Il tatuatore di Auschwitz

Vivo. Sono ancora vivo. Ancora un giorno, forse più. 
Ho aperto gli occhi su questo che oggi è il mio mondo, la mia casa. Fumo, odore di morte, fetore di carne bruciata, di sofferenza. Cammino fra sconosciuti, disperati come me, affamati, sporchi, malati. La vita umana non ha più valore, non esiste più il calore dell’amore, della famiglia. Entrando qui ho perso tutto, la mia identità, la mia origine, il mio nome. Sono un numero, come tanti. 
Sopravvivo alla morte, come posso. Sopravvivo al dolore, all’oblio in cui ci vogliono relegare, aggrappato ai miei ricordi, alle cene in famiglia, alle feste, alle passeggiate all’aria aperta, al fruscio delle pagine dei libri, al sapore dei piatti cucinati da mia madre. 
Prima di entrare da quel cancello ero un uomo, giovane e pieno di vita, ero Ludwig " Lale" Eisenberg, ora sono il prigioniero n° 32407. 
Sono nato a Korompa, un piccolo borgo del Regno di Ungheria, il 28 ottobre 1916, da una famiglia di origine ebrea. È aprile del 1942 quando l’esercito tedesco entra nel mio paese. Mi offro volontario al posto della mia famiglia, che spero sia risparmiata dal rastrellamento. Sono l’unico tra i miei fratelli a non essere sposato. Il mio pensiero va a loro. E poi sono giovane e forte, saprò sopportare qualsiasi tipo di incarico. 
Sono spaventato. Le notizie sui campi di concentramento sono poche. Si parla di luoghi di lavoro, in cui le persone vengono obbligate a portare il proprio contributo per lo sforzo bellico, per una guerra che non abbiamo voluto e che stiamo subendo, che ci sta annientando. Mi separano dalla mia famiglia. Viaggio in treno, per un tempo che sembra infinito, ammassato con sconosciuti spaventati e piangenti, che hanno portato con sé, in quel viaggio verso l’ignoto, ciò che hanno potuto, vinti dalla fretta e dalle minacce dei soldati. 
Arriviamo in un posto che solo dopo saprò essere il più grande campo di concentramento e sterminio della seconda guerra mondiale: Auschwitz. 
Cosa mi aspetta non lo so, ma al nostro arrivo capisco subito che nulla di buono può accadere in quel luogo. Soldati urlanti e aggressivi, con cani famelici e abbaianti, ci accolgono a spintoni, manganellate e calci. Chi si ferma riceve una razione di violenza e botte che cessa solo quando la rabbia dell’aggressore sfuma. 
Ci dividono in gruppi. Un medico si aggira fra noi, con occhi di ghiaccio e mezzo sorriso. Accanto a lui una donna, con un cane al guinzaglio. Sussurra solo poche parole. Io e altri siamo mandati fino a una baracca in legno, dove all’interno ci aspettano dei soldati e un prigioniero, appoggiato a un tavolo, con degli arnesi davanti. Quell’uomo dal volto scavato, dalle occhiaie profonde e nere, dal viso inespressivo, pallido, mi fa alzare la manica dei vestiti che indosso: senza tanti convenevoli, mentre un soldato mi tiene fermo, imprime sulla mia pelle un numero. 
Un dolore fortissimo si impossessa di me. Da quel momento non sono più un uomo. Non ho più nome, sono solo un numero, quello che per tutta la vita porterò tatuato sull’avambraccio sinistro. Sono uno dei tanti, carne da macello, merce di scambio. Identità senza valore, che oggi può vivere e domani ardere in un forno crematorio. 
Il mio destino e quello dell’uomo dei tatuaggi si incrociano in quel momento. Nessuno dei due sa che presto il nostro incontro determinerà la direzione delle nostre vite. Lui si chiama Pepan. 
È un medico francese, incaricato dalle SS di occuparsi dei tatuaggi dei nuovi prigionieri. 
Vengo assegnato alla costruzione dei blocchi abitativi per il campo in continua espansione. Quasi ogni giorno arrivano treni carichi di disperati come me. Auschwitz sembra un formicaio operoso, ma non è vita quella che cammina per i suoi viali, sono uomini e donne senza futuro, ombre di esseri umani dal destino segnato. 
Dopo poche settimane mi ammalo di tifo. Non sono più in grado di lavorare e vengo ammassato in una baracca insieme ad altri malati come me, in attesa della morte. Non ci sono cure, a malapena ci nutrono. Se le nostre condizioni peggiorano ci lasciano al nostro destino. Ogni giorno vedo trascinare via morti e moribondi, verso un carretto sempre strapieno di corpi ammucchiati. 
Una mattina tocca a me. Sono vivo, vorrei urlare, ma non ho la forza. Mi caricano su un carrello, con altri corpi maleodoranti, coperti di sporcizia. Mi portano verso una fossa comune. 
Qualcuno si accorge che respiro ancora e, rischiando la vita, mi trascina fuori dal qual mucchio di morte e mi nasconde in una baracca. È Pepan, che mi cura e mi salva. 
Dopo qualche tempo sto meglio. Divento il suo assistente. Mi insegna il “mestiere”. Quando Pepan un giorno sparisce misteriosamente, prendo il suo posto, andando a lavorare direttamente per il Politische Abteilung. 
Divento capo tatuatore di Auschwitz-Birkenau. La scelta ricade su di me anche perché parlo slovacco, tedesco, russo, francese, ungherese e polacco. E là dove non comprendo le parole, so farmi capire. 
Un ufficiale delle SS è assegnato al mio controllo. Godo di alcuni privilegi, che mi permettono di vivere meglio e di organizzarmi per cercare di aiutare altri prigionieri. Ho una baracca a parte, razioni più abbondanti, posso girare liberamente per il campo e avere del tempo libero, mangiare nell’edificio dell’amministrazione. 
Ma il mio compito è pesante, come un fardello, un peso che mi porterò dentro fino alla morte. 
Devo imprimere sulla pelle di altri prigionieri un numero, io sono la chiave che apre la porta dell’oblio del lager. 
Anche io come il mio maestro non ho espressione. Cerco di non guardare negli occhi chi si siede di fronte a me. Se un giorno uscirò da qui, se un giorno rivedrò il mondo libero e non le mura delle baracche, spero di poter dimenticare il dolore che ho inferto a tutti coloro che sono passati sotto le mie mani. Gli strumenti del mio lavoro non sono stati concepiti per non fare male. All’inizio si usava uno speciale timbro in metallo, composto da aghi grossi della lunghezza di circa un centimetro. I primi a sperimentare questo sistema furono i prigionieri di guerra sovietici, a cui il numero era impresso sul torace. Con il passare del tempo però il marchio sulla pelle sbiadiva. Allora qualcuno ha pensato di usare un doppio ago, intercambiabile: un colpo secco incide la pelle dei prigionieri, in modo più profondo e indelebile. L’inchiostro viene colato all’interno della ferita. In un certo senso chi viene tatuato ha una speranza di vita. Chi siede davanti a me può sperare di farcela, di tornare a casa un giorno dai propri cari. Chi non viene tatuato è mandato direttamente alla morte, perché ritenuto inadatto al lavoro. Un sistema tremendo, spietato, che annulla la persona rendendola un animale da macello, un sistema ideato ed utilizzato solo ad Auschwitz. 
Fare il mio lavoro mi ha permesso di aiutare alcuni prigionieri. Cerco di condividere le razioni più abbondanti di cibo che ricevo. Quando la guardia a me assegnata è distratta, altero i tatuaggi dei detenuti, magari per tenerli fuori dalla camera a gas. Quando ho potuto, ho aiutato altri nella fuga. 
Non ero mai al sicuro. Mi sentivo sempre minacciato. Il dottor Mengele, temuto da tutti, un giorno mi passò accanto e mi disse: “Un giorno toccherà a te tatuatore”. 
Non guardo mai nessuno negli occhi. Mi manca il coraggio. Non voglio vedere il dolore, la paura. 
In una mattina di luglio davanti a me si siede una giovane ragazza, tatuata con il numero 34902. 
Il suo numero di matricola si sta sbiadendo. Alzo gli occhi. Incrocio i suoi, pieni di lacrime e di terrore. 
Un attimo. In quel momento ho capito che non avrei mai amato nessun’altra donna. 
Ci siamo innamorati, come se la morte attorno a noi si fosse improvvisamente dissolta. 
Gisela Fuhrmannova, Gita, ecco il suo nome. Da quel momento faccio di tutto per proteggerla, per aiutarla a sopravvivere. Quando posso, con la complicità delle guardie, le faccio arrivare cibo extra, come la cioccolata. Riesco a farla assegnare a lavori meno gravosi, a tenerla lontano il più possibile dalle camere a gas. Riusciamo a passare anche alcuni brevi momenti di felicità insieme, in cui il nostro amore cresce. Il tempo passa. È il 1945. L’armata rossa avanza inesorabile verso il campo. Auschwitz è nel caos. Le SS ci costringono a distruggere documenti, a demolire i forni. Si organizzano trasferimenti di prigionieri, in massa. Il 25 gennaio tutte le donne partono per la marcia della morte. Gita è fra loro. 
Io vengo trasferito a Mauthausen lo stesso giorno. 
Non so più nulla di lei. Il 27 l’armata rossa entra nel campo. I cancelli di Auschwitz vengono abbattuti. 
Inizia la mia fuga in cerca di lei. Dopo settimane di ricerche la ritrovo a Bratislava. 
Non ci separiamo più. In ottobre ci sposiamo, certi che il nostro matrimonio sarà sterile a causa delle privazioni e delle torture subite da Gita nel lager. La nostra vita è senza pace. 
Cambiamo il mio cognome in Sokolov, per sembrare più russo. A Bratislava apriamo un’attività in proprio, un negozio di tessuti. Siamo attivi nella raccolta di denaro a sostegno della creazione dello Stato di Israele. Questa attività non è vista di buon occhio dal governo comunista. A questo si aggiunge la nazionalizzazione dell’industria che aggrava la situazione. 
Finisco in carcere e i nostri beni sono sequestrati. Siamo ancora senza nulla, dobbiamo ripartire. 
Vienna, poi Parigi. Approdiamo in Australia, che diventa la nostra nuova casa. Ci stabiliamo a Melbourne. Trascorriamo qui la nostra vita. Io non lascerò mai questo paese ospitale, Gita tornerà qualche volta in Europa. Nel 1961 nasce Gary, il nostro unico figlio. Un miracolo per noi che ci credevamo condannati a non vivere mai questa gioia. 
Non ho mai raccontato a nessuno la mia esperienza ad Auschwitz, neppure a nostro figlio. Ho sempre avuto paura del giudizio che gli altri avrebbero potuto esprimere sul mio operato nel campo. 
Gita mi lascia solo nel 2003. Per la prima volta dovrò affrontare la vita senza i suoi occhi dolci accanto. Forse anche per me è giunto il momento di raccontare la mia storia, l’orrore di quegli anni, la sofferenza che abbiamo respirato ogni giorno, fino alla liberazione. Affido le mie memorie a Heather Morris, che saprà raccoglierle in un libro. Muoio nel 2006, prima di vedere pubblicati i miei ricordi. Non siamo più solo dei numeri tatuati su un avambraccio, siamo Lale e Gita, due giovani ebrei che si sono amati nel campo di Auschwitz.

Rosella Reali

Bibliografia

Morris, Heather (2018). Il tatuatore di Auschwitz: basato sulla storia vera dell'amore e della sopravvivenza . 




ROSELLA REALI
Sono nata nel marzo del 1971 a Domodossola, attualmente provincia del VCO. Mi piace viaggiare, adoro la natura e gli animali. L'Ossola è il solo posto che posso chiamare casa. Mi piace cucinare e leggere gialli. Solo solare, sorrido sempre e guardo il mondo con gli occhi curiosi tipici dei bambini. Adoro i vecchi film anni '50 e la bicicletta è parte di me, non me ne separo mai. Da grande aprirò un agriturismo dove coltiverò l'orto e alleverò animali. 
Chi mi aiuterà? Ovviamente gli altri viaggiatori.
Questa avventura con i viaggiatori ignoranti? Un viaggio che spero non finisca mai...


Commenti

  1. Mi batte forte il cuore mentre leggo queste poche righe. E' un inno all'amore , quando ce la fa a sopravvivere anche nelle tragedie terribili della storia . Grazie di avercele fatte conoscere !

    RispondiElimina

Posta un commento