Annarella sul fondo del pozzo

Vorrei girarmi, per vedere il cielo.
Vorrei girarmi per gridare aiuto, sono qui.
Ho freddo, è buio, l’acqua gelida mi ha tolto il respiro. Il mio futuro finisce oggi sul fondo di questo pozzo dove lui mi ha gettata come uno straccio vecchio, convinto che fossi morta. Invece no, ero viva, ferita ma viva e mi ha lasciata qui a morire annegata, sola, senza il conforto di mia mamma, senza una mano che stringesse la mia.
Chi sono, da dove vengo, chi mi ha uccisa, i giornali parleranno di me per tanto tempo, perché sono solo una bambina di 13, piena di sogni spezzati, con un vissuto alle spalle, con l’angoscia del vivere quotidiano. Non ho avuto un’infanzia e ora non avrò una vita.
È il 18 febbraio 1950. Fino ad oggi ho vissuto con mamma e i miei fratelli in via Lorenzo Litta, Lotto 25, scala L, nella borgata Primavalle, vicino a Roma, anche se qui sembra che la capitale sia distante migliaia di chilometri. Non è un quartiere facile per vivere, soprattutto per una ragazzina della mia età, ma ormai sono abituata. Le case sono brutte, misere, tristi.
Con la mia famiglia facciamo quello che possiamo per arrivare al giorno dopo, per mettere insieme il pranzo con la cena. Papà un giorno se ne è andato, portando via i miei due fratellini più piccoli. Non mi ha voluta con sé, non lo so perché. Mi ha lasciata in quel posto condannandomi a vivere in miseria.
Mamma, Marta Fiocchi, da quel giorno non è più la stessa. Fa venire in casa molti uomini sconosciuti, anche mentre noi siamo lì con lei. Ci dice di stare in cucina e di lasciarla fare quello che deve, poi va in camera da letto, quella che prima era sua e di papà, e chiude la porta a chiave. Da fuori la sento ridere, sospirare, a volte alzare la voce. Io mi occupo della casa, tengo pulito e in ordine, cucino per tutti e faccio le commissioni.
Ogni tanto in piazza fanno delle feste con la musica, dove si balla e si può mangiare. Mi piace molto andarci, mi diverto a guardare le persone ballare, mi piace ascoltare le loro chiacchiere.
È quasi ora di cena. Mamma mi chiede di uscire a comprare il carbone e l’olio. Non ho voglia di andare, è buio e fa molto freddo, ma devo farlo. Da quel momento sparisco.
Mamma non mi vede rientrare. Non viene a cercarmi, ha altro a cui pensare. Avvisa i carabinieri. Ma anche loro non vengono a cercarmi. Qualcuno pensa che io sia scappata da quella casa, per non vedere più la mamma fare la prostituta, per non essere costretta a farmi “toccare” per pochi spiccioli da qualche cliente. Ma la gente di Primavalle non ci sta. Protesta, fa pressione sui giornali, sulle forze dell’ordine, per le persone della borgata non posso essermi allontanata spontaneamente, qualcosa mi deve essere successo.
Così cominciano le ricerche, il 23 febbraio, 5 giorni dopo che sono scomparsa.
Si organizzano squadre, per controllare tutta la zona, si procede con rastrellamenti casa per casa. Le persone interrogate sono moltissime, nessuno sa niente. Un barone facoltoso, toccato dalla mia vicenda, promette una ricompensa di 300.000 lire per chi mi avesse ritrovata. Nulla.
Ma dove sono finita? Perché nessuno viene a guardare qui?
Dopo qualche giorno di ricerca, mio fratello maggiore, Mariano, che ha una menomazione a una gamba e di cui io ho paura a causa dei modi un po’ irruenti che ha, ritrova le mie mutandine in un campo. Le porta alla polizia. Questo dettaglio fa spostare le squadre di perlustrazione.
Una svolta alle indagini viene data da una dichiarazione di mio nonno, che dice alla polizia di avermi sognata in fondo a un pozzo. L’attenzione e i sospetti si concentrano proprio sulla mia famiglia.
I giorni passano. La sera del 3 marzo un volto compare dalla cima del pozzo. Mi vede.
Grida: “C’è qualcosa qui.”
Mi hanno trovata, in aperta campagna, tra via La Nebbia e via della Pineta Sacchetti.
Sono morta da giorni. Sono in fondo al pozzo dove quell’uomo mi ha gettata, ancora viva. Sono lì a 13 metri di profondità, al freddo, con la testa fracassata da un colpo forte, senza mutandine, senza sottoveste. Ho ferite e graffi in tutto il corpo. Ha tentato di abusare di me, di prendermi con la forza. Mi sono difesa, ho cercato di portare a casa la sola cosa che possiedo, anzi possedevo: la vita.
Poco lontano da lì ritrovano quello che ho comprato, i miei vestiti e la mia borsetta.
Nonno incassa la ricompensa. I sospetti verso di lui crescono, ma anche quelli verso la mamma, che non mi ha mai cercata, che non ha mai dato segni di tristezza o preoccupazione. Lo so che è ancora arrabbiata con me, per quello che ho detto contro di lei in seguito alla denuncia di adulterio fatta da papà. Ho raccontato tutto degli uomini e di quel suo amico, il Moroni, sposato con una nostra vicina, ma che viene spesso a farle visita. Che sia una coincidenza che la testimonianza da me rilasciata contro mi madre risalga a tre giorni prima della mia sparizione? I sospetti si concentrano sull’amico di mamma, tutti credono che sia stato lui a farmi del male, a buttarmi nel pozzo. Ma il Moroni ha un alibi.
Le indagini non portano a nulla. Dopo una settimana dal mio ritrovamento, spunta un altro nome, un certo Lionello Egidi, detto il Biondino di Primavalle, per il colore dei suoi capelli. È un uomo semplice, di umili origini, fa il bracciante. I sospetti cadono su di lui perché mamma gli ha affittato lo scantinato di casa nostra e poi su di lui pendono delle denunce di molestie ad altre ragazzine della mia età.
Lo arrestano. La moglie che vive con lui, lo difende. Resta 7 giorni in cella, dove probabilmente subisce un trattamento brutale durante gli interrogatori. Non può mangiare, bere o dormire. Prende anche delle botte, molte. Alla fine dei sette gironi confessa: «Sì, ho ucciso io Anna Maria Bracci». Ha il volto tumefatto.
Racconta che mi ha incontrata la sera del 18 febbraio, poco dopo essere uscita di casa, mentre stavo andando a comprare il carbone e l’olio. Mi segue. Al rientro mi avvicina, cerca di prendermi con la forza, mi strappa la sottoveste, poi le mutandine, ma io lo respingo, lotto con tutte le mie forze. Scappo, mi cadono le cose che ho in mano, la borsetta. Allora mi colpisce alla testa con un bastone, accecato dalla rabbia per quel rifiuto.
La polizia è soddisfatta di quell’arresto. Primavalle no. Tutta la gente del quartiere vuole trovare il vero colpevole, non crede nella confessione del Biondino.
Egidi ritratta. Al processo in primo grado, nel 1952, viene prosciolto per insufficienza di prove.
Nel 1955 si apre il processo di appello, durante il quale un’altra ragazzina come me denuncia Egidi per molestie, che sarebbero avvenute durante una festa campestre. La condanna questa volta arriva, 26 anni di carcere, sia per il mio omicidio, che per tre casi accertati di molestie sessuali.
Giustizia sembra fatta, ma ancora la gente di Primavalle non crede alla sua colpevolezza. Cercano ancora il mostro che mi ha aggredita, che mi ha rubato la vita. Nel 1957, in ultimo grado, il Biondino di Primavalle viene prosciolto da ogni accusa.
Nel 1961 Lionello Egidi torna in carcere, questa volta per 8 anni. Primavalle si spacca fra innocentisti e colpevolisti. A portarlo in prigione sono le molestie sessuali ai danni di un bambino di 8 anni. Il Biondino sconta la sua pena, ma si professa sempre innocente. Morirà in miseria.
Il mio caso resta irrisolto.
Dal fondo di quel pozzo ho cercato di uscire, di sopravvivere, di tornare alla mia misera vita. Volevo avere una vita. Volevo provare ad andare via da Primavalle. Avevo tanti sogni che resteranno per sempre solo i sogni di una ragazzina di 13 anni uccisa brutalmente da uno sconosciuto.

Rosella Reali

Bibliografia
Curzio Malaparte, Gli assassini siamo noi, "Il Tempo", 7 marzo 1950 

Pietro Ingrao, È vero, gli assassini siete voi!, "L'Unità", 8 marzo 1950 

Anonimo, I funerali di Annarella Bracci, “L'Osservatore Romano”, 10 marzo 1950 

Annarella del pozzo fa piangere Roma, “Europeo”, 12 marzo 1950 (Copertina+articolo) 

Pier Giorgio Liverani, Cose da dimenticare. 365 giorni di nera, “Il Quotidiano”, 31 dicembre 1950 [Cfr. testo in Bibliografia II] 

Luchino Visconti, Appunti su un fatto di cronaca, 1951 (commento di Vasco Pratolini. Su tale opera Lino Micciché, Studio su 12 sguardi d'autore in cortometraggio, Lindau, 1995) 

Giuseppe Bucciante, Processo Egidi: arringa di parte civile per Annarella Bracci, Cacucci, 1952 

Lionello Egidi rimesso in libertà, “La Settimana INCOM”, nr. 710, 26 gennaio 1952 

Ezio Taddei, Sia fatta giustizia: il processo Egidi davanti al popolo, Roma 1952 

Enzo Rava, Il biondino di Primavalle, in Id., Roma in cronaca nera, Newton & Compton, 1987, 2004² 

"L'Europeo"”, giugno 2001 

Marco Cicala, Quei peccati di Roma, capitale dei delitti all'ombra del potere, “Il Venerdì di Repubblica”, 3 febbraio 2006 

Roberto Morassut, Il pozzo delle nebbie, Ponte Sisto, 2014 

ROSELLA REALI
Sono nata nel marzo del 1971 a Domodossola, attualmente provincia del VCO. Mi piace viaggiare, adoro la natura e gli animali. L'Ossola è il solo posto che posso chiamare casa. Mi piace cucinare e leggere gialli. Solo solare, sorrido sempre e guardo il mondo con gli occhi curiosi tipici dei bambini. Adoro i vecchi film anni '50 e la bicicletta è parte di me, non me ne separo mai. Da grande aprirò un agriturismo dove coltiverò l'orto e alleverò animali. 
Chi mi aiuterà? Ovviamente gli altri viaggiatori.
Questa avventura con i viaggiatori ignoranti? Un viaggio che spero non finisca mai...

Commenti

  1. Brava Rosella. Hai dato luce ad un caso a me sconosciuto. Hai ridato ossigeno ad Annarella e spero che l'assassino sia sottoposto a giustizia divina. Bellissimo articolo! Simona

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    1. Grazie Simona! Cerco di tenere vivo il ricordo di chi come lei non ha avuto giustizia. Rosella

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  2. Bravissima Rosella, uno scritto emozionante che ci riporta all'atmosfera di quei terribili anni
    Fabio

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    1. Grazie di cuore Fabio. Anni difficili, pieni di sofferenza. Sono ancora molti i casi irrisolti. Peccato che nessuno ci pensi più. Rosella

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