I Walser di Riva Valdobbia

Riva Valdobbia, Rifu in Walser, è stato un comune italiano autonomo sino alla fusione con il vicino Alagna Valsesia avvenuta il 22 luglio del 2018. Oggi è una piccola frazione collocata in Val Grande, valle principale della Valsesia, tra Mollia ed Alagna. Ad ovest di Riva Valdobbia si apre la Val Vogna, valle laterale che collega Riva Valdobbia con Gressoney-Saint-Jean attraverso il colle di Valdobbia. La via del colle era frequentata da persone che andavano a lavorare all'estero, sopratutto in Francia. Le molte disgrazie che colpirono gli emigranti, di ritorno dai lavori estivi, spinsero alla costruzione di un rifugio, intitolato al canonico Nicolao Sottile. Il suono della campana collocata sulla facciata dell'edificio serviva ad indicare la via ai viandanti in difficoltà. Nella lingua locale “andare in obbia” significava andare incontro ai parenti di ritorno dai paesi esteri. Il borgo fu fondato da gruppi di coloni Walser provenienti da Gressoney-Saint-Jean. Addentriamoci nella storia di questo piccolo borgo dall'antica storia iniziando dalla conoscenza del popolo che lo fondò. I Walser, parola nata dalla contrazione del tedesco Walliser ovvero vallesano o abitante del cantone Vallese, sono una popolazione di origine germanica che abita le regioni alpine attorno al massiccio del Monte Rosa. 
I Walser appartengono al ceppo degli Alemanni, originariamente un'alleanza di tribù germaniche stanziate intono alla parte superiore del fiume Meno, e giunsero attorno al secolo VIII nell'alto Vallese, in Svizzera. Durante i secoli XII e XIII dei coloni Walser provenienti dal Vallese si stabilirono in diverse località dell'arco alpino italiano, francese, svizzero ed austriaco. L'emigrazione verso queste nuove terre avvenne, probabilmente, per una serie di cause concomitanti. La prima di queste ipotesi attiene alla sovrappopolazione delle terre dell'Alto Vallese che spinse i coloni alla ricerca di nuovi pascoli per il bestiame. Una seconda possibilità riguarda le condizioni climatiche favorevoli che resero possibile la sopravvivenza anche a quote elevate. I ghiacciai si ritirarono permettendo il transito su molti valichi alpini per buona parte dell'anno. L'ultima causa è quella relativa agli incentivi offerti ai coloni Walser da parte dei signori delle terre da colonizzare che favorirono la creazione di stabili insediamenti. Relativamente alla fondazione di un insediamento Walser, il più antico documento scritto risale al secolo XIII e riguarda la colonia di Bosco Gurin nel Canton Ticino. La frazione Peccia, di Riva Valdobbia, risulta già abitata nel 1325. 
Il nome Riva deriva dalla posizione del centro cittadino, posto alla confluenza tra il Sesia e la Vogna. Il termine Valdobbia, ripreso dal colle omonimo, deriverebbe dal detto locale “andare in obbia”, ovvero recarsi incontro ai parenti che tornavano dai lavori estivi effettuati in paesi esteri. Nel corso del tempo furono proposte altre ipotesi sulla derivazione del toponimo, tra cui quella che Valdobbia, per assonanza, derivasse da Val (che) Doppia, poiché permette l'accesso dalla Valsesia alla Valle del Lys. L'abate Gorret suppose che si trattava di Val Dubbia, poiché contesa tra i coloni delle comunità di Gressoney-Saint-Jean e della Valsesia. All'interno dell'abitato di Riva Valdobbia vi è un gioiello artistico, considerato Monumento nazionale: la parrocchiale dedicata all'arcangelo Michele. Questo edificio è molto interessante a livello artistico, sia per il grandioso affresco che ne ricopre la facciata, sia per le opere di arte sacra che sono conservate al suo interno. Un anno è scolpito nella memoria dell'edificio sacro: il 1640. Perché è importante quella data? Era il 1640 quando una piena del torrente Vogna portò con se buona parte della Parrocchiale di San Michele. 
Gli abitanti di Riva Valdobbia decisero di trasferire le funzioni nel più sicuro oratorio dedicato a Santa Maria. L'edificio sacro era da considerarsi cappella cimiteriale, e, forse, da questa funzione possiamo risalire al perché del maestoso affresco che adorna la facciata della chiesa. Se l'oratorio era la cappella di un cimitero, colui che affrescò la scena del Giudizio Universale aveva il compito di ammonire e forse spaventare le persone che si recavano al camposanto per far visita ai propri cari passati di là. Una seconda domanda che mi sono posto riguarda l'autore del magnifico affresco. Gli studiosi tendono attribuire la paternità degli affreschi a Melchiorre d'Enrico, fratello minore di Tanzio da Varallo. Se effettivamente la mano fosse quella di Melchiorre, gli affreschi aumenterebbero di fascino, poiché sarebbero stati dipinti da un ragazzo poco più che ventenne. Analizzando la storia della Parrocchiale e della famiglia d'Enrico, nella quale vi era una forte componente artistica, alcuni studiosi hanno avanzato l'ipotesi che fosse un secondo Melchiorre d'Enrico ad aver affrescato la famosa facciata ed non il più giovane, al quale si lascerebbe l'intervento al solo (bellissimo) San Cristoforo. 
Nasce ora il terzo quesito. Perché la mano dovrebbe essere quella del Melchiorre più anziano? La risposta la si trova nelle figure rappresentate nel Giudizio Universale. Sono di chiara impronta nordica, e dato che il Melchiorre più anziano aveva soggiornato per diverso tempo in Sassonia, gli studiosi hanno avanzato la teoria appena esposta. Vi è ancora una domanda cui ho trovato immediatamente risposta. Perché la chiesa è dotata di due campanili? Il primo (alto circa 34 metri) è riferibile al vecchio oratorio, e venne mantenuto malgrado i lavori di abbellimento e riedificazione della Parrocchiale. Grazie a questi lavori, nel 1661, venne edificata la seconda torre campanaria, molto slanciata rispetto alla precedente. Coloro che hanno ristrutturato l'edificio si sono spinti sino a circa 43 metri di altezza. La risposta, sulla presenza del doppio campanile, sarebbe facilmente rintracciabile nella volontà, ferrea e continuativa, degli abitanti di Riva Valdobbia di abbellire ciclicamente la loro chiesa. Terminato il secondo campanile, i lavori ripresero a partire dal 1735 per ampliare maggiormente la Parrocchiale e donargli quell'aspetto imponente che il Monte Rosa chiedeva. 
Pensavo di aver esaurito le domande, ma essendo ignorante ne sono giunte altre. Quando si è di fronte al giudizio universale sorge spontaneo chiedersi, ma perché San Cristoforo? Riva Valdobbia si trova in Valsesia, all'ombra del Monte Rosa. Nei secoli passati vi erano molti passaggi o passi che permettevano alle genti di spostarsi, proprio a ridosso della Grande Montagna. Montagna che era confine naturale, ancora prima che geografico, tra i diversi popoli. Chi era il santo protettore delle zone di confine? Lui, San Cristoforo. Appena risolto il dubbio un altro segue, ma perché è stato rappresentato smisurato rispetto agli altri personaggi? La figura del santo è davvero enorme rispetto all'affresco (già grande di suo) e tale grandezza era dovuta al fatto che il Santo si doveva scorgere da lontano, come un faro acceso nella notte buia di molti mari del Sud. L'interno della Parrocchiale riveste un grande interesse per la qualità e la quantità di opere d'arte conservate. Oltrepassata la soglia si entra in un particolare mondo sospeso tra il barocco ed il classicismo. 
Lo sguardo cade sulle numerose cappelle presenti e sulla quantità di opere che adornano le stesse. Vi è un motivo per tale ricchezza di arredi sacri. Nel corso del tempo molti oratori della valle Vogna sono stati spogliati dei loro patrimoni artistici con l'intento di trovargli riparo in questa maestosa chiesa posta, quasi, alla fine della strada della Valsesia. Oltre solo Alagna ed il Monte Rosa, splendido guardiano di tutta la valle.

Fabio Casalini

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.




Commenti

  1. Buongiorno Fabio!
    Grazie per le belle parole e storie che ci racconti.
    Io mi permetto di scriverti poche righe in merito a san Cristoforo che qui citavi! Un ulteriore motivo per il quale probabilmente era stato scelto è legato al fatto che sia il patrono dei viandanti. Relativamente alla sua "grandezza" - se non ricordo male lo ribadì una guida mentre raccontava la chiesa di San Michele al Pozzo Bianco a Bergamo, nella quale, anche qui, è presente un enorme San Cristoforo - è come scrivi: doveva essere visto da lontano. Anche perché - e questo l'ho scoperto poco fa su un sito - c'è il detto Christophorum videas, postea tutus eas (non conoscendo il latino, mi affido alla traduzione trovata, che dovrebbe suonare come "Guarda San Cristoforo e vai tranquillo!”)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao Ale, grazie per il prezioso contributo.
      Se hai voglia di leggerlo, ti lascio qui sotto un vecchio articolo in cui cerco di interpretare la figura di San Cristoforo:

      https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/2015/07/san-cristoforo-da-uomo-con-testa-di.html

      Fabio

      Elimina
  2. Mi ha sempre sorpreso la ricchezza del patrimonio religioso di quella porzione di Alpi.
    Bel post, Fabio.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Pietro.
      Un aspetto da prendere in considerazione è il profondo legame con la religiosità che ha sempre contraddistinto i popoli alpini, basti pensare alla quantità di coppelle, scivoli della fertilità, incisioni rupestri e pitture rupestri presenti nell'arco alpino.

      Fabio

      Elimina

Posta un commento