Il delitto di Sarzana e il risarcimento di Mussolini

4 gennaio 1937. È sera. Nel Collegio delle Missioni di Sarzana, in provincia della Spezia, il silenzio si aggira indisturbato per i bui corridoi. Tutti gli studenti sono nelle loro camere, qualcuno studia, qualcuno chiacchiera, qualcuno fuma di nascosto dai sorveglianti una sigaretta, in attesa della cena.
Sono le 18.18 quando 4 colpi di pistola squarciano improvvisi il silenzio. Due studenti che sono nel corridoio, per andare da un’ala all’altra dell’edificio, sentono i colpi, si guardano stupiti, si interrogano, accorrono all’ufficio di don Umberto Bernardelli, rettore del collegio per capire cosa sia successo. È da lì che gli spari sembrano arrivare. Mentre stanno arrivando in prossimità della stanza, un uomo, dal volto coperto con una sciarpa e con un grosso cappello sulla testa, li vede e non esista a sparare anche contro di loro. Uno cade a terra, ferito gravemente a un fianco. È Leonardo Bassano. L’altro, Alfredo Collini, rimane incolume. La fuga dell’uomo continua, mentre nei corrodi si diffonde il panico. Arrivato alla portineria incontra don Andrea Bruno, coadiutore del collegio. Lo sconosciuto incappucciato, nuovamente senza esitazione, esplode due colpi in direzione dell’uomo, che cade a terra ferito a morte. Fugge indisturbato con un bottino di L. 15.500, mentre urla e voci concitate sostituiscono il silenzio di pochi minuti prima.
Arrivano i soccorritori. Il rettore giace nel suo ufficio, riverso sulla scrivania senza vita. C’è sangue dappertutto. Lo studente ferito è subito soccorso, così come don Andrea, che ancora vivo, sostiene di aver riconosciuto il criminale ma di non ricordarne il nome. Durante il trasporto in ospedale perde conoscenza e dopo pochi minuti muore.
Cominciano le indagini, la stessa sera. Chi può essere entrato senza destare sospetti all’interno del collegio? A chi si riferiva don Andrea in punto di morte?
Nel frattempo a Sarzana si parla del delitto. Ognuno dice la sua. Al bar, per strada, in piazza davanti alla chiesa all’orecchio del vicino perché “spettegolare non sta bene, non si fa”, riuniti davanti al fuoco, a cena. Si parla molto e fra le tante cose dette, una su tutta risulta molto interessante per gli investigatori.
Sembra che il gentile ed irreprensibile don Bernardelli, il rettore, in realtà avesse una doppia vita. Se ci pensiamo, nulla di eccezionale per la cronaca di oggi, ma per quel tempo sicuramente un modus vivendi scandaloso. L’uomo tutto d’un pezzo di giorno, di sera non disdegna la compagnia femminile. Una donna per alcuni, per altri molte, con altrettanti mariti gelosi.
Ma le voci si sa, spesso non portano a nulla. La sola cosa che con certezza si può dire su quell’uomo, è che ha contribuito a rendere grande il collegio, triplicando il numero degli iscritti in pochi anni. Ecco allora che gli inquirenti decidono di far partire le indagini dalle ultime ore di vita del rettore. Scoprono che le ha passate in compagnia di due persone, don Andolfatto, parroco di Castelnuovo Piano, e Vincenzo Montepagani.
Vincenzo è uno studente di ingegneria di 24 anni, non molto capace, che cerca di guadagnare qualche soldo per poter convolare a nozze con la sua fidanzata. Il rettore, mosso forse da buone intenzioni, decide di assumerlo per fare ripetizioni pomeridiane di matematica agli studenti del collegio. Ma il ragazzo ha bisogno di aiuto, così chiede ad una professoressa sua amica per preparare le lezioni insieme a lui. Don Umberto lo scopre e rimprovera aspramente il giovane, più di una volta, e tra i due si crea una situazione di tensione.
Inoltre Vincenzo è altro e robusto come l’uomo che è stato visto sulla scena del crimine. La pista sembra portare a lui. Si difende, giura di non c’entrare nulla con i delitti, che la sera del duplice omicidio, dopo essere uscito dall’ufficio del rettore, è andato a casa per restarci, ma non ha testimoni che possano confermare le sue parole. Tre settimane dopo i tragici fatti, gli investigatori lo accusano ufficialmente di duplice omicidio.
Caso risolto?
Vincenzo Montepagani finisce alla sbarra degli imputati. Il processo inizia 18 mesi dopo il suo arresto. Spuntano dei testimoni a suo favore e grazie all’intervento dell’avvocato difensore Tamburi di Sarzana, il giovane viene assolto per “non aver commesso il fatto”. Interviene direttamente Benito Mussolini che decide di risarcirlo per il carcere scontato con un assegno di L. 25.000 e per mettere a tacere le voci che insistenti accusano gli investigatori di negligenza e inesperienza.
Ricominciano le indagini.
Tutto è rimesso in discussione quando a Ghiaia di Falcinello, vicino a Sarzana, il 2 agosto 1938, all’alba, sono ritrovati due cadaveri. Sono Livio Delfini, 20 anni di professione barbiere, e Bruno Veneziani, 35 anni di professione taxista. I due uomini sono ritrovati morti accanto al taxi del Veneziani, crivellati di colpi da due rivoltelle diverse, un calibro 9 e una 6.5. Ad occuparsi del caso è il commissario Paolo Cozzi, che segue la pista politico sovversiva, su consiglio del Duce, desideroso di chiudere il caso al più presto. Il Cozzi obbedisce, ma segue anche un’altra pista, una sua idea personale che mette in relazione questo duplice omicidio con quello dei sacerdoti del collegio di Sarzana di 2 anni prima. Secondo lui si tratta dell’operato di un killer isolato.
Le indagini continuano, per mesi, ma non portano risultati concreti fino al 29 dicembre 1939, quando viene chiamato all’Ufficio del Registro di Sarzana dal direttore, che all’apertura quella mattina ha trovato il custode, Giuseppe Bernardini, con un’ascia piantata in mezzo alla fronte. Il commissario accorre e nota alcune cose insolite. L’impugnatura dell’ascia è appiccicosa, come se chi l’avesse afferrata non si fosse reso conto di avere le mani sporche, inoltre la cassaforte è aperta, vuota ma non scassinata. Il direttore, Guido Vizzardelli è sconvolto, anche perché è l’unico ad avere la chiave per aprirla.
Come mai? Il direttore è un uomo giusto, retto onesto, non è di Sarzana, ma tutti lo conoscono, lo apprezzano. Non si può sospettare di un uomo così. Il commissario si fa consegnare le chiavi della cassaforte e con grande sorpresasi accorge che sono appiccicose, proprio come il manico dell’ascia usata per il delitto. Come mai?
I sospetti nascono spontaneamente. Cozzi da ordine ai suoi uomini di perquisire l’abitazione del Vizzardelli. Le stanze sono controllate scrupolosamente, ma nulla. Finalmente in cantina un indizio. Su uno scaffale ci sono delle bottiglie vuote, appiccicose. Il proprietario di casa si giustifica dicendo che sono del figlio, che per passatempo distilla liquore. Partono le indagini. Il commissario investiga sul giovane Vizzardelli e scopre cose molto interessanti. Innanzi tutto frequenta l’avviamento commerciale proprio al Collegio delle Missioni. Coincidenza? Inoltre, nel 1936, preso dalla foga giovanile, ha danneggiato proprio all’interno della scuola un ritratto del Re e uno di Benito Mussolini. Azione riprovevole prontamente punita da don Bernardelli. Che fosse nata dell’acredine fra i due?
Il ragazzo viene convocato per un interrogatorio. Nato a Francavilla nel 1922, Giorgio William Vizzardelli, risiede a Sarzana. Lo interrogano per poche ore e finalmente confessa. Ha ucciso don Bernardelli, per vendetta, non sopportava quel rimprovero. Durante la fuga ha pensato solo a mettersi in salvo, ha sparato senza riflettere, senza paura delle conseguenze o di lasciare a terra altre vittime. E Livio Delfini? Casualmente l’uomo ha saputo della sua colpevolezza e lo ha ricattato. Con una scusa il giovane assassino gli dà appuntamento fuori citta, dove lo uccide insieme al taxista, testimone casuale, che lo ha accompagnato.
La sua mente folle, ottenebrata da sogni grandiosi e irrealizzabili, lo spinge a rubare le chiavi della cassaforte del padre, per prendere i soldi contenuti che gli sarebbero serviti per fuggire negli Stati Uniti.
Inizia un nuovo processo. Giorgio William Vizzardelli, nel gennaio 1941 è condannato al carcere a vita. La sua giovane età lo risparmia dalla pena di morte, con grande disappunto del Duce che avrebbe voluto una punizione esemplare. La famiglia sconvolta dagli avvenimenti, si trasferisce. Resterà in custodia per 27 anni, fino al 1968 quando l’allora presidente della repubblica Saragat, gli concederà la grazia.
L’uomo che esce dalla prigione non ha più i sogni della gioventù, non riconosce quell’Italia che nel frattempo è tanto cambiata. Andrà a vivere dalla sorella a Carrara, dove nell’estate del 1973, incapace di ritornare alla vita di tutti i giorni, si toglierà la vita.

Rosella Reali


Bibliografia




Annali della Casa della Missione di Sarzana 

L. delle Pere - La Casa della Missione di Sarzana e il Convitto dei Chierici 

L. Chierotti - Il delitto di Sarzana 26 anni dopo 

"Vita Cristiana” – Bollettino per le famiglie - Dicembre 1933


ROSELLA REALI
Sono nata nel marzo del 1971 a Domodossola, attualmente provincia del VCO. Mi piace viaggiare, adoro la natura e gli animali. L'Ossola è il solo posto che posso chiamare casa. Mi piace cucinare e leggere gialli. Solo solare, sorrido sempre e guardo il mondo con gli occhi curiosi tipici dei bambini. Adoro i vecchi film anni '50 e la bicicletta è parte di me, non me ne separo mai. Da grande aprirò un agriturismo dove coltiverò l'orto e alleverò animali. 
Chi mi aiuterà? Ovviamente gli altri viaggiatori.
Questa avventura con i viaggiatori ignoranti? Un viaggio che spero non finisca mai...

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