L'antro delle dee. Un'interpretazione del sacro in una valle prealpina

Per chi abita nell’alta provincia di Varese, c’è una terra dal fascino indiscusso, che evoca misteri ed enigmi. È la Valganna, valle di origine glaciale che si estende dall’estremità nord di Varese fino al lago di Lugano e fin dall’antichità importante via di comunicazione tra le Alpi e la pianura. Qui, in uno scenario selvaggio, tra rocce, grotte, torrenti e gole, si intrecciano e si confondono storia e leggende. Il nome di Ganna, il centro più importante della valle, è infatti legato indissolubilmente alla figura di san Gemolo, santo il cui martirio ha “consacrato” queste terre (per la vicenda di san Gemolo rimando al mio articolo Il santo che perse la testa). Cuore pulsante per la venerazione del santo è la badia a lui dedicata ed è questo il luogo su cui vorrei soffermarmi. L’edificio, dalla chiara origine medievale, che si innalza con le sue forme massicce nei pressi delle rive del torrente Margorabbia, è formato dalla chiesa, dai locali abbaziali e dalla foresteria. Quando il terreno umido rilascia nubi di vapore, avvolge la badia in una mistica aura di mistero. Ma non è solo questo che fa della badia un luogo enigmatico. Tutto qui fa nascere tante domande, a iniziare dal chiostro, che qui non ha la consueta pianta quadrata, ma si sviluppa come un pentagono irregolare. Le ragioni di questa scelta a tutt’oggi non sono ancora ben chiare. Anche la stessa chiesa, sempre avvolta in una quieta penombra, ispira una grande suggestione. Proprio nella chiesa si trova un angolo molto particolare, che corrisponde esattamente alla prima campata della navatella destra. Qui si trovano gli affreschi meglio conservati di tutto il complesso. Si passa attraverso un arco a tutto sesto, che nell’intradosso mostra quattro medaglioni quadrilobati con altrettanti profeti, mentre il punto centrale è occupato dal volto di Mosè con le tavole della legge.

La Signora

Richiama subito l’attenzione però, l’affresco della Madonna della Misericordia. L'affresco occupa l'intero spazio della parete a ovest. La cornice, adorna di motivi geometrici, segue le forme della campata e forma uno spazio racchiuso in un arco a tutto sesto. Nella parte superiore sono presenti due spazi romboidali al cui interno si trovano figure antropomorfe alate dalle teste di animale, un'aquila e un leone, simboli dei due evangelisti Marco e Giovanni. Tra i due evangelisti, all'interno di una cornice tonda, è rappresentato il Padre eterno che regge un cartiglio tra le mani. Ai lati della cornice si sviluppano due ghirlande verdi, con frutti simili ad arance. All'interno della squadratura architettonica della cornice si trova l'affresco che ha come figura centrale la Madonna della Misericordia. Nella zona superiore è presente un coro di quattro angeli: due incoronano la Vergine e gli altri due sorreggono il manto blu dall'interno color porpora. Ogni angelo, inoltre, tiene tra le mani un cartiglio con una diversa orazione:


Maria mater gratie Mater misericordie

Regina celi letare alleluia 

Hec est regina mundi et flos virginitatis

Tu es stella maris et fons pietatis

Al centro dell'affresco si erge maestosa la Vergine, dallo sguardo enigmatico rivolto all’infinito, caratterizzato da un colorito pallido che contrasta con il rossore delle guance. L'aureola e la corona richiamano in qualche modo le opere di oreficeria lombarda del '300 mentre, sul capo, un velo bianco fa intravedere una chioma dai riflessi ramati. Il vestito della Vergine, stretto in vita da una cintura azzurra, mostra decorazioni damascate color oro che, insieme alle pieghe, gli conferiscono forti connotati realistici. Le spalle e la braccia sono ricoperte da un grande manto di colore blu allacciato al collo con un medaglione dorato di forma ovale. La parte interna del manto è color porpora, solcato dalle pieghe in chiaroscuro e fa da sfondo alle delicate mani di Maria che reggono altri due cartigli:

Ego sum rosa sine spina peccatorum medicina et flos medicamentorum

Qui adorandam me invenit inveniet vitam et havriet salutem a domino


I piedi della Vergine poggiano su un alto stipite, ma sono coperti da un grande cartiglio sorretto a destra da una donna dalla chioma bionda e a sinistra da un uomo dalla tunica grigia:

Sistus papa [...] / vice XII Milia annos de vera indulgentia [...] / Maria Mater dei Regina celi [...] / Domina mundi Singularis [...] / Tu concepisti Yhesum

A destra di Maria si raccoglie un gruppo di otto uomini, mentre a sinistra sono visibili dieci donne, con acconciature e volti ben caratterizzati. Purtroppo, l’apertura di una porta ha completamente distrutto la parte di affresco con i corpi di queste donne.

Secondo alcuni recenti studi, l'affresco è databile agli anni ‘80 del XV secolo e attribuibile alla cerchia di Guglielmo da Montegrino. Sappiamo certamente che l'affresco è stato commissionato da Leonardo Sforza Visconti, abate commendatario della badia di Ganna dal 1482. Il tema della Vergine della Misericordia rientra all'interno della grande disputa sul dogma dell'Immacolata Concezione di Maria, sviluppatasi tra il 1400 e il 1500, durante il quale si aprirono grandi scontri teologici tra domenicani, che non accettavano il dogma, e francescani-benedettini che invece lo riconoscevano. Nel 1482, papa Sisto IV introdusse a Roma la festa liturgica della Concezione. Con la bolla Grave Nimis ribadiva la dottrina dell’Immacolata Concezione e indicava che fosse data ampio spazio alla professione della dottrina. Inoltre, incoraggiò la recitazione di una preghiera composta appositamente per la Vergine immacolata che concedeva all'orante dodicimila anni di indulgenza. L'abate Leonardo, attraverso la commissione di questo affresco, accettò pienamente le indicazioni di papa Sisto IV e volle dimostrarlo in modo tangibile, in una forma immediatamente comprensibile.

Un inno al femminile

Ma l’interesse non si esaurisce a questa figura. All’altra estremità della campata si trova un arco decorato con le pitture di quattro sante a grandezza naturale. Sulla spalla dell’arco a ridosso della parete sud, c’è una figura femminile vestita di bianco e ammantata di rosso. L’abito, di gusto tardomedievale, ha uno scollo quadrato orlato di verde. La donna porta al collo un medaglione ovale, che ricorda vagamente nelle forme una croce celtica, e un diadema sulla fronte. L’attributo che la rende immediatamente riconoscibile è la grande tenaglia che stringe la mammella che le è stata staccata (la carne viva si intravede appena sopra lo scollo dell’abito). È senza dubbio sant’Agata. Agata, bella e nobile ragazza di Catania, venne destinata a sposare il console romano Quinziano. Rifiutò il matrimonio per seguire Cristo e ma tutti i tentativi di corromperla fallirono. Quinziano volle punirla strappandole il seno, menomazione della quale venne guarita da san Pietro. Agata tuttavia non sfuggì al martirio, che avvenne tramite il fuoco. Il supplizio dell’asportazione del seno fece di Agata una delle sante più venerate, poiché fu decretata protettrice delle balie, delle donne allattanti e delle malattie del petto. Agata è un inno alla vita: celebre è anche l’episodio in cui, mentre era portata presso Quinziano, inciampò e dalla terra arida spuntò un olivastro. 

Nei proverbi popolari si dice che per sant'Agata, festeggiata il 5 febbraio, la terra rifiata, cioè si libera dal gelo per rianimarsi, libera la vita nascosta dei germi in preparazione della primavera. Nel passato la festa di sant’Agata si allacciava con quella della Candelora, la Purificazione, con rituali di luce e fuoco.

Di fronte alla figura di sant’Agata, sul pilastro che divide la navata destra da quella centrale e che costituisce l’altra spalla dell’arco, si trova un’altra figura femminile di cui resta visibile solo il volto, mentre il corpo rimane ancora celato sotto uno strato più recente di intonaco. Tuttavia, a un’osservazione più attenta, si nota che anche questa figura è accompagnata da un attributo, anche in questo caso una tenaglia, che stavolta stringe un dente. Anche per questa figura l’interpretazione è inequivocabile. Si tratta di santa Apollonia, le cui vicende sono collocate dall’agiografia nel III secolo d.C. Apollonia, un'anziana donna cristiana non sposata che aveva aiutato i cristiani e fatto opera di apostolato, venne catturata durante una rivolta. Secondo la tradizione popolare le furono cavati i denti con le tenaglie. Venne poi preparato un gran fuoco per bruciarla viva. La santa si lanciò da sé tra le fiamme, dove morì. Sant’Apollonia è ricordata il 9 febbraio, pochi giorni dopo sant’Agata. È tradizionalmente invocata contro i problemi dentali. Tuttavia, in alcune zone del nostro Paese, la sua festa è ancora celebrata con riti di carattere agreste. Dunque, abbiamo un’altra santa che accompagna il risveglio della terra.

Altre due figure femminili ci osservano dall’alto dell’intradosso dell’arco. Immediatamente sopra sant’Agata, si vede una figura con una veste dorata e motivi damascati di colore rosso. Le maniche sono verdi, parzialmente coperte da un manto scarlatto allacciato al collo, mentre il capo è velato di bianco. Ai piedi della figura, possiamo notare una creatura curiosa, con le ali da pipistrello. Qui l’identificazione potrebbe ricadere su santa Margherita di Antiochia, vissuta nel III secolo d.C. Si dice che mentre pascolava il gregge, fu notata dal prefetto Ollario, che tentò di sedurla. Margherita confessò la sua fede e lo respinse: umiliato, il prefetto la denunciò come cristiana. Nel carcere, Margherita venne visitata dal demonio, che le apparve sotto forma di drago e la inghiottì. Ma Margherita, armata della croce, gli squarciò il ventre e uscì vittoriosa. Dopo questo episodio, venne nuovamente interrogata e torturata. Morì per decapitazione dopo molti supplizi. Grazie all’episodio della liberazione dal ventre del demonio, Margherita è invocata dalle partorienti per chiedere la grazia di un parto senza complicazioni. Anche in questo caso abbiamo una santa legata alla vita e alla nascita.
Per finire, sull’altra metà dell’intradosso si scorge un’altra figura femminile abbigliata con una veste bianca e una sopravveste rossa. Sulle spalle indossa un mantello dorato orlato di verde. Tra le mani regge un cesto, al cui interno si intravedono tre mele e tre rose. L’identificazione lascia pochi dubbi: si tratta di santa Dorotea. Dorotea nacque a Cesarea, città della Cappadocia. Dorotea è associata a Teofilo, prima suo persecutore, poi convertito da lei al Cristianesimo e infine testimone della fede col martirio. Il preside di Cappadocia, Sapricio, sentì elogiare le virtù della giovane e la fece condurre al suo cospetto. Le ordinò di sacrificare agli dei, ma ne ottenne un pronto rifiuto. Sapricio la sottopose a numerosi tormenti, ma lei manteneva la sua serenità. Fu condannata alla decapitazione e, mentre si recava al martirio, passò accanto a Teofilo, un uomo di legge, che la schermì dicendole di portare delle mele che avrebbe trovato una volta giunta nel giardino di Cristo. Quando la santa fu davanti al ceppo, apparve accanto a lei un fanciullo bellissimo che portava un cesto contenente tre mele e tre rose. L'uomo di legge stava ancora scherzando con i colleghi della beffa quando ricevette quel dono inatteso, e subito capì essere qualcosa di soprannaturale. Subito chiese perdono a Dorotea e Sapricio, per timore che il suo gesto potesse convertire altri pagani, lo condannò alla decapitazione. 

Dorotea è sempre rappresentata con i fiori. Si dice persino che l’usanza del bouquet di nozze sia un omaggio alle nozze di Dorotea con Cristo. Dorotea si configura quindi come la santa del mondo vegetale, della vita che sboccia e si rinnova. La sua festa è collocata il 6 febbraio.

Ci troviamo quindi di fronte a una teoria di sante, tutte legate alla vita e alla rinascita, e sorvegliate da Maria, la grande madre. Anche il fatto che la maggior parte queste sante venga festeggiata a febbraio non è un caso. Febbraio è il mese delle grandi madri: Brigida, Maria, Agata. È il mese delle donne allattanti, è il mese della februa, la purificazione in preparazione della nuova vita che arriva. Questa piccola campata dedicata al femminile è una sorta di utero primordiale, una grotta dove si intrecciano i motivi vegetali, potente richiamo alla vita. Le quattro sante sono quattro dee, ma anche sibille. In un dipinto all’ingresso della badia, Gemolo è seduto su un cavallo bianco e raffigurato nell’atto di ricollocarsi il capo mozzato. È circonfuso di luce, come un novello dio solare, un novello Apollo. E le sibille sono le sue leggendarie sacerdotesse con il dono della veggenza. Abitano in grotte accanto a sorgenti e corsi d’acqua, in luoghi molto simili all’aspra Valganna. Infine, queste sibille condividono questo spazio primordiale con i quattro profeti, anche loro veggenti, dell’arco contiguo, a cui si è fatto accenno prima. Sono donne e uomini che, secondo la tradizione, annunciarono e testimoniarono il divino.
Terra sacra

Tutto sembra trovare una sua collocazione. La Valganna è terra di grotte e di acque. La grotta è il ventre della terra, sede di un’energia potente e inarrestabile. L’acqua, bene prezioso perché nutre la vita e purifica, è oggetto di antichi culti. La stessa importanza è attribuita alle sorgenti, dove il prezioso elemento vede la luce, dopo essere rimasta nelle viscere della terra: una sorta di rinascita che si ripete all’infinito. Gemolo, con il sangue della decapitazione, ha risacralizzato la fonte nei pressi della badia e ha consegnato un culto primordiale per la vita all’universo cristiano, che lo ha fatto proprio. 
I templi cristiani ora custodiscono gli antichi luoghi di venerazione. La cappella è un utero, casa di terra segreta e sacra, luogo di potere. La badia di Ganna è una sorta di tempio della natura, della sapienza occulta, un luogo di ingresso nei segreti della Madre Terra, un santuario femminino, acquatico tra montagne magiche e sacre.

Claudia Migliari

Bibliografia
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1999 - Tracce di storia dell’Abbazia di S. Gemolo in Valganna, Nicolini Editore, Gavirate

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2012 - Santi & simboli, Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna

CLAUDIA MIGLIARI
La storia di Claudia inizia in un giorno di fine aprile del 1980. Il luogo dove è nata e cresciuta, il lago di Lugano, terra di confine e di contrasti, dove l'asprezza e il rigore delle montagne cedono il passo alla dolcezza mediterranea dei laghi, forma il suo carattere poliedrico. Da sempre appassionata di tutto ciò che la può portare in epoche lontane, si butta a capofitto sul disegno, sulla musica, sulla storia. Nel 1999 inizia la sua avventura come guida turistica presso una villa rinascimentale, dove ancora collabora. L'attività la coinvolge tanto, che nel 2005 consegue la certificazione ufficiale di guida turistica. Nel frattempo, conclude i suoi studi di lingue (e, naturalmente, storia delle lingue) e inizia a lavorare come traduttore, sua attuale professione. Ha al suo attivo la traduzione di quasi un centinaio di libri sugli argomenti più disparati, dalle fiabe e dalla narrativa per ragazzi, fino a libri di scultura su pietra e su legno e sulla storia della smaltatura dei metalli. Da marzo 2015, Claudia è segretario della Pro Loco del suo paese, Bisuschio, e continua le sue attività artistiche, prosegue con lo studio del canto lirico e... è sempre in giro per chiese o luoghi storici, purché siano antecedenti all'Ottocento! Per concludere, Claudia ha una fluente chioma ribelle e rossa, vive sola con un gatto nero, ha la casa piena di libri e ama studiare e conoscere i principi curativi delle erbe. Che cosa avrebbe pensato di lei un inquisitore?


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