Il mostro di Ravenna, tra mito e leggenda

“Al dì 8 marzo. Come in Ravenna è nato di una monica et un frate un mamolo a questo che te scrivo. Haveva la testa grossa, coon un corno nella fronte et una bocca grande; nel petto tre lettere come vedi qua: YXV, con tre peli allo petto una gamba pelosa con una zampa de diavolo, l’altra gamba de homo con un occhio in mezzo alla gamba; mai homo se recorda simile cosa. Lo governatore della terra mandàne nella carta a papa Iulio secondo."
Ravenna otto marzo 1512, un bambino “mostruoso” viene messo al mondo da una monaca gravida di un frate.  L’aspetto del fanciullo incute terrore e sgomento tra i testimoni.  Papa Giulio II, ordina che venga subito abbandonato nel bosco, e che la sua sorte sia lasciata in mano a Dio.  La notizia sfugge da Ravenna ed in poco tempo raggiunge le più importanti corti europee, iniziano a girare rappresentazioni, disegni ed iconografie della creatura, giungono studiosi, e nascono nuove descrizioni; al mostro vengono aggiunte caratteristiche diverse, giunte da ogni parte del vecchio continente. 

Un farmacista noto di Firenze, Luca Landucci, descrive così la bestia: “Dove sono le poppe aveva dal lato ritto un fio, e dall’altro aveva una croce più in giù, nella cintola, due serpe, e dov’è la natura era di femmina e di maschio.” 
Questi tipi di nascita, in epoca passata, erano fonte di credenza della manifestazione del divino nelle vicende dell’uomo, esse erano presagi di sventura, annunciavano l’inizio di un periodo di forti travolgimenti, di crisi o di crolli di imperi, teste e corone. 
In questo caso, la nascita di quella creatura segnò l’inizio di una delle guerre più cruente e sanguinarie della storia. 
L’undici aprile del 1512, nel giorno di Pasqua, nei pressi di Ravenna l’esercito francese, guidato dal condottiero Gaston de Foix, sfidò le truppe della Lega Santa, comandata dal viceré di Napoli Raimondo de Cardona e da Pietro Navarro. 
Alla sanguinosa battaglia, dove caddero all’incirca 20 mila uomini, fu utilizzata per la prima volta nella storia l’artiglieria da campo, che rivoluzionò il tradizionale metodo di combattimento medioevale, basato sulla difesa e fortificazioni ma soprattutto dalla nobile etica della cavalleria; le armi d’artiglieria colpivano indistintamente uomini, donne, bambini e soldati. 
Alla guerra parteciparono i più grandi condottieri d’Europa: Antonio di Leyva, Fabrizio I Colonna, Fernando d’Avalos Marchese di Pescara, Ettore Fieramosca, Romanello da Forlì, Giovanni Capoccio, Raffaele de’ Pazzi, Francisco de Carvajal, Fanfulla da Lodi nell’esercito della Lega Santa; Carlo III di Borbone, Teodoro Trivulzio, il cavalier Baiardo, Odet de Foix, Federico Gonzaga, Jacques de La Palice, Yves d’Alegre, Alfonso I d’Este, Gaston de Foix da parte francese. 
L’esito della battaglia fu devastante a livello umano, i Francesi ottennero la vittoria insieme ad Alfonso d’Este, Ravenna indifesa segnò la resa senza condizioni, ma brutalmente fu presa d’assalto. 
Fu saccheggiata dei suoi tesori, furono rubati i suoi ori sacri, le chiese vennero spogliate delle loro opere artistiche, le donne furono violentate, gli uomini uccisi. 
Una barbaria indescrivibile pulsò in quegli uomini privi di ogni limite. 
Più di 2000 civili persero la vita. 
Sebastiano Menzocchi descrive così questa atrocità: “…l’esercito francese e il marchese di Ferrara dette l’assalto et batteria a Ravenna et la prese, entrano dentro ed mese tutta la terra a sacho, ammazzando gente asai peggio dei Turchi tolsero le mogli a loro mariti, et le figlie a padri et alle dolenti et afflitte madri, che, peggio che più nanzi non esplicare, le suddette mogli et figlie eran condutte in presenza et vista delli mariti et padri a svergognarle et violarle, ligando li mariti spogliava nude le innocente et infelice donne operando in loro ogni disonestà et scelleratezza, poi eseguiti gli effetti inhumani et bestiali, ammazzavano lì mariti et le donne svergognate le menavano di poi al campo, quando non havean facultà né denari da pagare le taglie, et anche rescosse le trattava come prima senza avere rispetto né a Dio né ai Santi…”. 
Testimoni oculari dicono di aver avvistato tra le mura violentate di Ravenna, la creatura demoniaca gioire e ridere nel vedere morire la città che l’aveva condannata alla morte in un bosco. 
Il giovane condottiero Francese Gaston de Foix morì sul campo di battaglia trafitto da una picca. 
A soli 22 anni, entrò nella storia come un dei più grandi generali mai esistiti. 
Il suo feretro fu trasportato fino a Milano, dove il suo corpo fu sepolto nel Duomo della città. 
La monumentale tomba fu affidata allo sculture Agostino Busti detto il Bambaia che mai terminò. 
Il Vasari descrive così l’opera non compiuta: «ell'è tale quest'opera che mirandola con stupore stetti un pezzo pensando se è possibile che si facciano con mano e con ferri sì sottili e maravigliose opere, veggendosi in questa sepoltura, fatti con stupendissimo intaglio, fregiature di trofei, d'arme di tutte le sorti, carri, artiglierie e molti altri instrumenti da guerra, e finalmente il corpo di quel signore armato e grande quanto il vivo, quasi tutto lieto nel sembiante così morto, per le vittorie avute. E certo è un peccato che quest'opera, la quale è degnissima di essere annoverata fra le più stupende dell'arte, sia imperfetta e lasciata stare per terra in pezzi, senza essere in alcun luogo murata, onde non mi maraviglio che ne siano state rubate alcune figure e poi vendute e poste in altri luoghi.»

Simone De Bernardin

Simone De Bernardin nasce a Verbania sul Lago Maggiore il due settembre 1989. Fin dalla tenera età, dimostra di essere un bambino molto introspettivo, riflessivo e creativo, passa le sue giornate a inventare, osservare, riflettere e a domandarsi i perché dell’esistenza e tutto ciò che riguarda la vita e la natura. Verso la fine delle scuole elementari, comincia a scrivere appunti, riflessioni e poesie su ciò che gli accade e su ciò che lo circonda raccogliendole tutte in un grosso raccoglitore dove continua tutt’oggi a scrivere. Il primo anno di scuola media riceve la sua prima macchina fotografica con la quale comincia a scattare e a sperimentare la fotografia e da subito s’innamora del bianco e nero per la sua capacità espressiva di cogliere l’essenza delle cose.Studia fotografia e comincia a realizzare immagini e poesie che toccano temi tipici del Romanticismo di cui egli si sente attratto e che ne condivide i principi quali, il tema dell’infinito, il sentimento, il mistero, l’inconscio, la natura e il rapporto tra vita e morte. Nel 2012, realizza la sua prima mostra fotografica, presso il Comune di Verbania, e successivamente partecipa al concorso Il Segno dove viene segnalato come giovane artista, esponendo le sue opere a Venezia presso Palazzo Zenobio e successivamente a Milano presso la Galleria Zamenhof. Nel 2013 raccoglie un'insieme di sue poesie in un libriccino dal titolo Animam Meam. Nel 2014 termina il suo primo romanzo Lettere.





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