La strage delle Fonderie Riunite di Modena

L'eccidio delle Fonderie Riunite di Modena fu una strage che avvenne il 9 gennaio del 1950. Quel giorno, per impedire l'occupazione della fabbrica da parte dei manifestanti, gli agenti delle forze dell'ordine spararono sulla folla uccidendo 6 persone e ferendone oltre 200. Non è possibile comprendere questo evento senza calarci nell'atmosfera che si viveva, a Modena come in altre città, nei mesi successivi la fine del secondo conflitto mondiale.
Tra il 1947 e la fine del 1949 a Modena furono arrestati quasi 500 persone per vicende legate alla lotta di liberazione. Nello stesso periodo oltre 3000 braccianti furono denunciati per l'occupazione delle terre. L'atmosfera si riscaldò ulteriormente quando gli industriali decisero di aumentare la produzione, al fine di esportare i beni, riducendo il salario degli operai. Le manifestazioni di protesta ebbero come epilogo il licenziamento dei lavoratori legati ai sindacati e ai partiti della sinistra italiana. Gli industriali, per indebolire il potere dei sindacati, introdussero una elevata disparità salariale, legando le retribuzioni all'effettiva produzione. Nel gennaio del 1949 si svolse, sempre a Modena, una manifestazione contro le serrate delle imprese. Quando il segretario nazionale della Cgil finì il discorso si scatenò un violentissimo scontro tra manifestanti e forze dell'ordine. L'ultimo tassello che dobbiamo inserire è rappresentato dalla massiccia presenza della Polizia di Stato ai cancelli delle fabbriche. Gli industriali, per evitare picchetti, chiesero la collaborazione delle forze dell'ordine, che dovettero intervenire oltre 180 volte in due anni.
In questo ambiente, decisamente surriscaldato, avvenne la strage delle Fonderie Riunite di Modena.
Alla fine del 1949 il proprietario dell'azienda, Adolfo Orsi, decise di licenziare tutti i suoi dipendenti, oltre 500, per poter riassumere solo le persone che non erano iscritte ai sindacati, o ai partiti di sinistra. Orsi decise inoltre di effettuare una serrata di un mese, di abolire ogni bacheca sindacale o partitica all'interno dell'azienda, di discriminare le donne chiudendo le stanze dove le operaie potevano allattare i figli ed addebitare il costo della mensa in busta paga. I sindacati non poterono restare inermi e decisero uno sciopero generale per il 9 gennaio del 1950. La Questura di Modena decise di negare l'utilizzo di qualsiasi piazza ai manifestanti.
Ora iniziano i problemi di ricostruzione della vicenda, poiché le fonti sono discordanti su alcuni punti. Sicuramente la delegazione parlamentare, insieme a quella sindacale, ricevuta dal Questore della città, non ottenne l'utilizzo della piazza per la manifestazione. Nei giorni precedenti quel terribile 9 gennaio oltre 1500 rappresentanti delle forze dell'ordine confluirono in città per presidiare le Fonderie Riunite. Alcuni di essi si appostarono sul tetto della fabbrica per gestire la meglio l'ordine pubblico. Malgrado il divieto di utilizzare la piazza, gli operai decisero di effettuare comunque lo sciopero.
Lottavano per un lavoro, per sé stessi, per le proprie famiglie. Lottavano per dare un futuro diverso ai propri figli. La mattina del 9 gennaio 1950 spuntarono le mitragliatrici dal tetto della fabbrica. I dimostranti non occuparono la linea ferroviaria che tagliava in due la città, separando la fabbrica dal centro della città. La ferrovia divenne il limite invalicabile, quello da non oltrepassare per non scatenare la reazione delle forze dell'ordine. Verso le 10 del mattino un esiguo numero di operai decise di avvicinarsi ai cancelli della fabbrica.
All'improvviso un carabiniere sparò un colpo di pistola all'indirizzo di un operaio, Angelo Appiani, che morì sul colpo. Seguendo l'esempio del rappresentante delle forze dell'ordine, i colleghi appostati sul tetto aprirono il fuoco con le mitragliatrici in direzione dei lavoratori che si trovavano nelle vicinanze del passaggio a livello chiuso, poiché si attendeva il transito di un treno. Due persone morirono sul colpo, Arturo Malagoli e Arturo Chiappelli. Molti operai riportarono ferite. Secondo alcune ricostruzioni si assistette a comportamenti criminali da parte dei rappresentati dello stato. In via Santa Caterina un operaio fu circondato dai carabinieri. Roberto Rovatti, questo era il suo nome, fu ucciso con i calci dei fucili. In via Ciro Menotti si presentò un blindato che aprì il fuoco sulla folla. Cadde un lavoratore, Ennio Garagnani il suo nome. Verso mezzogiorno un altro lavoratore, Renzo Bersani, fu ucciso dai carabinieri mentre attraversava a piedi l'incrocio posto alla fine di via Ciro Menotti. Alla fine della giornata si contarono 6 morti e moltissimi feriti: secondo le cifre ufficiali furono 15, secondo i manifestanti oltre 200.
Come si spiega questa incredibile discordanza nei numeri?
Facile presumere che molti operai feriti non si presentarono negli ospedali per paura di essere arrestati e successivamente discriminati nelle rispettive fabbriche.
Le reazioni da parte degli organi di stampa furono durissime. L'Avanti! Titolò “Affoga nel sangue il governo del 18 aprile”, scrivendo che l'eccidio delle Fonderie Riunite di Modena era il più brutale massacro dalla fine della guerra.
L'Unità titolò “Tutta l'Italia si leva contro il nuovo eccidio”.
La piazza rispose come doveva. A Roma accorsero oltre 100.000 manifestanti per confortare i colleghi di Modena. In tutte le grandi città italiane furono organizzate proteste e scioperi. Anche la politica non si risparmiò. La deputata modenese Gina Borellini lanciò le fotografie degli operai morti in faccia al presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Il gesto della Borellini fu compiuto con grande fatica poiché era amputata ad una gamba. Possiamo immaginare la forza con la quale discese dal suo banco per affacciarsi a quelli riservati ai rappresentanti del Governo in carica.
Una voce fuori dal coro, come spesso accadeva, fu quella del padre di Peppone e Don Camillo: Giovannino Guareschi. Sul giornale Il Candido del 22 gennaio del 1950 sostenne la tesi del complotto comunista con le seguenti parole: “Il concentramento rapido di grandi masse reclutate nelle campagne da parte dei trinariciuti ai quali faceva comodo qualche morto per alimentare il già innato odio del proletariato contro le Forze dell'Ordine e quindi contro il Governo”.
Guareschi si spinse oltre scrivendo che “pur essendo la Polizia perfettamente al corrente che i rossi preparavano un'azione in grande stile, quindicimila o ventimila trinariciuti hanno potuto tranquillamente radunarsi e compiere la loro azione di forza”. Rincarò ulteriormente la dose: “L’impeto col quale la massa si è lanciata contro l'esiguo presidio di polizia è stato selvaggio e se i tutori dell’ordine avessero perso la testa (come qualche giornalista indipendente purtroppo ha scritto) ne sarebbe uscito uno spaventoso macello. Gli uomini della Polizia, dopo aver tentato invano di fermare la marcia della mandria scatenata, aggrediti e percossi, per non essere sopraffatti e maciullati hanno dovuto sparare. La colpa è di chi ha organizzato la Marcia su Modena e di chi non ha avuto il buonsenso di stroncarla prima che le colonne provenienti dai paesi arrivassero a riunirsi in città”.
Il termine trinariciuto era un epiteto spregiativo coniato da Guareschi per gli iscritti al partito comunista a causa della loro credulità e sudditanza nei confronti delle direttive del partito. Essendo diversi, quasi di un altro mondo, li raffigurò con tre narici.
Le comunicazioni ufficiali del Ministero parlarono di un “assalto ai reparti di Polizia” e di “reiterata disobbedienza all'ordine legittimamente impartito di disperdersi”.
Il giorno 11 gennaio si svolsero i solenni funerali delle vittime dell'eccidio alla presenza di oltre 300.000 persone.
Nel processo tutti e 34 i lavoratori arrestati furono assolti con formula piena per non aver commesso il fatto. I funzionari di Polizia furono condannati per l'uso troppo frettoloso delle armi. Lo Stato risarcì le famiglie delle vittime di Modena.
Pochi giorni dopo l'eccidio delle Fonderie Riunite, in prefettura, fu trovato l'accordo per la riapertura della fabbrica. Nessun operaio fu licenziato. Unica condizione posta dall'azienda fu quella della gradualità nella riammissione al lavoro di tutti i dipendenti.
Il popolo chiedeva lavoro.
Lo stato rispose con il piombo.

Fabio Casalini

Bibliografia 
La Gazzetta di Modena, Modena: l’eccidio alle Fonderie: un colpo di pistola poi la mitragliatrice sulla folla, 8 gennaio 2018 

La Gazzetta di Modena, Un film racconta Gina Borellini donna coraggiosa, 19 febbraio 2018 

Gianmarco Calore, Modena 9 gennaio 1950: l'eccidio delle Fonderie Riunite, su Polizia nella storia, 31 maggio del 2015 

Lorenzo Bertucelli, All'alba della repubblica. Modena 9 gennaio 1950. L'eccidio delle Fonderie Riunite, Edizioni Unicopli, 2012 

Lorenzo Bertucelli, Sindacato e conflitto operaio. Le Fonderie Riunite di Modena e il 9 gennaio 1950, in Rassegna di storia contemporanea, nº2, 1996 

Eliseo Ferrari, Le Fonderie Riunite di Modena, Roma, Editrice Sindacale Italiana, 1974 

Eliseo Ferrari, Un filo rosso per il lavoro: da quel 9 gennaio 1950, 2ª ed., Modena, il Fiorino, 1997 

Francesco Tinelli, Era il vento, non era la folla: Eccidio di Modena, 9 gennaio 1950, Bébert Edizioni, 2015

Consiglio l'ascolto della canzone "La strage delle fonderie" del gruppo musicale Modena City Ramblers, cui va il mio personale ringraziamento per aver ricordato questo triste evento.

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

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