Moche, civiltà del sesso?

Un articolo di Focus, del febbraio del 2016, titolava: Moche, la civiltà del sesso. Mentre Roma fondava il suo impero, in Perù vivevano i Moche, un popolo dai tratti enigmatici e con una religione basata sul sesso. All’interno dello stesso scritto possiamo leggere: l’archeologo Maximo Terrazos racconta che quando, oltre 50 anni fa, aprì la porta di una stanza del seminterrato del Museo d’Archeologia di Lima rimase a bocca aperta: davanti a lui si spalancò la vista di 1.500 ceramiche incise dalla popolazione Mochica. Tutti quei vasi, boccali, brocche, e vari oggetti, prelevati da sarcofaghi d’adulti, donne e bambini, ritraevano scene porno: masturbazione di gruppo, atti di sodomia, orge, sesso orale, accoppiamenti con scheletri, ranocchie, ermafroditi, e molto altro.
Prima di comprendere quanto possa essere veritiera l’affermazione presente nel titolo dell’articolo della nota rivista, risaliamo la linea del tempo per comprendere chi erano, da dove venivano e come sparirono i Moche. La civiltà Moche o Mochica nacque e si sviluppò durante l’epoca preincaica, tra il I secolo ed il VII, nella lunga striscia di terra desertica della costa settentrionale del Perù. In quella regione ancora oggi possiamo ammirare i templi piramidali, i palazzi, le fortificazioni, i cimiteri e le opere d’irrigazione che testimoniano il livello raggiunto da questa civiltà nei campi della tecnica e dell’arte. Si trattava di una civilizzazione costiera, in una zona dove la fertilità delle valli e l’ampiezza della costa crearono i presupposti per lo sviluppo e la diffusione della civiltà Moche. Nella regione montuosa dell’entroterra, i Moche occuparono solo parzialmente le valli a causa della presenza di una formazione culturale chiamata Recuay che riuscì a frenare l’avanzata della civiltà Mochica, sebbene le tracce ritrovate dimostrino l’esistenza di una relazione, anche profonda, tra le due culture. Non esistono fonti scritte riguardanti la civiltà Recuay. Le interpretazioni dei reperti e degli scavi archeologici hanno portato gli studiosi a delineare una società dedita all’agricoltura ed alla pastorizia, frequentemente coinvolta in conflitti armati. Le scene raffigurate negli oggetti in ceramica rivelano la natura e l’importanza dei riti cerimoniali, incentrati sul culto degli antenati e sulle offerte rituali alla terra ed ai picchi montuosi, luogo d’origine delle risorse idriche.
Per quanto concerne la nascita della cultura Moche, i ricercatori collocano le sue origini tra l’anno 100 a.c. e l’anno zero, e gli attribuiscono una durata di oltre 7 secoli. La cultura Moche fu divisa in cinque fasi dall’archeologo peruviano Rafael Larco Hoyle, che realizzò una sequenza cronologica basata sullo studio di una grandissima collezione di ceramiche. Le prime tre fasi, che corrispondono al primo periodo Moche, presentano una cultura composta da una serie di gruppi indipendenti che abitavano, ciascuno, la propria vallata. Durante la terza fase, Hoyle suppose che i Moche avessero raggiunto l’unità politica ed avessero iniziato il processo di espansione verso Sud. Nella quarta fase la civiltà Mochica raggiunse il suo apogeo, soprattutto in riferimento ai traguardi culturali raggiunti. La quinta fase corrisponde alla decadenza dei Moche, caduta fortemente influenzata dall’insorgere del fenomeno culturale Huari, oltre ad una serie di catastrofi naturali provocate da un fenomeno meteorologico conosciuto come El Nino.  I Huari furono una civiltà preincaica che fiorì nel sud del Perù nel periodo compreso tra il VI ed il XIII secolo. Durante la loro fase d’espansione, che possiamo identificare nei primi decenni dalla loro comparsa, inglobarono molte delle terre delle civiltà Moche, tanto da essere una delle potenziali cause della decadenza di questa cultura.
Attraverso quali strumenti gli archeologici sono riusciti a ricostruire tratti della cultura Mochica?
Le principali fonti dalle quali attingere informazioni sono tre: le tombe, l’architettura e la ceramica. Nel corso del tempo sono state portate alla luce sepolture multiple dove il defunto, probabilmente un personaggio importante, era tumulato assieme ad una serie d’accompagnatori, sacrificati al momento della sua morte. In una serie minore di casi, i Moche preferirono deporre solo parti di un corpo umano, la testa o le mani, ad accompagnare il defunto nel viaggio nell’aldilà. Quest’usanza, innovazione introdotta dai Moche nell’America del Sud, fu seguita dal popolo che s’intrecciò e ne continuò le gesta: i Chimù.
La principale fonte di documentazione per gli studiosi sono le ceramiche; erano principalmente di colore rosso, in alcuni casi arancio o nero fumo. La maggior parte dei reperti, conosciuti come huacos, sono statuette che rappresentavano vari personaggi. I temi rappresentanti sono scene di vita reale: caccia, pesca e scene di combattimento. In un numero nettamente minore si trovano raffigurate anche figure simboliche immaginarie o antropomorfe.
Nel corso del tempo è variato l’approccio nei confronti della ritualità di questa civiltà, soprattutto per quanto concerne il cannibalismo: inizialmente, in seguito al ritrovamento di segni di scarnificazione sulle ossa d’alcuni prigionieri sacrificati, gli archeologi pensarono alla pratica del cannibalismo rituale. Successivamente, ad una più attenta analisi dei reperti, s’ipotizzò che alcuni rituali dei Moche prevedessero la scarnificazione dei sacrificati. Questo rituale fu riportato, occasionalmente, sul vasellame.
Nella maggior parte dei rituali il sangue svolgeva un ruolo fondamentale: è frequente la rappresentazione nel vasellame dell’offerta di sangue del sacrificato raccolto in una coppa.
Giungiamo, infine, al rapporto con il sesso.
I Moche credevano che il cosmo fosse formato da tre dimensioni in contatto: quella dei vivi, quella dei morti e quella degli dei. Le scene di sesso tra vivi e defunti, rappresentate nel vasellame, sono la celebrazione degli scambi tra gli abitanti del cosmo. Secondo l’antropologa Anne-Christine Taylor, “il sesso era il motore che permetteva ai tre mondi di restare in contatto”.
In funzione del titolo dell’articolo di Focus e delle esternazioni dell’antropologa Taylor, ci aspetteremmo una grandissima quantità di materiale sessuale. Sarete stupiti leggendo che solamente una percentuale residuale, circa 1%, delle ceramiche ritrovate riporta soggetti erotici, anche se alcuni sono molto elaborati. Quell’esigua percentuale è bastata a trasformare un’interessantissima cultura in una civiltà basata sul sesso, quando sarebbe stato sufficiente spiegare che una parte della religiosità si basava sull’attività sessuale. Analizzando le ceramiche a sfondo sessuale della cultura Mochica, troviamo peni eretti, masturbazioni di gruppo, sodomia, orge, sesso orale e vulve spalancate. Inoltre in alcuni casi si ritrovano scene di sesso tra uomini e defunti e tra vivi ed animali. In base alla datazione delle ceramiche, fu possibile stabilire un passaggio dal culto della fertilità al sesso come scambio tra il mondo dei vivi e quello dei morti. L’atto più rappresentato è il sesso anale, con scene di penetrazione vaginale molto rare. La Fellatio è presente, raramente, mentre il cunnilingus è assente. Sono stati rinvenuti reperti che raffigurano scheletri maschili che si masturbano o sono masturbati da donne viventi. Una possibile risposta alle rappresentazioni sessuali potrebbe attenere all’importanza per l’irrigazione, ricchezza e fondamento della civiltà, della cultura Moche. Le opere d’arte raffiguravano spesso il passaggio di fluidi, a testimonianza dell’importanza della circolazione e del flusso. Sulla base dei dettagli, realistici, delle ceramiche sono sorte diverse teorie, tra cui quella che fa riferimento alla trasmissione delle conoscenze da parte delle generazioni più anziane a quelle giovani. Conoscenze relative alla reciprocità dell’attività sessuale tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
L’immenso patrimonio d’opere d’arte della civiltà Moche dona l’immortalità a questa semi-sconosciuta cultura, aldilà della presunta, e dimostrata per un’esigua percentuale di reperti archeologici, sfrenata attività sessuale.

Fabio Casalini

Bibliografia
Alva, Walter (October 1988). "Discovering the New World's Richest Unlooted Tomb". National Geographic. Vol. 174 no. 4 

M.N. Gorio, Sangue e oro dei Moche, in Gruner+Jahr/Mondadori, Milano, nº 39, gennaio 2010 

Damiano Laterza, Quanto eros fra i Moche. In Perù il primo museo dell'arte erotica Precolombiana, in Ilsole24Ore, 5 luglio 2012. 

Focus, Moche, la civiltà del sesso: mentre Roma fondava il suo impero, in Perù vivevano i Moche, un popolo dai tratti enigmatici e con una religione basata sul sesso, febbraio 2016 

Sawyer, Alan R. (1966). Ancient Peruvian ceramics: the Nathan Cummings collection by Alan R. Sawyer. New York: The Metropolitan Museum of Art.

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.



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