Johanna Altvater, la segretaria assassina del Reich

Non è facile capire in pieno quello che fu il nazionalsocialismo nel periodo compreso fra il 1933 e il 1945. Il malcontento dilagante in Germania in seguito all’esito della Prima Guerra Mondiale, aveva creato terreno fertile per il proliferare di idee che esprimevano con decisione l’affermazione del popolo tedesco come superiore agli altri, e l’odio verso gli ebrei, ritenuti responsabili della situazione economica negativa del paese. Punto cardine della politica del partito era un programma di eliminazione fisica e sistematica di tutti coloro che venivano considerati dannosi in qualche modo per il regime: oppositori politici, omosessuali, zingari, disabili, malati di mente ed ovviamente ebrei. Nel loro caso si cercò di attuare, con ogni mezzo disponibile e senza limiti alla violenza, un vero e proprio genocidio. 
Il 5 settembre 1935 la persecuzione verso gli ebrei si inasprì in seguito alla pubblicazione delle leggi di Norimberga; veniva stabilito che ebreo era chiunque risultasse avere tre o quattro nonni ebrei. Era considerato mezzo-ebreo chi aveva due nonni ebrei o aveva contratto matrimonio con una persona ebrea. Meticcio, colui il quale aveva un solo nonno ebreo. Tutti indistintamente, erano soggetti a leggi particolari e a restrizioni molto severe, come l‘interdizione ai pubblici uffici. Assolutamente vietati erano i matrimi fra cittadini del Reich ed ebrei, questo al fine di preservare la purezza della razza. Inoltre chiunque era chiamato a contribuire al progetto iniziale di espulsione dal territorio tedesco di tutte le persone di origine ebraica, programma che si tramutò in breve in soluzione finale. 
Nella notte fra il 9 e il 10 novembre 1938, in seguito all’assassinio di un diplomatico tedesco avvenuto a Parigi per mano di un ragazzo ebreo, su istigazione di Joseph Goebbels, con l’appoggio di Reinhard Heydrich, per alcuni l’uomo più pericoloso del Reich, e di Heinrich Müller , capo della Gestapo, fu organizzato un gigantesco pogrom (letteralmente distruzione), in Germania, Austria e Cecoslovacchia, a cui parteciparono ufficiali del partito, membri delle SA e della Gioventù Hitleriana i danni della popolazione ebraica. Quell’episodio passò alla storia come la Notte dei Cristalli, per ricordare le vetrine delle attività commerciali infrante. Durante l’attacco furono bruciate o distrutte almeno 1400 fra sinagoghe e case di preghiera, cimiteri, luoghi di aggregazione della comunità ebraica, case private e negozi. Fu dato ordine tassativo alla polizia e ai vigili del fuoco di non intervenire se non in difesa dei non ebrei che accidentalmente finivano nella rappresaglia. Per evitare qualsiasi reazione da parte della popolazione attaccata, Müller e Heydrich organizzarono rastrellamenti a tappeto di tutti gli uomini. Ne furono catturati circa 30.000, che vennero condotti direttamente ai campi di Dachau, Buchenwald e Sachsenhausen. Secondo alcune stime da parte degli storici, in quella notte e nei giorni successivi morirono per le strade fra le 1300 e le 1500 persone. Una parte dei deportati nei campi fu rilasciata per essere espulsa, una parte morì. 
Violenza senza regole, senza limiti, ritorsioni gratuite versa la popolazione indifesa. Gli ebrei furono costretti a vivere nei ghetti, in perimetri circoscritti, sia per essere sottoposti a serrati controlli, sia per sfuggire alle violenze dei tedeschi, almeno così si pensava. Tutta la popolazione fu chiamata a contribuire al grande disegno del Reich, tanto che cosiddetti cittadini qualunque, si macchiarono di delitti efferati. In Ucraina successe qualcosa di molto brutto. L’episodio che vi vorrei raccontare descrive perfettamente i sentimenti serpeggianti fra persone insospettabili, tutte unite dall’odio verso un nemico comune, qualcuno a cui addossare le colpe dei problemi della nazione. 
Fra l’autunno del 1942 e quello del 1943, una giovane donna di 22 anni fu mandata a lavorare in una città chiamata Volodymyr-Volynsky, situata al confine con la Polonia. La cittadina era considerata un importante punto tattico per i rifornimenti delle truppe impegnate in guerra. 
La giovane si chiamava Johanna Altvater. 
Johanna era alle dipendenze di Wilhelm Westerheide. Fino a quel momento era stata un’anonima segretaria d’azienda. Grazie alla sua ambizione e alla sua insistenza si trovò al servizio di un commissario regionale. Giunta sul posto, dopo poco tempo, chiese di svolgere una mansione aggiuntiva, per rendersi più utile rispetto alla causa comune: si propose come aiuto nelle operazioni di svuotamento dei ghetti. Westerheide fu ben contento di accontentarla, tanto più che una persona in più avrebbe fatto comodo per scovare chi si nascondeva, rendendo il lavoro più veloce. 
La popolazione ebraica, nel giro di poco più di due anni, in questa zona si ridusse drasticamente, passando da circa 20.000 unità a poco più che 400. Johanna obbedì senza mai un attimo di esitazione alle direttive del Reich, dando il suo contributo attivo alla realizzazione della grande Germania nazista. Il 16 settembre 1942, si trovava fuori dalle mura del ghetto quando vide due bambini ebrei camminare sul ciglio della strada. A poca distanza si trovava il padre. Il suo aspetto rassicurante e il fatto che fosse una donna, le permisero senza problemi di avvicinare i due piccoli, uno di circa 6 anni, l’altro stava cominciando a camminare. Con un gesto della mano, come a volergli offrire una caramella, chiamò il piccolo, che subito, fiducioso le cose incontro, staccandosi dalla mano del fratello. Una volta che le fu vicino, lo afferrò per le braccia con forza, scuotendolo con forza, urlandogli in faccia tutto il suo disprezzo. Il piccolo prese a strillare e piangere, mentre il padre si avvicinava di corsa. Ma Hanna, così la chiamavano, fu veloce, lo afferrò per le gambe e in un attimo, senza esitazione gli sbattè la testa contro il muro. Il cranio del piccolo, fece un tonfo sordo e si fracassò come un frutto maturo lasciando sulla parete del ghetto una grossa macchia di sangue e materia grigia. La donna, impassibile, si voltò e gettò il corpicino ai piedi dell’uomo in lacrime. Nessuno fece nulla, nessuno la fermò per arrestarla. 
Nel servizio al ghetto la solerte signorina Hanna era davvero efficiente. Entrava nelle case con prepotenza, senza avere paura, urlava ordini come si fa con un gregge destinato al macello, radunava uomini e donne, giovani o vecchi non importava, ma soprattutto le piaceva occuparsi dei bambini. Se c’era chi facevano fatica a salire sui convogli per il trasporto, li aiutava lei direttamente, spingendoli senza troppa gentilezza. I piccoli era solita scaraventarli, come bambole, non badando a dove sarebbero caduti, o se si sarebbero fatti male. 
Un giorno durante le operazioni di rastrellamento si trovò a dover sgombrare un ospedale di fortuna, allestito in un edificio a più piani, che affacciava su un giardino. Prese l’iniziativa per velocizzare le attività. Salì al piano in cui si trovava la corsia predisposta per accogliere i bambini, li fece alzare uno per uno dai letti e dalle sedie a rotelle, li condusse per mano o in braccio alla finestra più vicina e li gettò nel vuoto, senza esprimere la benché minima emozione. Fecero tutti un volo di tre piani. Sfracellandosi sul selciato antistante il giardino. Quando ebbe finito, si affaccio, mostrando il proprio volto sorridente e soddisfatto. Fece un cenno con la mano a chi da sotto la guardava. Dal basso, il signor Westerheide, rispose al suo saluto con uno altrettanto festoso. La attendeva seduto a un tavolo imbandito con altri commensali, che si rifocillavano fra un rastrellamento e l’altro, accompagnati da un intrattenimento musicale. Ogni tanto qualcuno si alzava dal gruppo e andava a sparare a chi di corsa cercava di fuggire. Gli spari riecheggiavano interrompendo la sinfonia… 
Hanna si trovava a suo agio in tutto questo. Portava sempre con sé una pistola di piccolo calibro, color argento, appesa al fianco. Quando vedeva un bambino ebreo, solo oppure accompagnato, non importava, lo attirava con l’offerta di una caramella. Una volta che il piccolo si era avvicinato ed aprivano la bocca per ricevere il dono, freddamente gli sparava in bocca. Questa era Johanna Altvater, spietata assassina di bambini, una signorina apparentemente come tante, con la sua pettinatura ordinata, l’aria da brava ragazza, una segretaria che dava libero sfogo alle proprie frustrazioni uccidendo a caso chi incrociava il suo cammino. Lei, come tanti altri cittadini tedeschi qualunque che alla sera tornavano alle loro case, per cenare con la famiglia e giocare con i propri figli, in nome dell’affermazione della razza ariana come superiore, contribuirono all’uccisione in massa di persone innocenti. Come si è potuto arrivare a tutto questo? Come riuscì il Reich a trasformare quasi un‘intera nazione in ubbidienti assassini? Follia di massa, obbedienza, fedeltà verso un partito salito legittimamente al potere perché votato dalla maggioranza degli aventi diritto e trasformatosi poi nella dittatura del terrore che conosciamo, in grado di seminare morte e distruzione in Europa e nel mondo. I lager furono l’apice del progetto di sterminio di massa posto in essere dal regime. Perfette macchine di guerra, a cui anche le vittime dovevano lavorare, per sentirsi liberi… di morire. Solo la fine della guerra ci ha permesso di quantificare i numeri dell’olocausto, che probabilmente ancora sottostimiamo rispetto alla capacità distruttiva posta in essere a partire dal 1933 dal partito nazionalsocialista. Quasi tutti i buoni tedeschi vi presero parte, ma non tutti e chi non lo fece pagò un prezzo molto alto per la sua disobbedienza.

Rosella Reali

Bibliografia

Le donne del nazismo – Paul Roland – L’Airone – 2015 

Women and Genocide: Survivors, Victims, Perpetrators - Elissa Bemporad, Joyce W. Warren – Indiana University Press – 2018 

ROSELLA REALI
Sono nata nel marzo del 1971 a Domodossola, attualmente provincia del VCO. Mi piace viaggiare, adoro la natura e gli animali. L'Ossola è il solo posto che posso chiamare casa. Mi piace cucinare e leggere gialli. Solo solare, sorrido sempre e guardo il mondo con gli occhi curiosi tipici dei bambini. Adoro i vecchi film anni '50 e la bicicletta è parte di me, non me ne separo mai. Da grande aprirò un agriturismo dove coltiverò l'orto e alleverò animali. 
Chi mi aiuterà? Ovviamente gli altri viaggiatori.
Questa avventura con i viaggiatori ignoranti? Un viaggio che spero non finisca mai...

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