Le guerre Apache di Mangas Coloradas


“... gli tagliarono la testa e la bollirono in una grossa pentola nera. Per un Apache la mutilazione del corpo è molto peggio della morte, perché il guerriero deve vagare mutilato per l’eternità. Gli occhi bianchi in quel momento non sapevano bene quello che avevano fatto …” (Juh, Capo Apache della divisione Nednhi)

Il sud ovest degli Stati Uniti, arido e selvaggio, è stato abitato per molto tempo da diversi popoli, ma una nazione su tutte diede del filo da torcere all’uomo bianco. Gli Apache impegnarono gli Spagnoli in 250 anni di guerriglia, acquisendo da loro l’arte della tortura e della mutilazione. Sebbene non molto numerosi (probabilmente non più di 6.000 individui divisi in diverse bande) gli Stati Uniti impararono ben presto a temerli, indomabili guerrieri e tenaci difensori del loro aspro e inospitale territorio. La zona d’influenza degli Apache infatti si estendeva ad ovest dal Gila River e dalle Mogollons mountains in Arizona, fino ad arrivare ad est al Rio Grande per includere gran parte dell'attuale New Mexico sud-occidentale fin quasi al Texas. Nel 1846 l’Apacheria divenne terreno di scontro tra gli Stati Uniti ed il Messico, per cui gli americani ritenevano essenziale ottenere una pace duratura con i nativi e, all’epoca, uno dei più rappresentativi e temuti capi di guerra si identificava nel 50enne Mangas Coloradas, membro della divisione Mimbreno (Tchihende) degli Apache centrali, importante e rispettato capo tribale già da quasi 10 anni. Il Capo indiano era una figura veramente carismatica ed impressionante, alto due metri con un corpo enorme e una testa sproporzionatamente grande, possedeva uno sguardo astuto ed impenetrabile, come la folta matassa di capelli che gli pendevano fino alla vita, le labbra sottili e ben disegnate, il naso aquilino. Tutti gli apaches Chiricahua gli obbedivano ciecamente. Egli, vedendo negli americani i potenziali alleati contro gli odiati nemici messicani, firmò lo stesso anno un trattato di non belligeranza che si protrasse senza grossi problemi per diverso tempo. Quasi 15 anni dopo tale trattato Mangas Coloradas era ancora il principale ed il più stimato referente indiano per i capi dell’esercito americano. Nel 1860 purtroppo, poco prima dello scoppio della guerra civile, ad ovest del Missouri si sparse la voce che le montagne di Pinos Altos nel New Mexico ormai divenuto stabilmente territorio degli Stati Uniti, erano piene zeppe di oro, per cui una moltitudine di morti di fame muniti di pale, picconi e setacci, si riversarono nel territorio degli Apache. Era la solita storia: con i minatori arrivarono gli allevatori per creare pascoli nelle praterie desertiche e nelle zone boschive, gli agricoltori costruirono fattorie nel deserto, gli impiegati delle diligenze tracciarono le piste, i soldati vennero stanziati a protezione dei coloni. I terreni di caccia e le fonti di acqua vennero invase, la selvaggina cominciò a scarseggiare.
Le relazioni con i rappresentanti degli Stati Uniti tuttavia restavano accettabili e le razzie contro i bianchi furono circoscritte ad episodi “fisiologici”, anche perché Mangas poteva contare non solo sul suo grande carisma ma anche sulle abilità di suo genero Cochise, atletico 35enne, temibile guerriero, tattico, astuto e pieno di risorse, alto un metro e ottanta per 70 chili, divenuto capo supremo del ramo Chiricahua. Gli Apache inoltre avevano dalla loro parte le peculiarità del territorio, caratterizzato da due impenetrabili fortezze naturali: i monti Chiricahua e i monti Dragoon, tali da scoraggiare qualsivoglia invasione di campo. Sfortunatamente apparve sulla scena uno di quei personaggi che il destino a volte invia beffardo e su cui gli storici preferirebbero non soffermarsi: John Ward, un californiano che si era installato con la convivente messicana e due bambini in un ranch vicino a Fort Buchanan. Nel gennaio del 1861 una banda di giovani indiani non meglio identificati razziarono alcuni capi di bestiame del ranch rapendo uno dei figli di Ward che li stava accudendo, Felix di 12 anni. Pur senza alcuna prova certa Ward giurò alle autorità del forte che il rapimento del figlio era opera degli Apache Chiricahua. Una pattuglia di 50 uomini agli ordini del 25enne Sottotenente George N. Bascom del 7° fanteria venne quindi inviata verso l’Apache Pass per contattare Cochise e risolvere la questione. Il capo indiano accettò l’incontro e giunse all’accampamento dei soldati, in segno di pace, unitamente a 6 suoi parenti (sua moglie e 2 figli piccoli, suo fratello con 2 nipoti); Cochise negò subito ogni addebito precisando che avrebbe esperito delle ricerche in merito a tale rapimento. Bascom però non si fidò della buona fede del guerriero e, per tutta risposta, fece circondare gli indiani presenti trattenendoli come ostaggi, convinto così di poter ottenere la liberazione del bambino; solamente Cochise riuscì ad intuire per tempo la trappola e fulmineamente si divincolò dalla presa dei soldati dandosi immediatamente alla macchia. L’affronto non poteva restare impunito. Il giorno seguente 500 guerrieri Apache attaccarono una stazione di posta a Butterfield uccidendone il direttore, 9 messicani e catturando 3 ostaggi bianchi da poter scambiare con i 6 parenti di Cochise trattenuti dai soldati.
Il tenente Bascom rifiutò ogni scambio finchè il giovane Felix Ward non fosse stato rilasciato, anzi nel timore che la situazione potesse ancora peggiorare chiese altri 70 uomini di rinforzo da Fort Breckenridge, che dislocò in assetto da guerra sull’Apache Pass. Cochise aveva ormai capito le intenzioni dei soldati e, probabilmente, pensò che non avrebbe mai più rivisto i suoi parenti vivi, per cui attaccò rabbiosamente i soldati di Bascom sull’Apache Pass, i quali però respinsero l’offensiva. Cochise fuggì furente con la sua banda verso Sonora e strada facendo uccise i 3 prigionieri della stazione di posta: Sam Whitfield, William Sanders e Frank Brunner furono ritrovati cadaveri da Bascom, con segni di tortura e orrendamente mutilati. La notizia arrivò in poco tempo anche al tenente Isaiah Moore, responsabile della custodia dei parenti di Cochise, il quale come rappresaglia diede ordine di giustiziare immediatamente tre degli ostaggi: il fratello di Cochise Coyuntura ed i 2 nipoti furono quindi impiccati ad un albero. La donna con i bambini furono invece liberati. I molti tentativi di Mangas Coloradas di mantenere la pace per il proprio popolo erano ormai solo un lontano ricordo. Restavano solo odio e violenza. Le razzie di Cochise divennero furibonde oltre ogni limite immaginabile, secondo una stima successiva i dieci anni di guerra che Cochise scatenò dopo l’episodio che passò alla Storia come “l’affair Bascom” costarono oltre 5.000 vite umane, una vendetta così terribile che la buona reputazione di cui il capo aveva goduto tra i bianchi in precedenza venne del tutto dimenticata.
(A questo punto occorre aprire una parentesi per precisare che il 12enne Felix Ward fu ritrovato incolume 9 anni dopo, il 2 dicembre 1872, allorquando si arruolò come esploratore Apache nell’esercito divenendo ben presto Sergente. Il giovane indiano, visibilmente di carnagione chiara, dichiarò il suo vero nome e raccontò al comando di Green Camp di essere stato rapito anni prima da una banda di indiani Pilas, poi venduto ad un gruppo di Apache Coyoteros, che nulla avevano a che fare con la tribù di Cochise.) 
Ma all’epoca dei fatti l’odio e la vendetta erano ormai inarrestabili. Mangas conosceva bene il prezzo della guerra: le continue ed improvvise fughe per mettere in salvo la sua gente tra le montagne, il rischio ogni giorno ed ogni notte di venire attaccati, la precarietà di vita, la fame divorante, le difficoltà per vecchi, donne e bambini e l'angoscia della morte. Tuttavia con la sua terra ormai invasa dalle milizie di volontari armati l’anziano capo non potè fare altro che unire tutte le sue forze a quelle di Cochise, chiamò a raccolta i Chiricahuas, i Bedonkohes, i Chokonen e gli altri rami del popolo Apache. Guidò la danza della guerra nella notte del consiglio attorno al fuoco, al ritmo dei tamburi chiamò per nome a voce alta tutti i guerrieri migliori, confermando così la propria leadership nelle battaglie che sarebbero seguite. Morris Edward Opler, in un'intervista per il suo libro “An Apache Life-way”disse: "la notte in cui ci fu il consiglio di guerra Mangas era frenetico, fuori di sé, pur sapendo che le sue abilità fisiche sarebbero ben presto diminuite per l’età avanzata, sentiva dentro di sé il potere delle preghiere degli sciamani. Sapeva di poter ancora precedere i propri guerrieri in battaglia. Sarebbe stato spietato e selvaggio”.
Con il suo genio militare e la sua diplomazia inter-tribale Mangas Coloradas riuscì per la prima volta a confederare le varie nazioni Apache in una guerra senza quartiere. Nonostante la sua età, grazie al suo carisma ed alla straordinaria forza fisica mantenne la supremazia e impose le proprie decisioni, battendosi spesso in scontri corpo a corpo con i guerrieri più giovani, ottenendo da tutti rispetto e timore verso la sua persona. Con lo scoppio della guerra civile le forze unioniste si ritirarono in gran parte dall’ovest dirigendosi verso il Rio Grande per combattere i confederati. I coloni, ormai alla mercè delle bande apaches, cominciarono a lasciare le loro case scappando verso est. I messicani evitavano ogni resistenza spostandosi a sud del confine. Cochise e Mangas presero possesso di ogni pista, controllarono ogni sorgente d’acqua, tranciarono ogni palo del telegrafo. La linea ferroviaria nei pressi del Cooke’s canyon era interrotta e le miniere di Pinos Altos isolate. Le famiglie di bianchi da Mesilla fino a Tucson erano terrorizzate, anche fuggire diventava sempre più rischioso. Tra le comunità di coloni non passava giorno senza che giungessero notizie di massacri, torture e orrende mutilazioni. In assenza dei soldati regolari le milizie di volontari non riuscivano a far fronte all’emergenza in maniera adeguata. Nei primi anni ’60 dell’800 gli Apaches di Mangas e Cochise gettarono una rete di sangue e terrore su Nuovo Messico e Arizona. Entrambi i capi subirono ferite nei combattimenti, perdendo dozzine dei migliori guerrieri, inclusi parenti, amici e alleati. E la controffensiva dei nemici era nell’aria, i bianchi morivano a mucchi ma non mollavano la presa, difendendo la terra che era stata degli Apaches come dei cani rabbiosi addentano un osso appena rubato. I messicani cominciarono ad affacciarsi nuovamente sul confine inviando da sud truppe di rurales, i soldati confederati oltre a combattere la loro stessa gente provavano ad attaccare anche i villaggi indiani della sierra a nord di Chihuahua, il vaiolo inoltre devastava continuamente le bande di Chiricahua vicino ai villaggi messicani di Janos e Fronteras. Ma soprattutto una minacciosa colonna di oltre 2.000 soldati volontari dell'Unione armati di cannoni, sotto il comando del Generale di Brigata James Henry Carleton - un uomo che avrebbe sviluppato un rabbioso odio per Mangas e Cochise – si era messa in marcia dalla California verso il territorio Apache, decisa a fermare il caos ed a riaffermare il controllo degli Stati Uniti nell’intero sud-ovest. Il 14 luglio 1862, un contingente della colonna di Carleton, formato da 120 volontari di fanteria, venne sorpreso da 200 guerrieri di Mangas e Cochise mentre si abbeverava ad una sorgente sull’Apache Pass. Nel duro combattimento che ne seguì Mangas subì una terribile ferita da arma da fuoco e fu subito trasportato dai suoi guerrieri fino alla città di Janos, in Messico, ad una distanza di circa 120 miglia, per essere curato dal medico del paese, costantemente sotto minaccia dei guerrieri, pena l’uccisione di tutti gli abitanti del villaggio: il vecchio Mangas sopravvisse e cominciò a pensare alla pace. 

Ormai sulla settantina, il vecchio capo appena ristabilito convocò un nuovo consiglio nel quale, contro il parere degli altri capi, espresse l’intenzione di andare a parlamentare con il Gen. Joseph R. West, incaricato da Carleton di occuparsi della controffensiva. Il 17 gennaio 1863, mentre gli emissari Apache si muovevano per contattare i responsabili dell’esercito, il destino giocò nuovamente le sue carte truccate: nei pressi dell’accampamento di Mangas, a Pino Alto, si trovò a passare una milizia di volontari composta da circa 60 minatori alla guida di Joseph R. Walker. Secondo la successiva testimonianza di uno dei volontari, tale Daniel Conner, i cercatori d’oro erano consapevoli di essere finiti in pieno territorio Apache, per cui maturarono la convinzione che se fossero riusciti a rapire e trattenere come ostaggio Mangas Coloradas avrebbero avuto qualche possibilità di raggiungere il forte incolumi, ottenendo magari anche un premio dal comandante della guarnigione. Alzarono quindi una bandiera bianca e chiesero di parlamentare con il vecchio capo che, convinto di essere di fronte agli uomini inviati da Carleton, si presentò da solo e cadde nella trappola. Un gruppo di sprovveduti era riuscito laddove l’esercito, dopo anni di guerriglia, aveva fallito. Il capo indiano si fece accompagnare a Fort MacLane, dove fu subito imprigionato e interrogato dal Gen. West in persona il quale, tuttavia, non riuscì a strappargli alcuna utile informazione. Al termine dell’interrogatorio si dice che l’alto ufficiale lasciò il vecchio capo nelle mani di un manipolo di guardie, esclamando con un fil di voce: “lo voglio morto”. Quella notte era di guardia Daniel Conner il quale, nelle sue memorie, racconta quanto segue: “verso le 9 ho notato che due soldati stavano facendo qualcosa al prigioniero, ma smisero appena mi avvicinai al fuoco per scaldarmi … dal mio punto di osservazione scoprii che stavano arroventando le baionette con le quali bruciavano i piedi e le gambe di Mangas che, peraltro, subiva impassibile senza emettere il benché minimo lamento. Continuarono a torturarlo fino a quando Mangas, riuscendo ad appoggiarsi sul gomito sinistro, guardò i soldati dicendo loro che potevano anche smetterla, lui non era un bambino e non aveva più voglia di giocare … i due soldati furiosi gli spararono tre colpi di revolver in faccia uccidendolo all’istante”. 
Sempre secondo Conner un ufficiale, udendo gli spari, accorse subito ma quando le guardie gli dissero che Mangas era stato ucciso perché aveva tentato di fuggire, tornò a dormire. Al mattino il soldato John T. Wright, appena montato di guardia, vide il cadavere del capo indiano giacere in un angolo, gli si avvicinò e gli strappò lo scalpo. Un po’ più tardi il corpo di Mangas fu gettato in una fossa comune, ma di lì a poco il medico dell’esercito lo fece disseppellire e decapitare. La testa fu bollita per rimuovere la carne ed il teschio fu inviato presso l’università frenologica di New York, dove il dottor O. S. Fowler, dopo averlo misurato e studiato nei minimi dettagli, dichiarò alla stampa che quello era il cranio più grande che avesse mai visto.
La notizia dell’omicidio e della mutilazione del grande Capo Mangas Coloradas raggiunse in breve tempo tutti i villaggi nativi del sud ovest, sortendo l’unico effetto di aumentare a dismisura l’odio delle tribù e la sete di vendetta di Cochise. Lo scontro tra Apache e bianchi sarebbe continuato per altri 25 anni. 
“Ero una bambina, quando il nonno Mangas mi sollevava da terra per farmi giocare, mi guardava dritta negli occhi e mi leggeva dentro, mi sentivo come se egli potesse scrutare nella mia mente e nel mio cuore. Erano occhi luminosi e gentili, ridevano e scherzavano, ma sapevo che quegli stessi occhi, da un momento all’altro, sarebbero potuti diventare feroci e spietati” (Dilth-Cleyhen figlia di Victorio, genero di Mangas Coloradas) 

Sergio Amendolia


Bibliografia
James L. Haley – Apache. Storia e cultura di un grande popolo - Mursia

Lee Miller – Il respiro della prateria – Rizzoli

Dee Brown – Seppellite il mio cuore a wounded knee – Mondadori

Citazioni
Ruth McDonald Boyer, Narciissus Duffy Gayton – Apache mothers and daughters

Conner Daniel Ellis – Joseph Reddeford Walker and the Arizona Adventure

Morris Edward Opler - An Apache Life-way

SERGIO AMENDOLIA
Nato 55 anni fa a Genova, sposato con 2 figli, 2 gatti e un cane, ho sempre guardato con stupore l'orizzonte e tutto ciò che quella linea rappresenta e contiene, convinto che dove il cielo finisce si celano sempre spazi e tempi lontani, spesso inesplorati o conosciuti poco e male. Forse per questo mi attira l'impostazione di questo blog ed i veli della Storia che gli articolisti provano spesso a sollevare, perché conoscere è importante e aiuta a capire ciò che siamo e come lo siamo diventati. Oltre alla nostra bella Italia ed alla sua impareggiabile ricchezza di arte e storia, mi affascinano molto gli scenari mozzafiato dell'Ovest Americano. In questi ultimi anni ne ho percorsi alcuni, ancora una volta cercando di varcare orizzonti i cui contorni sfuggono in continuazione, dimensioni che ho provato a malapena ad intuire nei volti dei nativi che ancora oggi si incontrano nelle riserve: a volte duri, scolpiti e aridi come i monoliti di arenaria rossa, probabilmente gli unici in grado di metabolizzare la sensazione di infinito che pervade quelle terre lontane. Per questo mi piace, quando il tempo libero me lo permette, collaborare con riviste e pagine web, tentando di approfondire le vicende che hanno caratterizzato la storia di quei popoli d'oltreoceano, in particolare l'epopea del West, con un occhio particolare agli uomini e alle donne che la vissero davvero, fuori dai luoghi comuni e dai grandi miti costruiti da Hollywood.

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