dare una civiltà ad un popolo evidentemente inferiore. Alla domanda in merito alla sua giovane sposa, l’uomo rispose con grande naturalezza: «aveva dodici anni, ma non mi prendere per un Girolimoni, a dodici anni quelle lì erano già donne.»
Nessun imbarazzo. Raccontò che l’aveva comprata a Saganèiti, una piccola città del sud dell’Eritrea. La definì un animalino docile. Attrezzò per lei un tucul, con lo stretto indispensabile e prese dei polli. Era molto bella. La chiamava Milena. Ogni due settimane la sua sposa lo raggiungeva, ovunque si trovasse, insieme alle mogli deli ascari, ufficiali eritrei. Arrivava a piedi, con una cesta in testa piena della biancheria pulita di cui l’uomo aveva bisogno. Al momento del rimpatrio in Italia, la giovane moglie restò a vivere in Eritrea, mentre il giornalista rientrò in patria, dove fu travolto, come tutti gli italiani, dallo scoppio del secondo conflitto mondiale.
Il suo adattamento alle usanze del luogo fu pari a quello di molti altri ufficiali e soldati che si trovarono nelle colonie. Le leggi razziali misero un freno a questo mal costume, che oggi sarebbe condannato con più severità, soprattutto dall’opinione pubblica.
In patria Indro Montanelli minimizzò sempre la questione, giustificandosi appunto sul fatto che… paese che vai usanza che trovi. Alcuni lo condannarono, altri lo giustificarono. Lui stesso prese una posizione sul suo comportamento, rimanendo della propria idea che quei giorni in Eritrea con la sua madama furono felici e senza costrizioni.
Il giornalista si spense il 22 luglio del 2001; negli anni immediatamente precedenti alla sua morte e successivamente, furono pubblicate molte versioni su questa vicenda. Lui stesso ne parlò, ribadendo il concetto che la sua fu una scelta dettata prevalentemente dalla necessità di trovare una “compagna intatta per ragioni sanitarie”. I dettagli sul prezzo e sul nome cambiarono, come del resto l’età, che passò da 12 a 14 anni. In un’altra intervista dichiarò: «… Faticai molto a superare il suo odore, dovuto al sego di capra di cui erano intrisi i suoi capelli, e ancor di più a stabilire con lei un rapporto sessuale perché era fin dalla nascita infibulata: il che, oltre a opporre ai miei desideri una barriera pressoché insormontabile (ci volle, per demolirla, il brutale intervento della madre), la rendeva del tutto insensibile…»
Circa il fatto che Montanelli ebbe o meno dei figli con la ragazza, non si seppe mai con certezza. Lui respingeva con fermezza ogni attribuzione di paternità rispetto a un bambino che portava il suo nome, asserendo che fosse nato da una successiva regolare unione della piccola con un altro uomo, 20 mesi dopo il suo rientro in Italia. Ogni considerazione sulla vicenda resta prettamente personale. Io mi sono limitata a riportare i fatti. Personalmente ritengo che la scusa dell’adattamento alle usanze delle colonie fu avanzata solo per liberarsi la coscienza di fronte a una nazione che guardava a lui e a quelli come lui come a dei “Girolimoni”.

Rosella Reali

ROSELLA REALI
Sono nata nel marzo del 1971 a Domodossola, attualmente provincia del VCO. Mi piace viaggiare, adoro la natura e gli animali. L'Ossola è il solo posto che posso chiamare casa. Mi piace cucinare e leggere gialli. Solo solare, sorrido sempre e guardo il mondo con gli occhi curiosi tipici dei bambini. Adoro i vecchi film anni '50 e la bicicletta è parte di me, non me ne separo mai. Da grande aprirò un agriturismo dove coltiverò l'orto e alleverò animali. 
Chi mi aiuterà? Ovviamente gli altri viaggiatori.
Questa avventura con i viaggiatori ignoranti? Un viaggio che spero non finisca mai...


Commenti

  1. Girolimoni fu scagionato... da quando appresi questi fatti non sono più riuscita a leggere Montanelli, "quelle lì " mi è rimasto sul gozzo....

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Girolimoni, poveretto, subì per tutta la vita l'onta d'essere considerato un pedofilo ed omicida di bambini; sino agli anni settanta si usava "è un girolimoni" per indicare i pedofili, a dimostrazione di quanto quel nome rimase nell'immaginario collettivo.
      Su Montanelli ha scritto tutto, benissimo, la cara Rosella.

      Fabio

      Elimina

Posta un commento