La morte di Raffaello Sanzio


Il 6 aprile del 1520, Venerdì Santo, alle tre di notte moriva Raffaello Sanzio, dopo 15 giorni di malattia iniziatasi con una febbre continua ed acuta, causata probabilmente da eccessi amorosi, inutilmente curata con ripetuti salassi. Uno dei testimoni, che volle raccogliere i propri pensieri in alcune lettere, fu Marcantonio Michiel che, desideroso di rammentare il grande artista, narrò il dispiacere di tutte le persone ed anche del Papa. Lo stesso Michiel non mancò di sottolineare gli straordinari segni che si registrarono nei momenti successivi alla morte di Raffaello: si crearono delle crepe all'interno dei palazzi vaticani ed i cieli si agitarono. Probabilmente, ma di minore impatto emotivo, le crepe furono causate da un piccolo terremoto che scosse le pareti dei magnifici palazzi di Roma ed un temporale oscurò il sole del mattino. Gli scritti di Michiel rappresentano la visione comune dei contemporanei di Raffaello che lo consideravano divino, tanto da paragonarlo a Cristo. Come lui era morto di Venerdì Santo e, addirittura, nacque in un altro Venerdì Santo. Peccato che la data di nascita di Raffaello fu a lungo distorta ed alterata per farla coincidere con quella di un venerdì Santo. 
Secondo il Vasari nacque l'anno 1483, in venerdì santo, alle tre di notte, da un tale Giovanni de' Santi, pittore non meno eccellente, ma si bene uomo di buono ingegno. Secondo un'altra versione, contenuta in una lettera che Michiel inviò ad Antonio Marsilio, la data del giorno e dell'ora di morte di Raffaello, apparentemente coincidente con quella di Cristo, le ore 3 del 6 aprile, venerdì prima di Pasqua. E' facilmente comprensibile che l'alterazione della data di nascita era in stretta relazione con la visione quasi divina che i contemporanei nutrivano per il pittore giunto da Urbino. Per meglio comprendere la relazione tra la morte dell'artista e lo scuotimento delle anime, e delle menti, che si verificò nelle ore successive la scomparsa di Raffaello, dobbiamo fare riferimento ad una lettera che Pandolfo Pico della Mirandola inviò a Isabella d'Este. In questo scritto Pandolfo disse che il Papa per paura dalle sue stanze è andato a stare in quelle che fece fare papa Innocentio. Altri scritti potrebbero aiutarci nella comprensione della visione dei contemporanei. Pietro Paolo Lomazzo scrisse che la nobiltà e la bellezza di Raffaello rassomigliava a quelle che tutti gli eccellenti pittori rappresentano nel nostro Signore. 
In questo elenco di illustri personaggi del cinquecento non poteva mancare il Vasari che scrisse di Raffaello: di natura dotato di tutta quella modestia e bontà che suole vedersi in coloro che più degli altri hanno certa umanità. Di natura gentile, aggiunta a un ornamento bellissimo d'una graziata affidabilità. Certo il Vasari non mancò di sottolineare gli eccessi sessuali del grande artista urbinate, mettendoli in relazione con la morte prematura.
Come abbiamo potuto comprendere, la morte del pittore fu salutata con estremo cordoglio da tutta la corte pontifica. Il suo corpo, come richiesto dallo stesso Raffaello, fu sepolto nel Pantheon.
Sepolto l'artista le voci si rincorsero. Quale fu la causa della morte?
Secondo il Vasari, Raffaello era persona molto amorosa affezionata alle donne e ai diletti carnali. Aggiunse che faceva una vita sessuale molto disordinata e fuori modo. La morte fu una conseguenza dei suoi eccessi amorosi, infatti dopo aver disordinato più del solito tornò a casa con la febbre. Se dovessimo prendere per buone le parole del Vasari, cadrebbe il mito dell'amante focoso di una singola donna, la fornarina, poiché si dilettava con diverse ragazze. Chi era la fornarina che secondo la leggenda rapì il cuore dell'artista urbinate? Spostiamoci a Palazzo Barberini, sempre a Roma. All'interno del palazzo un ritratto di donna rapisce l'attenzione: è quello della fornarina. La ragazza è nuda e cerca di coprirsi il seno, inutilmente, con un velo trasparente. Porta un bracciale con scritto: RAPHAEL VRBINAS. Si tratterebbe di un dipinto privato fatto da un amante alla sua amata. L'opera fu realizzata nel 1520, pochi mesi prima della scomparsa di Raffaello. Quella donna mirabilmente ritratta era Margherita Luti, figlia di un senese di professione fornaio che svolgeva il proprio lavoro nel quartiere di Trastevere. La ragazza suggestionò l'immaginario collettivo e nell'ottocento fu considerata la vera musa ispiratrice del grande artista. Margherita, stando su uno stretto sentiero a metà strada tra storia e leggenda, poco dopo la morte dell'amato si ritirò in un convento nel cuore del quartiere dove era cresciuta. Esiste un documento, rinvenuto nel 1897 da Antonio Valeri, che attesta il ritiro nel convento di sant'Apollonia di Margherita Luti con le seguenti parole: al di 18 agosto 1520, oggi è stata ricevuta nel nostro conservatorio madama Margherita, vedova e figliola di Francesco Luti di Siena.
Quel termine utilizzato nel documento, vedova, lascerebbe intendere che Margherita e Raffaello si fossero sposati poco prima della morte dell'artista. Quindi quello stretto sentiero tra leggenda e storia si è ancora ridotto, e noi camminiamo in punta di piedi.
Potrebbe esistere una visione meno romantica del termine fornarina con fu identificata e conosciuta Margherita Luti. Questa visione vorrebbe la fornarina una prostituta ed i termini utilizzati, pane da infornare e forno, delle allusioni sessuali.
Ritengo credibile questa visione poiché Raffaello era dedito ai piaceri carnali e potrebbe aver contratto qualche malattia a trasmissione sessuale che comportò la famosa febbre con cui tornò a casa, inutilmente curata con ripetuti salassi.
I dubbi però esistono.
Dalle cronache del tempo le cause della morte non risultano chiare.
E se non fosse morto in seguito ai sui eccessi amorosi?
Ripartiamo dalla notte del 6 aprile 1521.
Alle ore 3 della notte Raffaello moriva. Il grande pittore lavorava alla Trasfigurazione quando si ammalò. La tavola incompiuta fu collocata a capo del letto funebre. Il Vasari scrisse: la quale opera nel vedere il corpo morto e quella viva, faceva scoppiare l'anima di dolore.
Quest'opera potrebbe essere alla base della morte?
C'era qualcuno che aveva interesse ad uccidere Raffaello?
In quel periodo il clima a Roma era rovente, basti pensare a Baldassarre Peruzzi, architetto che collaborò alla stesura del progetto della Basilica di San Pietro. Il Peruzzi morì avvelenato. Utilizziamo il Vasari come fonte: morì vecchio, in grande povertà, con una numerosa famiglia da mantenere e probabilmente avvelenato da rivali professionali. Un altro caso illustre è quello del Masaccio che morì in giovanissima età, a 27 anni. Secondo il Vasari esisteva il sospetto che fosse stato avvelenato. Un caso leggermente posteriore alla morte di Raffaello è quello relativo al Rosso Fiorentino. Le cronache riportano la morte per suicidio, ma alcuni divulgarono la versione dell'omicidio.
L'ambiente in cui viveva Raffaello pullulava di artisti invidiosi della carriera, in grandissima ascesa, del pittore urbinate.
Torniamo alla domanda iniziale: chi poteva avere interesse ad uccidere Raffaello?
Non esistono certezze, come abbiamo ampiamente compreso dalla narrazione di questa vicenda. Un evento potrebbe indirizzarci verso coloro che nutrivano astio nei confronti di Raffaello. Intorno al 1515 lo stile di Sebastiano del Piombo divenne una valida alternativa a quello di Raffaello. In quegli anni nacque un'accesa competizione tra i due. Alla fine del 1516 il cardinale Giulio de' Medici commissionò due pale d'altare: una a Raffaello, la Trasfigurazione, ed una a Sebastiano, la Resurrezione di Lazzaro. Esiste una documentazione di questa particolare competizione: la corrispondenza tra Leonardo Sellaio e Michelangelo. Nel 1517 Sellaio scriveva che Raffaello metteva sottosopra il mondo perché lui non la faccia per non venire a paragoni. Verso la fine dello stesso anno riportò che Sebastiano fa miracoli di modo che ora mai si può dire abbia vinto. Lo stesso Sebastiano scrisse a Michelangelo che aveva rallentano nella lavorazione della pala d'altare perché non voleva che Raffaello vedesse la sua prima che gli avesse sottoposta la propria. L'opera di Sebastiano del Piombo fu esposta la prima volta all'interno dei palazzi Vaticani nel 1519. La seconda volta il 12 aprile del 1520, sei giorni dopo la morte di Raffaello. In questa occasione vi fu il confronto con l'incompiuta Trasfigurazione del pittore marchigiano. 
Sebastiano del Piombo comunicò la notizia della morte di Raffaello a Michelangelo solo il 12 aprile, 6 giorni dopo l'avvenimento. Nella stessa lettera si raccomandò per ottenere la decorazione della Sala dei Pontefici in Vaticano. Sebastiano del Piombo non riuscì ad ottenere quella commissione. Poco dopo questo accadimento, accettò di lavorare nella chiesa di Santa Maria del Popolo, a Roma. Doveva decorare cappella Chigi, sotto le figure di Raffaello. Sebastiano del Piombo indugiò a lungo prima di iniziare i lavori, tanto da stancare gli eredi di Agostino Chigi che affidarono l'incarico al Salviati. In quei mesi a Sebastiano nacque un figlio, cui Michelangelo fece da padrino. Perché potremmo pensare che Raffaello fu avvelenato? Nel 1722, all'epoca della riesumazione, il suo corpo fu rinvenuto quasi incorrotto. L'arsenico, assunto in massicce dosi, può preservare il corpo dal decadimento. Siamo sempre nel campo delle supposizioni. Probabilmente non sapremo mai la reale causa della morte e ci atteniamo alle parole del Vasari secondo il quale faceva una vita sessuale molto disordinata e fuori modo. La morte fu una conseguenza dei suoi eccessi amorosi, infatti dopo aver disordinato più del solito tornò a casa con la febbre.
Quella febbre che tolse al mondo, ancora in giovane età, uno dei suoi più grandi artisti.

Fabio Casalini

Bibliografia
Paolo Franzese, Raffaello, Mondadori Arte, Milano 2008

Pierluigi De Vecchi, Raffaello, Rizzoli, Milano 1975

Enzo Gualazzi, Vita di Raffaello da Urbino, MIlano, Rusconi, 1984

Girogio Vasari, Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori, Vita di Raffaello da Urbino, Firenze 1568


Fotografie
1- Autoritratto / Autoritratto nella Scuola di Atene

2- Presunto autoritratto giovanile, indicato da alcuni studiosi: si tratti di un disegno a carboncino conservato all'Ashmolean Museum di Oxford, datato intorno al 1504

3- L'Autoritratto di Raffaello è un dipinto a olio su tavola (47,5x33 cm), databile al 1504-1506 circa e conservato nella Galleria degli Uffizia Firenze.

4- La Fornarina è un dipinto a olio su tavola (85x60 cm) di Raffaello Sanzio, databile al 1518–1519 circa e conservato nella Galleria Nazionale d'Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma. È firmato sul bracciale della donna: RAPHAEL VRBINAS.

5- La Velata è un dipinto a olio su tela (82x60,5 cm) di Raffaello, databile al 1516 circa e conservato nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze.

6- Sebastiano del Piombo, Ritratto di prelato (autoritratto?), Venezia, Coll. Cini Guglielmi.

7- L'Autoritratto con un amico è un dipinto a olio su tela (99x83 cm) di Raffaello Sanzio, databile al 1518-1520 circa e conservato nel Museo del Louvre a Parigi.

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

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