La strage di Villarbasse, l'ultima condanna a morte

È il 20 novembre 1945, una giornata tardo autunnale come tante a Villarbasse, in provincia di Torino, un piccolo paese di antichissime origini, probabilmente risalenti all’anno 1000. 
Il suo nome deriva dal latino villar, attribuito ai villaggi non eretti a municipalità, e abbatiarum, ossia "delle abbazie", intendendo con esse quella di San Michele, la Sacra e quella di San Solutore Maggiore a Torino. 
L’Italia in quel periodo si stava ancora riprendendo dalla devastazione della grande guerra. 
Un uomo, l’avvocato Massimo Gianoli, originario di Ghemme, paese in provincia di Novara, decide nel 1920 di acquistare proprio a Villarbasse una casa padronale circondata da vigneti in cui andare a vivere. Il podere si chiama Cascina Simonetto. All’epoca dei fatti, l’avvocato, dirigente di Agip Piemonte fino al 1940, ha 65 anni. 
Ora di cena. L’avvocato sta cenando servito dalla sua domestica Teresa Delfino. Con lui a tavola altre 9 persone, il fattore Antonio Ferrero, la moglie Anna Varetto, il genero Renato Morra, due donne che aiutano in casa, Rosa Martinoli e Fiorina Maffiotto, un nuovo bracciante Marcello Gastaldi, venuto per festeggiare l’assunzione, e una bambina di due anni. Si chiacchiera, si ride, si racconta la giornata. 
La nebbia della sera stende un fumoso manto su ogni cosa. La campagna è silenziosa. Il buio arriva presto nel periodo invernale. Alle 20.30, quando ormai la cena è stata consumata, quattro uomini, Francesco La Barbera, Giovanni Puleo, Giovanni D'Ignoti e Pietro Lala, decidono di entrare alla cascina con l’intenzione di compiere una rapina. 
Qualche mese prima Pietro Lala si era fatto assumere come lavorante stagionale con il falso nome di Francesco Saporito. Aveva così avuto modo di studiare le abitudini degli abitanti del casale. 
I quattro fanno irruzione in casa con il volto coperto da tovaglioli. Prendono in ostaggio tutti i presenti e cominciano a cercare tutto ciò che possa avere un valore, ma soprattutto la cassaforte, nella quale pensano di trovare molti contanti. Si racconta in paese che l’avvocato è solito tenere in casa grosse somme di denaro, e Lala che ha lavorato lì la pensa allo stesso modo. Tutto sembra andare bene, fino al momento in cui uno dei rapinatori, il Lala stesso, perde la pezza che gli copre il volto. Viene immediatamente riconosciuto dal Morra, che non maschera il suo disappunto. 
È Francesco Saporito, ha lavorato presso di loro fino a pochi giorni prima della rapina. 
I rapinatori, inesperti e spaventati decino di eliminare tutti i testimoni. 
Gli legano le mani dietro la schiena con del filo di ferro e lasciano la bambina da sola a piangere in una stanza. 
Li portano tutti nel cortile, ad uno ad uno. Lì c’è una grossa cisterna per la raccolta dell’acqua piovana. Il più grosso dei quattro, un vero gigante, Giovanni Puleo, aspetta le vittime sul bordo con un bastone in mano. Un colpo secco alla testa e giù, nell’acqua, vivi o morti non importa, mentre ancora la piccola piange al piano superiore. Il solo che tenta di difendersi è il Morra, ex partigiano, che durante la colluttazione ferisce al volto La Barbera. Ma non serve a molto. Occultare il corpo dell’avvocato, molto corpulento e con la pancia prominente, costringe i quattro a ricorrere ancora al bastone, per farlo passare dal buco della cisterna, troppo piccolo per le sue dimensioni. 
Il tempo passa. Non vedendo tornare le loro mogli, Gregorio Doleatto e Domenico Rosso, mariti delle due domestiche, Rosa Martinoli e Fiorina Maffiotto, vanno alla villa per cercare di capire il motivo del loro ritardo. Sorpresi dai quattro, fanno la stessa tragica fine, uccisi a bastonate. 
Compiuti gli omicidi, i quattro malviventi possono rientrare in casa per rubare. Il loro bottino è di 200.000 Lire, un paio di orecchini, dei salami, calze, fazzoletti e altre cianfrusaglie. 
Escono dalla casa, protetti dalla notte e dalla nebbia. Si dividono. Giovanni D'Ignoti, Francesco La Barbera e Giovanni Puleo, continuano come se nulla fosse accaduto a vivere a Torino. Pietro Lala, alias Francesco Saporito, torna a vivere in Sicilia, a Mezzojuso, in provincia di Palermo. 
Il giorno dopo i braccianti arrivano alla cascina all’alba. Non vedendo nessuno chiamano i carabinieri, in quella casa qualcosa deve essere accaduto. Ma gira voce che in realtà l’avvocato sia partito per un viaggio con destinazione sconosciuta, forse non serve allarmarsi. Verso le 8 della mattina un giardiniere, dipendente della cascina, insiste suonando al cancello. Nessuno risponde. Insiste ancora, fino a quando sente il pianto di un bambino arrivare dalla casa. È la piccola che dalla sera prima vaga sola e infreddolita. L’uomo decide di scavalcare il cancello. Arrivato al casale si accorge subito che qualcosa di terribile deve essere accaduto. 
Corre a dare l’allarme a Villarbasse. Le ricerche iniziano subito. Durano otto giorni, passati a girare nelle campagne, a controllare i canali, i casolari abbandonati. Le ricerche si spingono fino alle montagne. La tesi dall’allontanamento volontario è subito scartata, nessuno nella casa avrebbe abbandonato la bambina. In un primo momento si pensa ad un rapimento. 
Ispezionando meglio la cascina carabinieri e volontari si accorgono che le tracce di un eventuale delitto sono molte. Uno dei contadini trova un cappello macchiato di sangue, altre macchie sono rinvenute in cantina, fra le vigne viene raccolta una giacca intrisa di sangue, con un’etichetta sul bavero con scritto Caltanissetta. 
Il 28 novembre un mugnaio di nome Enrico Coletto, dipendente anche lui dell’avvocato, si ricorda della cisterna posta sotto il pavimento dell’aia. Andando a controllare si accorge che dal coperchio escono fili d’erba, forse del grano. Strano, visto che la funzione della cisterna è quella di raccogliere acqua piovana, che si presume pulita. Come mai la botola non è ben chiusa? Decide di aprirla e di controllare. Un cattivo odore lo accoglie improvviso. Infila un rastrello, cercando qualcosa, forse sperando di non trovare nulla. Lo tira verso di sé e pesca un grembiule di donna. Chiama subito i carabinieri che arrivano accompagnati anche dai pompieri. Non possono far altro che mettersi all’opera per recuperare i corpi delle persone che stanno cercando. Dall’acqua emergono 10 cadaveri in stato di decomposizione, gonfi e tumefatti. Dai primi rilevamenti sembra chiaro che sono stati uccisi a bastonate. L’autopsia farà emergere una verità inquietante: alcune delle vittime sono state gettate nella cisterna ancora vive, i loro polmoni contengono acqua, sono morte annegate. Le loro mani sono legate dietro la schiena, ai piedi hanno dei pesi. Chi può aver commesso un delitto tanto atroce? Chi può aver usato tanta crudeltà? 
Iniziano le indagini per trovare uno o più assassini. Passano quattro mesi, di interrogatori, di arresti sbagliati, di perquisizioni, di sospetti. Finisce in manette perfino il fratello del Morra, una delle vittime. Una svolta al caso sembra darla la cattura di un ex partigiano, probabilmente compagno d’armi del Morra stesso, tale Carmelo Filadanca. Ha vissuto a Villarbasse e non era in buoni rapporti con il Morra. Dopo pochi giorni la pista si rivela infondata. 
Si segue anche un’altra traccia. Fra le varie cose rinvenute durante le ricerche c’è un frammento di tessera annonaria che gli inquirenti fanno risalire a Giovanni D'Ignoti. Le manette scattano ai suoi polsi il 4 marzo 1946. In cella gli viene fatto credere di essere stato l’ultimo ad essere arrestato e che i suoi complici hanno già raccontato la loro versione. Ci mette poco il D’Ignoti a dire la sua, fa nomi e cognomi, mettendo i carabinieri in condizione di chiudere il caso. Vengono tutti arrestati e condotti al carcere di Venaria Reale, per poi esser trasferiti a Le Nuove a Torino. Tutti tranne uno, Pietro Lala. Tornato in Sicilia continua a delinquere, probabilmente mettendosi contro a qualche mafioso locale che lo fredda a colpi di lupara per pareggiare i conti. Il suo corpo viene ritrovato l’11 aprile a Mezzojuso. 
Il processo inizia il 3 luglio 1946 e termina il 5, con la condanna a morte dei tre imputati. Il ricorso in Cassazione non serve. Il 29 novembre dello stesso anno le condanne sono confermate. La difesa fa appello per ottenere la grazia all’allora capo dello stato Enrico De Nicola, che oppone un netto rifiuto. Deve dare soddisfazione all’opinione pubblica indignata per la ferocia di quel delitto. Solo Palmiro Togliatti esprime la sua perplessità sulla pena di morte. Ma serve a poco. 
È la mattina del 4 marzo 1947. Ore 7.45. Un’altra alba nebbiosa. Il cappellano del carcere, padre Ruggero Cipolla, accompagna i tre al poligono di tiro delle Basse di Stura, a Torino. I tre condannati vengono legati a una sedia, a sua volta fissata a un paletto in legno piantato nel terreno, con la schiena rivolta al plotone di esecuzione, formato da trentasei poliziotti della città. Non tutte le armi sono cariche, alcune hanno pallottole a salve. La sentenza viene riletta. Padre Cipolla legge qualche parola di conforto. Pochi istanti, tutto è pronto. I condannati sono bendati. Viene data loro un’ultima sigaretta. 
All’improvviso un ordine risuona nel silenzio del mattino: «Fuoco!» 
Dalle armi una fiammata, poi tutto tace. Il medico della polizia si avvicina e constata la morte, con una frase pronunciata al Procuratore della Repubblica: «giustizia è fatta». Un’ultima benedizione di padre Ruggero mette la parola fine a questa triste vicenda iniziata il 20 novembre 1946. 
Fra i giornalisti presenti, un giovane e talentuoso Giorgio Bocca. 
I tre assassini di Villarbasse annoverano il primato dell’ultima condanna a morte per crimini comuni comminata in Italia. Il giorno seguente fu eseguita l’ultima esecuzione, con sentenza del maggio 1946, presso Forte Bastia a La Spezia, ma questa è un’altra storia, conclusasi in modo tragico. La Costituzione Italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, abolì definitivamente la pena di morte nel nostro paese. La misura venne attuata con i decreti legislativi 22 gennaio 1948 n. 21, Disposizioni di coordinamento in conseguenza dell'abolizione della pena di morte, e n. 22, Ammissibilità del ricorso per cassazione proposto dai condannati alla pena di morte. Quel giorno si aprì un nuovo capitolo per la giustizia italiana. 

Rosella Reali

Bibliografia
Gian Franco Venè, La notte di Villarbasse, Bompiani Editore, Milano, marzo 1987

Gian Franco Venè, Vola Colomba, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, ottobre 1990

Federica Cortegiani, Tre palermitani uccisi per la strage di Villarbasse: 70 anni fa l'ultima condanna a morte in Italia, Giornale di Sicilia, 04 Marzo 2017 

Giorgio Bocca, Pena di morte quell'ultima volta nell'Italia ' 47, la Repubblica.it, 04 marzo 2007

ROSELLA REALI
Sono nata nel marzo del 1971 a Domodossola, attualmente provincia del VCO. Mi piace viaggiare, adoro la natura e gli animali. L'Ossola è il solo posto che posso chiamare casa. Mi piace cucinare e leggere gialli. Solo solare, sorrido sempre e guardo il mondo con gli occhi curiosi tipici dei bambini. Adoro i vecchi film anni '50 e la bicicletta è parte di me, non me ne separo mai. Da grande aprirò un agriturismo dove coltiverò l'orto e alleverò animali. 
Chi mi aiuterà? Ovviamente gli altri viaggiatori.
Questa avventura con i viaggiatori ignoranti? Un viaggio che spero non finisca mai...

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