Storia "espressa" del caffè

«Questa preziosa bibita che diffonde per tutto il corpo un gioconda eccitamento, fu chiamata la bevanda intellettuale, l’amica dei letterati, degli scienziati e dei poeti perché, scuotendo i nervi, rischiara le idee, fa l’immaginazione più viva e più rapido il pensiero. […] Il caffè esercita un’azione meno eccitante ne’ luoghi umidi e paludosi ed è forse per questa ragione che i paesi ove se ne fa maggior consumo in Europa sono il Belgio e l'Olanda. In oriente dove si usa di ridurlo in polvere finissima e farlo all'antica per beverlo turbo, il bricco, nelle case private è sempre sul focolare. […] preso poi la mattina a digiuno pare che la sbarazzi lo stomaco dai residui di una imperfetta digestione e lo predisponga a una colazione più appetitosa» (Artusi, 2012, pp. 417-420).  È con queste parole che Pellegrino Artusi descrive il caffè nella sua celeberrima opera gastronomica La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene. Ma che cosa è, in realtà, il caffè? Sono molti gli aspetti che trascendono la semplice bevanda: il caffè è un rito sociale, ed “andare a prendere un caffè” non vuol mai dire semplicemente andare a sorbire un infuso ottenuto con le bacche di questa pianta proveniente dall’Oriente. Se vogliamo questa frase significa «“uscire” per installarsi in un altro spazio protetto, coniugando l’abitudine e l’istante, la permanenza ed il provvisorio, l’altrove e il qui» ed il bar rappresenta «il luogo privilegiato in cui sperimentare, vivere e ritrovare il rapporto» (Augé, 2016, p. 52).
Ma proseguiamo con ordine: come vari prodotti anche il caffè ha diverse leggende di fondazione. Si racconta che il Kaldi pascolasse le sue capre in Etiopia; un giorno gli animali incontrando una pianta di caffè cominciarono a mangiarne le bacche e a masticarne le foglie. Arrivata la notte, le capre, anziché dormire, si misero a vagabondare con energia e vivacità mai espressa fino ad allora. Vedendo questo, il pastore ne individuò la ragione e abbrustolì i semi della pianta come quelli mangiati dal suo gregge, poi li macinò e ne fece un'infusione, ottenendo il caffè. 
La seconda leggenda tira in ballo addirittura Maometto, il profeta dell’Islam, che, sentendosi male, vide l’arcangelo Gabriele offrirgli una pozione nera creata da Allah, che gli permise di tornare in forze. Ed infine si può citare una leggenda di un incendio in Abissinia di piante selvatiche di caffè che diffuse nell’aria il suo fumo e profumo per chilometri di distanza.
La bevanda si diffuse inizialmente in Medio Oriente, dove troviamo, nel XV secolo, addirittura luoghi deputati al consumo di questa bevanda, con tanto di figura di “capo caffettiere”, il Kahvecibasi, personaggio importante alla corte del Sultano. È Francis Bacon, nel 1627, a fornirci la descrizione di questi luoghi, paragonati alle taverne europee, mentre la prima città italiana in cui fece uso di questa bevanda fu Venezia, a causa proprio della vicinanza e dei commerci con l’Oriente. Le prime botteghe di cui abbiamo notizie certe furono aperte nel 1645, ma si suppone fossero aperte già dal XVI secolo. 
Proprio nel Seicento, in Europa, una libbra di caffè veniva pagata fino a 40 scudi, questo perché gravato da pesanti tasse, che ne destinavano il consumo ai soli aristocratici (cfr Malaguzzi, 2013, p. 36). Ma l’aumento della richiesta portò ad una diminuzione dei prezzi e soprattutto ad una diffusione della bevanda: già nel 1663 a Londra si contavano ben 80 coffehouse, che una cinquantina di anni più tardi divennero 3mila. Ed il primo caffè di Parigi, inaugurato nel 1689, venne aperto da un italiano, tal Francesco Procopio, di origini palermitane (cfr Beccaria, 2017, p. 147). 
I caffè divennero subito luoghi culturali, di nascita e di diffusione di idee liberali, luogo di ritrovo per dotti, politici, filosofi ed artisti. 
Nel Settecento ogni città europea aveva almeno un caffè, mentre negli Usa il primo caffè aprì a Boston: si tratta del London coffee house, aperto nel 1689, seguito nel 1696 dal King’s arms di New York. A partire dal secolo dei Lumi, attraverso i caffè (intesi come luogo), circolano idee, e non solo prodotti esotici! 
Nel 1776 Metastasio, in una lettera indirizzata a Saverio Maffei, descrive la Bottega del caffè come il luogo dove viene servita «la più deliziosa bevanda di quasi tutti i viventi» (citato in Beccaria, 2017, p. 146). E non è un caso che questo nome sia stato utilizzato per indicare un periodico culturale molto importante, Il caffè appunto. Una bevanda che, come descritto anche da Artusi, riesce a rallegrare l’animo, a risvegliare chiunque lo provi, accelerando il moto ed infondendo nel sangue “un sal volatile”: «calda come l’inferno / nera come il diavolo / pura come un angelo / dolce come l’amore», «fortifica lo stomaco ed il cervello, sollecita la digestione, leva il dolor di testa, rarefà il sangue, abbassa i vapori, reca allegrezza, impedisce di dormire dopo il pasto» (Gibelli, 2004, pp. 172-173). In una parola un vero e proprio stimolante per il corpo e per lo spirito! 
Con il passare del tempo i bar sono diventati dei luoghi confortevoli, lussuosi, con specchi, arredi, cristalli, vero e proprio punto di ritrovo per letterati e gente di spettacolo, in cui giocare a carte, a dama, a scacchi o discutere beatamente di filosofia e politica. A Torino, ad esempio, i giacobini si ritrovavano nella Taverna della Giamaica, o al Caffè ‘d Catlina, o al Marsiglia. Il caffè, inteso sia come bevanda che come luogo di incontro, era diventato simbolo di intellettuali e riformisti, coinvolgendo illuministi, risorgimentali, futuristi, avanguardie. George Steiner, saggista francese e docente di letteratura comparata a Princeton, non esita ad affermare che l’unità europea si è formata anche nei caffè metropolitani, luoghi cosmopoliti, di incontro, di discussione e di cultura (cfr Beccaria, 2017, p. 148). 
Scopo di questo volume è proprio quello di fornire una doppia lettura alla “fenomenologia” del caffè, inteso nel suo duplice significato di luogo dove si consuma (e quindi sinonimo di bar), sia di bevanda. E lo sguardo che voglio dare è quello prettamente antropologico, analizzandone le ritualità, piccole e grandi, di quello che potremmo definire un vero e proprio “culto”, in cui, in Italia ad esempio, la macchina espresso rappresenta il sancta santorum. L’idea nasce dall’analisi di Marc Augé, che per primo iniziò ad indagare con uno sguardo molto particolare la contemporaneità, passando dai “non luoghi” ai bistrot.

Luca Ciurleo


Bibliografia 
Ciurleo, Luca 
2018 - 1000 e un caffè - edizioni Landexplorer, Boca


Appadurai, Arjun
1996 - Modernity at large. Cultural dimension of globalization, Minneapolis-London, University of Minnesota Press (trad. it. 2001, Modernità in polvere, Roma, Meltemi)

Artusi, Pellegrino
2012 - La scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene, Giunti editore, Firenze

Augé, Marc
2015 - Un etnologo al bistrot, Raffaello Cortina editore, Milano
2017 - Momenti di felicità, Raffaello Cortina editore, Milano
2018 - Sulla gratuità per il gusto di farlo!, Mimesis / Chiccodoro, Fano

Beccaria, Gian Luigi
2017 - L’Italiano in 100 parole, RCS - Corriere della sera, Milano
Ciurleo, Luca
2013 - Tradizioni di pastafrolla. I biscotti tipici del Vco tra folk, fake ed esperimenti antropologici, Ultravox, Domodossola
2014 - All’ombra del castello, sotto il manto di Re Lupo, Landexplorer, Domodossola

Ciurleo, Luca - Piana, Samuel
2016 - Ciboland - Viaggio nell’Expo tra antropologia ed economia, Landexplorer, Boca

Della Bianca, Luca
2003 - Manuale di Caffomanzia, Hermes edizioni, Roma

Donna Letizia
1982 - Il saper vivere - Arnoldo mondatori editore, Milano

Eco, Umberto
2016 - Pape Satàn Aleppe, La nave di Teseo, Milano

Fabietti, Ugo e Remotti, Francesco (a cura di)
1997 - Dizionario di Antropologia, Zanichelli, Bologna
Goffman, Erving
1967 - Interaction Ritual, Doubleday, Garden City. (trad. it. 1988 - Il rituale dell’interazione, Il Mulino, Bologna)
1998 - L’ordine dell’interazione, Armando editore, Roma

Grimaldi, Piercarlo
2002 - Cibo e rito. Il gesto e le parole nel cibo tradizionale, Sellerio, Palermo

Iacchetti, Giulio (a cura di)
2011 - Italianità, Corraini edizioni, Viadana
EXPO
2015 - Nutrire il pianeta, energia per la vita, Catalogo ufficiale di Expo 2015, Electa, Milano

Gibelli, Luciano
2004 - Memorie di cose - Attrezzi, oggetti, cose del passato raccolti per non dimenticare, Priuli e Verlucca, Torino

Malaguzzi, Silvia
2013 - Arte e cibo - Artdossier, Giunti, Roma

Marino, Matteo e Gotti, Claudio
2016 - Il mio primo dizionario delle serie tv, Beccogiallo, Sommacampagna

Mauri, Chiara
2015 - Il cluster caffè, in Expo 2015, pp. 326-237

Morellini, Mauro
2015 - Expo Milano 2015 for Dummies, Hoepli, Milano

Padovani, Maddalena
2011 - Moka Bialetti, in Iacchetti 2011, pp. 74-77
Segalen, Martine
2002 - Riti e rituali contemporanei, Il Mulino, Bologna

Severgnini, Beppe
2008 - Italiano. Lezioni semiserie, Bur Rizzoli, Milano

LUCA CIURLEO
Luca Ciurleo, classe 1983, laureato in Antropologia culturale ha compiuto, nel corso degli anni, diverse ricerche sulla realtà etnologica ossolana, in particolare sugli alberi rituali, sui falò solstiziali e su alcune comunità, quale Piedimulera e Vogogna. 
Ha al suo attivo una decina di volumi, tra cui “Da Abissinia a Cappuccina” (con Antonio Ciurleo, 2006), “Walter Alberisio: una vita per la poesia” (2007), “Gente di paese, paese di gente” (2010), “Tradizioni di pastafrolla” (2013), “Quarant’anni di Coro Valgarina” (2014). 
Collabora con la Fondazione UniversiCà di Druogno, ha insegnato Antropologia dell’alimentazione alla Scuola Made di Lucca ed ha tenuto diverse conferenze relative all’Ossola, anche ad Expo 2015. Tra le sue ultime ricerche: spunti antropologici nella cultura pop, antropologia dell’alimentazione e nuove prospettive alimentari. Dal 1998 collabora con il settimanale Eco Risveglio. 

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