I mangiacristiani e la Jena di San Giorgio

17 marzo 1835, frazione di Sant'Anna nel comune di San Giorgio Canavese.
Un uomo, ritenuto colpevole di crimini orrendi, ascolta con indifferenza la sentenza del tribunale che lo condanna alla pena di morte.
Centinaia di persone si affollano lungo gli stretti vicoli del paese non lontano da Torino.
La folla preme, vuole assistere alla morte di quell'uomo che ha terrorizzato la zona per un tempo troppo lungo e che, purtroppo secondo gli astanti, è scampato al linciaggio di padri e mariti esasperati.
La corda attende, esposta al freddo vento delle Alpi.
L'uomo è pronto.
Un lampo di luce nel cielo nero, e fu la fine.
Chi era quell'uomo e quali orrendi crimini aveva commesso?
Quell'uomo si chiamava Giorgio Orsolano ed era nato a San Giorgio Canavese il 3 giugno del 1803. Non molto tempo dopo la madre rimase vedova e dovette inviare il piccolo Giorgio dal fratello, prete, per fargli ottenere quell'educazione ed istruzione che lei non era in grado di garantirgli. Purtroppo il ragazzo non era in grado di apprendere l'istruzione che, faticosamente, gli era impartita. Questa motivazione fu alla base della decisione del fratello della madre, il disperato prete, di rimandare Giorgio presso la casa natia. Ritornato dalla madre trascorreva le sue giornate tra osterie e vino. All'età di 20 anni, nel 1823, iniziò a commettere i primi reati, gravi. Il primo furto avvenne presso una Confraternita, quella di Santa Maria. Giorgio Orsolano rubò 10 candele. Poco tempo dopo si presentò presso la chiesa parrocchiale del paese, dedicata a Santa Maria Assunta. Uscì dall'edificio sacro con alcuni oggetti, che riteneva di valore. Il suo essere criminale esplose, dirompente, alcune settimane dopo quando rapì una ragazza sedicenne del paese, Teresa Pignocco, imprigionandola presso la propria abitazione per quasi una settimana. In quel lasso di tempo tentò di stuprare la giovane. Il 15 dicembre dello stesso anno Giorgio Orsolano fu condannato alla catena per un anno, per il tentativo di stupro, ed a sette anni per gli altri capi di imputazione.
Il 13 dicembre del 1831, otto anni dopo i primi crimini, Giorgio Orsolano uscì dal carcere. L'anno successivo andò a vivere con una ragazza di 24 anni, Domenica Nigra, già vedova. Nel 1833, il 7 luglio, nasce Margherita, la figlia di Giorgio Orsolano e Domenica. Nell'aprile dell'anno seguente, il 1834, i due si sposarono. Il tentativo di apparire normale trovò una giusta conclusione nell'apertura di una bottega di intagliatore e salsicciaio, che però mai diede i guadagni sperati.
Nel frattempo il Canavese fu scosso da inquietanti fatti.
Il primo evento accadde il 24 giugno del 1832, poco dopo l'unione sentimentale tra Giorgio Orsolano e Domenica Nigra. Quel giorno scomparve una bimba di 9 anni, Caterina Givogre, di cui non si seppe più nulla.
Il secondo tragico avvenimento si verificò nel mese di febbraio del 1833, quando una bimba di 10 anni, Caterina Scavarda, non fece ritorno a casa. Anche di questa Caterina non si seppe più nulla.
La popolazione, e forse anche le istituzioni, per comodità e tranquillità incolpò un branco di lupi, che allora si aggiravano numerosi nel Canavese. Non era la prima volta, e non sarà l'ultima, che il lupo diviene colpevole di delitti contro l'uomo. Probabilmente nel 1833 non si erano ancora spenti gli echi della presenza del porcocane, una bestia enorme in parte lupo ed in parte maiale o cinghiale, nelle pianure milanesi. Un giornale circostanziato di quanto fece la bestia feroce in Lombardia nell'anno 1792 ricorda che: "In questo momento giunge alla notizia della Conferenza Governativa, che la Campagna di questo Ducato trovasi infestata da una feroce Bestia di color cenericcio moscato quasi in nero, della grandezza di un grosso cane, e dalla quale furono già sbranati due fanciulli. Premurosa la medesima Conferenza di dare tutti li più solleciti provvedimenti, che servir possano a liberare la provincia dalla detta infestazione, ha disposto che debba essere subito combinata una generale Caccia con tutti gli Uomini d' armi delle Comunità, col satellizio di tutte le Curie, e colle guardie di Finanza".
Risalendo il corso della storia non è difficile trovare molti altri casi di bambini, donne ed anziani scomparsi improvvisamente a causa della presenza di un branco di lupi, o di una bestia solitaria.
Era assolutamente plausibile che fossero loro.
La popolazione trovò sollievo.
Tutto mutò rapidamente la primavera del 1835.
il 3 marzo di quell'anno Giorgio Orsolano si recò presso il locale mercato per effettuare degli acquisti. Acquistò un considerevole numero di uova da una ragazza di 14 anni, Francesca Tonso. Dopo l'acquisto invitò la giovane a seguirlo a casa dove teneva i soldi per pagare le uova.
Appena la ragazza varcò il portone fu agguantata dall'uomo divenuto belva. La stuprò e la uccise.
Fece a pezzi il cadavere con una mannaia.
Chiuse i resti della povera ragazza in un sacco di iuta.
Giunto nei pressi di un torrente, levò il corpo della giovane dal sacco e lo seppellì lungo la riva. Lavò sé stesso ed il sacco pensando di aver coperto ogni traccia dell'orribile delitto.
La belva, sanguinaria ma sprovveduta, si dimenticò del paio di zoccoli che Francesca indossava al momento del rapimento.
L'assenza della ragazza non passò inosservata ai familiari. La sera stessa iniziarono le ricerche. Alcuni testimoni oculari presenti al mercato abbozzarono un disegno dell'uomo che acquistò le uova da Francesca. Tra di loro anche la zia della ragazza.
L'uomo del disegno somigliava al salsicciaio Giorgio Orsolano.
I genitori di Francesca si recarono presso la sua abitazione per avere informazioni.
Il salsicciaio, divenuto bestia sanguinaria, reagì in modo brusco e cacciò i parenti della vittima. Le forze dell'ordine non poterono intervenire poiché non esisteva nessun collegamento tra la vittima ed il presunto omicida. Nelle ore successive qualcuno scoprì nel giardino di Giorgio Orsolano degli zoccoli ed alcuni brandelli di tessuto. I genitori della vittima riconobbero questi oggetti come appartenenti all'abbigliamento della figlia.
Le forze dell'ordine riuscirono a catturare l'omicida poco prima che si dileguasse tra le montagne e la pianura. Fu condotto al castello di Ivrea. Il breve viaggio risultò molto complesso poiché gli abitanti di San Giorgio Canavese cercarono di linciare il salsicciaio.
Durante la detenzione negò ripetutamente di essere il colpevole degli orrendi delitti di San Giorgio. Una notte fu fatto ubriacare e confessò tutto. Inoltre un ufficiale gli aveva assicurato che se avesse confessato, e si fosse dichiarato pazzo, sarebbe stato assolto dalla pena capitale.
Gli furono attribuiti anche i delitti delle bimbe scomparse nel 1832 e nel 1833. Dopo la lettura della sentenza, secondo un anonimo avvocato presente alla lettura della stessa, Giorgio Orsolano confessò di aver mangiato la carne delle ragazze e di averne fatto prosciutto che aveva rivenduto al pubblico. Aggiunse che avrebbe fatto la stessa cosa con la terza se non fosse stato scoperto.
Interessante notare, secondo una cronaca del tempo, la delusione del pubblico nel trovarsi di fronte un uomo minuto: “restarono tutti delusi e si lamentarono di aver pagato per poi accorgersi che era un uomo come gli altri; era piccolo di statura, la pelle del viso bianco e rosa, peli castagni, ciò che lo deformava un poco era la mancanza di un occhio che cercava di nascondere con un brano di capelli; del resto era di cortesi maniere, civile, grazioso e rispettoso”.
Ieri come oggi è complesso apprendere che il mostro ha le nostre sembianze.
Che la bestia feroce è uguale a noi.
Sull'atmosfera del giorno dell'impiccagione sarà in seguito ricordato che “l’esecuzione delle sentenze vede accorrere al piccolo paese di campagna più di diecimila persone che i racconti di allora ricordano come una catastrofe per i terreni circostanti e per l’impossibilità di trovare un carretto a noleggio nella città di Torino: tutti volevano assistere all’impiccagione. Il trattato illuminista di Cesare Beccaria (1738-1794) sulla pena di morte non era ancora un modello rieducativo e il principio di redimere un condannato era ancora ben lontano dall’essere radicato nei principi di una costituzione. È vero, una condanna a morte non riporta in vita le vittime, non è un deterrente per reati analoghi, e non costituisce una garanzia di non reiterazione del reato più di quanto potrebbe fare una detenzione efficace, ma sicuramente dona equilibrio a quelle coscienze che sono rimaste sconvolte dalla brutalità di episodi analoghi a questi, e a coloro che sono riusciti a riconoscersi prede pur non essendo vittime.”
Il giorno della sentenza, L'università di Torino inviò tre chirurghi per dissecare il cadavere. I tre esperti prelevarono il capo ed i testicoli, che furono definiti dai medici “più voluminosi del solito”. Il cranio fu trasportato al Museo di Anatomia. Un calco della testa è tuttora conservato al Museo di anatomia Luigi Rolando di Torino.
Giorgio Orsolano divenne la Jena di San Giorgio e gli abitanti del paese del canavese, grazie ad una sorta di eredità leggendaria, divennero i mangiacristiani, soprannome dovuto al fatto che il loro compaesano, il salsicciaio che fece prosciutti con i resti delle bimbe stuprate, si autoaccusò d'essere un antropofago, un cannibale moderno. Il soprannome fu assegnato dagli abitanti di San Giusto Canavese a quelli di San Giorgio durante le cosiddette Lotte per l'indipendenza del Gerbo Grande, il futuro San Giusto, da San Giorgio.

Fabio Casalini

Bibliografia
Atti del processo, tribunale di Ivrea, sentenza del 15 dicembre 1823


Atti del processo, tribunale di Ivrea, sentenza del 13 marzo 1835


Andrea Accorsi e Massimo Centini, La sanguinosa storia dei serial killer, Newton Compton Editori, 2003

Maurizio Bonfiglio e Maddalena Strazio, La Jena di San Giorgio, la vera storia di Giorgio Orsolano. Un serial killer piemontese

    FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
    Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

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