Il patologo di Mengele


Il mio nome è Miklós Nyiszli. Sono nato il 17 giugno 1901 a Szilágysomlyó, città della Romania nel distretto di Sălaj, nella regione della Transilvania.
Ho avuto un’infanzia normale, con una famiglia come tante. Fin da bambino sognavo di fare il medico, di potermi occupare degli altri, magari di salvare delle vite. Quando ho potuto realizzare il mio sogno, studiando medicina in Germania, mi sono sentito un uomo fortunato.
Ho vissuto con la mia famiglia in Ungheria fino al maggio del 1944, anno in cui tutta la mia vita è cambiata per sempre. Durante il regime di Horthy-Döme Sztójay, reggente fino al 1946, sono stato arrestato a causa della mia origine ebraica, con mia moglie e mia figlia. Quel giorno che tanto temevamo era arrivato. Una mattina, mentre facevamo colazione riuniti attorno al tavolo della cucina e ascoltavamo le notizie alla radio, abbiamo sentito un rumore di passi cadenzato e minaccioso, farsi sempre più assordante. In un attimo un gruppo di soldati armati era alla nostra porta. Bussarono. Tre colpi secchi, forti. Il silenzio era alla nostra tavola, la paura seduta accanto a noi. Tutta la nostra vita quel giorno finì. Fu come se il tempo si fosse improvvisamente fermato. Ricordo ancora l’odore del caffè, un aroma che per un lungo periodo avrei solo potuto immaginare.
Il mio corpo, la mia anima, il mio entusiasmo, i miei sogni, quelli di un uomo comune, sono stati caricati su un treno in partenza per la Polonia, con destinazione Auschwitz, ma ancora non lo sapevamo. Non contava più chi fossi, o cosa avessi fatto. Tutta la mia vita fu cancellata in un istante. Mi strapparono i miei affetti, la mia identità. Mi divisero dalla mia famiglia. Non sapevo se le avrei mai più riviste.
Qualcuno piangeva, qualcuno pregava. Eravamo in tanti, troppi su quel maleodorante vagone in legno, con agli angoli solo qualche secchio per i nostri bisogni corporali, tutti in piedi con gli occhi sbarrati, per la paura di quello che ci saprebbe potuto accadere, con i pochi vestiti che avevamo addosso quando siamo stati prelevati dalle nostre case. Le voci erano tante sui campi di lavoro, ma nessuno sapeva con certezza cosa potesse accadere in quei luoghi isolati dal resto del mondo, lontano da sguardi indiscreti. Nessuno era tornato per poter raccontare, per dire la verità su quei posti.
Viaggiammo per un tempo che ancora oggi non sono in grado di determinare, la sola cosa che riuscivo a pensare e che non avrei mai dovuto dimenticare da dove venivo, chi ero e che cosa ero stato fino a quel giorno. Qualsiasi sofferenza mi aspettava, non potevo dimenticare la mia famiglia, mia moglie, mia figlia, i miei affetti più cari. Ovunque fossi andato sarei tornato a casa per riprendere la mia vita.
Improvvisamente il treno si fermò. Pochi minuti e riprese ad andare fino ad arrivare ad una grande struttura tutta composta di baracche. Alla stazione il treno si arrestò definitivamente. Sentivamo ad una ad una aprirsi le porte dei vagoni e le guardie urlarci di scendere. Ci accolsero altri soldati armati, con grossi cani lupo al guinzaglio. Sembravano affamati e arrabbiati. In fila, tra botte e spintoni, ci condussero tutti nel piazzale accanto al treno. Li ci misero in ordine, cercando di dividerci in gruppi. Ma la paura era tanta che nessuno riusciva a capire gli ordini che ci venivano impartiti. E così volarono altre botte, altri spintoni. Una parola era chiara, fra tutte: Auschwitz.
Cercai mia moglie, sforzandomi di individuarla fra quella moltitudine umana. Speravo di vedere lei e la nostra bambina, ma non ci riuscii.
Davanti a noi un gruppo di persone in camice bianco, probabilmente medici. Uno di loro si avvicinò, lentamente. Aveva gli occhi pungenti e un sorriso inquietante stampato sul volto. Accanto a lui una donna bionda di bell’aspetto, con un grosso pastore tedesco al guinzaglio che teneva saldamente nella mano destra e un frustino in pelle nella mano sinistra. Il cane era incollato a lei, mansueto, camminava accanto alla donna tranquillo, senza emettere un suono. Aveva al collo un vistoso collare con una targhetta in metallo.
Non dicevano un parola, si limitavano ad osservare e a bisbigliare qualcosa leggendo un elenco. L’uomo si avvicinò a me e al bambino che avevo accanto. Mi guardò per un istante, che bastò per farmi smettere di respirare, poi posò il suo sguardo sul piccolino accanto a me. La sua espressione cambiò, si fece innaturalmente dolce, quasi infuocata. Prese una caramella dalla tasca, gliela porse e disse, rivolgendosi alla donna: «Lui va bene. Ecco piccino, questa è per te, chiamami zio…»
Questa frase, questi volti senza emozione, rimarranno impressi nella mia mente fino alla fine dei miei giorni, ma ancora non potevo saperlo, non conoscevo l’abisso che mi aspettava.
Ci divisero in gruppi: quelli ritenuti abili al lavoro o che avevano una specializzazione da una parte, vecchi e malati in un altro gruppo con bambini e donne. Alcuni di noi furono chiamati ad alta voce, dagli ufficiali seduti ad un tavolino. Anche io fui chiamato, come medico potevo essere utile.
Mi offrii volontario, forse avrei potuto aiutare qualcuno, essere utile come un tempo quando ero un medico in Ungheria. Un tempo… erano passati solo 7 giorni ma ormai tutto mi sembrava così lontano.
Mi assegnarono all’assistenza sanitaria delle baracche del settore 12. Ogni giorno cercavo di fare quello che avevo imparato, cercavo di alleviare il dolore di chi stremato arrivava davanti a me. Non avevo strumenti, non avevo medicine, assistevo inerme alla morte di quello che restava di esseri umani che fino a poco tempo prima avevano camminato liberi nel mondo.
Guardavo i loro occhi farsi opachi, il loro respiro diventare lieve, ascoltavo le loro ultime parole, di dolore, d’amore verso i propri cari, di speranza. Accarezzavo i loro volti scheletrici, chiedevo il loro nome, cercando di non farli sentire soli più di quello che fossero stati in questo luogo estraneo, ostile, in cui erano costretti a vivere e che sarebbe stata la loro tomba, forse la mia. Recitavo una preghiera, quelle che ricordavo della mia infanzia, a ciascuno promettevo che avrei detto al mondo, uscito di lì, cosa stava accadendo, quale era la verità che nessuno ancora conosceva. Promettevo loro che non sarebbero morti invano, che non li avrei dimenticati, che il loro ricordo sarebbe resistito all’odio di chi ci aveva rinchiusi lì, per cancellarli, per distruggerli. 
Dopo qualche tempo al settore 12, nel giugno del 1944, il dottor Mengele mi notò. Era lui al nostro arrivo che ci aveva selezionati, che aveva scelto i “suoi” bambini, quelli destinati agli esperimenti. Un giorno mi avvicinò e mi disse che aveva osservato le mie capacità come medico, nonostante i pochi mezzi a disposizione. Era rimasto colpito. Aveva in mente per me un ruolo importante, al suo servizio. Potevo essergli utile. Ma come?
Mi aggregò come medico anatomo-patologo al dodicesimo Sonderkommando di Auschwitz, di istanza al crematorio numero 1. Allestii una sala autopsie che fu dotata delle più moderne attrezzature. Il mio compito era quello di supportare il dottor morte nelle sue folli ricerche scientifiche, per trovare le differenze fra la razza ariana e quella degli “inferiori” che finivano sul mio tavolo. Dovevo operare seguendo le istruzioni sue e dei suoi collaboratori. Sotto i miei occhi pieni di morte passarono decine e decine di cadaveri, di persone deformi, di bambini, di gemelli, di ebrei come me, uomini e donne, tutti ritenuti sacrificabili in nome della scienza. Tutti ritenuti indegni di vivere.
Mengele uccideva a volte con il solo scopo di far sottoporre ad autopsia il paziente che aveva prescelto, al fine di individuare la chiave che dimostrasse la veridicità delle teorie eugenetiche sostenute dal nazionalsocialismo. La sala in cui lavoravo era circondata da vetri, dietro ai quali si schieravano i medici del campo. Ero costretto a sopportare il loro sguardo orgoglioso e malato, che ogni volta attendeva con trepidazione i risultati delle mie analisi. Dovevo fingere di non sentire le loro esclamazioni di compiacimento, le frasi entusiaste, i risolini.
In certi momenti speravo anche io di trovare quel qualcosa che tanto spietatamente ricercavano, lo speravo perché mi illudevo che avrebbero smesso di fare esperimenti e di uccidere per dimostrare le loro teorie. Ma così non fu. Giorno dopo giorno, fui costretto contro la mia volontà a «…misurare crani, annotare il colore degli occhi, pelle o capelli…», a ricercare quell’inesistente segno distintivo che potesse identificare la razza ariana di cui tanto si vantavano.
Il mio lavoro forzato non portò mai a risultati seri e concreti. Così gli esperimenti continuarono. Ma sono certo che con o senza di me, sarebbero comunque continuati.
Nel mio sopravvivere assistevo ogni giorno all’orrore della vita ad Auschwitz. Ma potevo anche godere di piccoli privilegi che mi permisero di cercare la mia famiglia. In agosto il dottor Mengele, mosso non so da quale scopo incomprensibile, mi concesse un lasciapassare che mi autorizzava a muovermi all’interno del campo. Forse si fidava di me, sapeva che non ero pericoloso e che sarei tornato indietro. Questa piccola libertà mi spinse a cercare mia moglie e mia figlia. Speravo che non fossero morte, speravo che non fossero finite alle camere a gas. Scoprii, grazie alla mia padronanza del tedesco, che erano detenute nel campo femminile C, quindi destinate allo sterminio.
Quando finalmente le trovai, quasi irriconoscibili ma vive e unite, il mio cuore riprese a battere. Avevo di nuovo uno scopo per uscire da quel luogo, per combattere contro la morte. Spiegai loro cosa mi era accaduto in quei mesi in cui eravamo stati lontano, cosa ero costretto a fare, che era meglio che da li loro si fossero fatte trasferire perché se fossero rimaste, prima o poi il loro destino sarebbe stato quello delle camere a gas. Riuscii a convincere gli ufficiali SS ad aiutarle a farsi trasferire in un campo di lavoro
Quel giorno le salutai e poi non le rividi più fino alla fine della guerra.
Tornavo al mio lavoro ogni mattina sperando che fosse l’ultima volta, che qualcosa cambiasse quella spirale di orrore e morte in cui ero intrappolato. Ma non avevamo notizie dal mondo esterno, eravamo isolati.
Il mio rapporto con il dottor Mengele era scandito da istruzioni precise. Non lasciava nulla al caso, non potevo prendere iniziative di nessun genere. La sua attività era programmata in maniera manicale: prevedeva una serie di esami dettagliati da compiere sui soggetti selezionati mentre erano in vita e successivamente quando finivano sul mio tavolo, con lo scopo di mettere in relazione l’inferiorità della razza ebraica con le deformità fisiche trasmesse di padre in figlio, in particolare nei gemelli. Ciò che ero costretto a vedere ogni giorno anneriva il mio animo, convincendomi che dall’inferno non sarei mai uscito. Quando non mi occupavo di corpi deformi o di vittime di esperimenti, aiutavo il dottor morte a catalogare le principali cause di morte all’interno dei campi di concentramento. I risultati che ottenevamo erano inviati all’istituto di igiene batteriologica delle SS, non so ancora a che scopo, dato che era palese che i decessi avvenissero per le privazioni, i maltrattamenti, le violenze e le condizioni igieniche proibitive.
Ricordo ancora degli episodi che mi hanno segnato profondamente.
Un giorno venne da me il dottor Mengele. Entrò nella sala dove mi stavo preparando e mi disse: «Vieni, arriva un convoglio carico di merce fresca, adiamo a vedere se c’è qualcosa di interessante…». Mentre lo diceva sorrideva, gli brillavano gli occhi, di quella luce sinistra che solo in lui avevo visto. Mi accorsi che aveva le tasche piene di caramelle. Mi tolsi la mascherina e lo segui come fa un cane con il suo padrone. Ma in me non c’era gioia. Non c’era fedeltà, ma solo rassegnazione.
Fuori ad aspettarci c’era lei, la solita bionda col cane. Avevo imparato a conoscerla, la chiamavano la Belva. Era spietata, fredda. Mi raccontarono che ogni tanto faceva sbranare i prigionieri dal suo cane, per divertimento. Che non disdegnava entrare nelle baracche femminili di notte per consumare violenti rapporti sessuali con le prigioniere costrette a sopportare la sua furia.
Evitavo di guardarla negli occhi, la solo volta che lo feci ne rimasi scioccato: erano blu e vuoti come l’abisso. In lei c’era l’ombra della morte. Sapevo per certo che con Mengele erano stati amanti, li avevo sentiti.
Arrivammo alla rampa dei treni in silenzio. Il dottore iniziò a girare fra i prigionieri. Ad un tratto si fermò.
Vide fra la folla due uomini. Seppi dopo che erano padre e figlio, entrambi deformi. Lui era entusiasta, gli sembrò di aver “… trovato l'anello mancante di Darwin; li fece immediatamente mettere da parte e tracciò con un gesso blu su di loro la scritta Fur sektion e li mandò al crematorio perché li visitassi e redigessi una scheda completa con i loro dati….”
Quando me li trovai davanti sapevo già cosa sarebbe loro accaduto. Gli diedi da mangiare. Non riuscivo a mascherare la mia tristezza. Mengele entrò dopo poco. Ebbi il tempo di visitarli e di annotare tutte le loro patologie. Poi il dottore li condusse in un’altra stanza e li fece stendere su due lettini. In pochi istanti , con due iniezioni di fenolo al cuore il loro destino era compiuto. Si erano immolati per la ricerca scientifica.
Come di consueto feci le autopsie. Ma da quel momento nulla andò come doveva. Mengele mi chiese come poter estrarre i due scheletri dai corpi, li voleva studiare ed inviare all’archivio dei Reich per farli catalogare. Io risposi che il solo modo che conoscevo era la bollitura dei loro resti. Un cenno di assenso e procedetti.
Mi misero a disposizione nel cortile del crematorio due fusti di acqua che mettemmo a bollire con i corpi sezionati dei due uomini. Dopo qualche ora ci raggiunse una squadra di prigionieri polacchi, chiamata per sistemare alcuni mattoni della ciminiera che si erano rotti. Arrivati sul posto, vedendo i fusti, credettero che a bollire ci fosse la carne destinata al Sonderkommando del crematorio. Affamati vi si avventarono sopra. Quando uscii era troppo tardi. Non ebbi il coraggio di dire nulla, ero scosso da ciò che stavo vedendo.
Ero in un vortice di orrore, intrappolato in un mondo che nessuno probabilmente fuori da quel luogo aveva la consapevolezza che esistesse. Quando ero un uomo libero avevo sentito parlare dei campi di concentramento ma non immaginativo chi li popolasse, chi aveva il controllo e fino a che punto la cosiddetta razza ariana, la razza perfetta, era in grado di spingersi.
Ogni giorno dovevo trovare la forza di andare avanti, di non lasciarmi annientare e di non perdere la lucidità. Ma non era facile. Guardavo gli altri medici che lavoravano con me e mi chiedevo come potessero farcela, senza perdere la ragione, senza impazzire. E io come facevo? La speranza di poter un giorno riabbracciare la mia famiglia mi teneva in vita.
Auschwitz era una struttura immensa, non avevo neppure idea delle sue reali dimensioni. Era costituito da un campo principale e da una serie di sottocampi, tutti strettamente correlati fra loro. Per necessità mi era capitato di spostarmi da una struttura ad un’altra. Il crematorio n° 1 era considerato quello di Auschwitz, dove lavoravo io. Il principale centro del genocidio ebraico fu Birkenau, anche conosciuto come Aushwitz II.
Birkenau era una fabbrica della morte. Era dotato da 4 grandi crematori, gemelli a due a due. Il 2 e 3 avevano spogliatoi e camere a gas. Il 4 e 5 solo camere a gas. I prigionieri erano fatti svestire all’esterno e poi condotti alla morte. I forni funzionavano giorno e notte. Chi arrivava in quell’area del campo, entrava vivo e usciva in cenere. Il buio della notte era rischiarato dalle fiamme che uscivano vivide dalle ciminiere del crematorio. Quella visione sinistra non faceva altro che aumentare la nostra disperazione, la nostra convinzione che prima o poi sarebbe toccato a noi o a qualcuno che amavamo o conoscevamo.
Un giorno, durante il nostro turno di servizio, ci incaricarono di svuotare la camera gas. Portando i corpi verso i forni, io e i miei colleghi ci accorgemmo che sotto una catasta di cadevi vi era ancora una giovane donna viva. Era scheletrica, pallida, piena di ecchimosi, ma respirava ancora. Il nostro istinto di medici ci fece agire senza pensare alle conseguenze. La rianimammo e la nascondemmo. Per noi fu una gioia, una barlume di speranza che forse qualcosa di buono poteva accadere. Ci sentimmo di nuovo parte di qualcosa di positivo, ci sentimmo di nuovo umani dopo tanto tempo. Ma la nostra gioia non durò molto.
La giovane fu scoperta da un SS e uccisa, mentre i miei compagni cercavano di salvarla, di aiutarla. Furono tutti trucidati. La nostra vita al campo non valeva nulla, eravamo tuti appesi a un filo. Io mi salvai solo perché non ero lì in quel momento.
Le squadre in cui lavoravamo, dirette dalla SS, erano chiamate, Sonderkommando. Ogni 4 mesi per evitare che diventassero testimoni scomodi, i componenti delle squadre erano sterminati. Io ne facevo parte, con altri prigionieri scelti per le loro capacità o per la loro prestanza fisica. Eravamo più fortunati degli altri, meglio nutriti. Io appartenevo ad una categoria speciale, non feci la fine degli altri appartenenti al gruppo. Ero il patologo di Josef Mengele, il famoso dottor morte.
Mengele era solito ripetermi: «Il crematorio non è il massimo dell'inferno ma un limbo, ci si può sopravvivere…» Andando a Birkenau capii perché mi ripeteva quella frase. Un giorno mi mandarono li per prelevare dei medicinali frutto delle perquisizioni dei nuovi prigionieri arrivati. Spesso i crematori erano sovraffollati di cadaveri da smaltire. Quando questo accadeva, e non era raro, si ricorreva alle fosse crematorie, situate in un’area distante dal resto delle struttura. I prigionieri selezionati per l’eliminazione erano condotti in una fattoria requisita, in cui venivano obbligati a spogliarsi, tra insulti, bastonate e violenze di ogni genere. Una volta nudi, venivano presi uno alla volta da due dei Sonderkommando assegnati a questo compito, che li conducevano di corsa attraverso il bosco verso una colonna di fumo nero e dall’odore acre e nauseabondo. Sapeva di carne bruciata, di capelli bruciati. Il fumo saliva verso il cielo, mente avvicinandosi alle fosse si udiva forte il crepitio dei corpi che ardevano e le urla strazianti di chi, ancora vivo, veniva gettato nel fuoco. Non potevo credere a ciò che stavo vedendo, non potevo accettare che stesse accadendo.
Sui bordi delle fosse ad attendere i condannati vi erano i soldati delle SS, con le pistole in pugno. Urlavano, sparavano, non badavano se stessero uccidendo o ferendo chi veniva loro incontro, nudo, indifeso, piangente. Un colpo alla nuca e poi giù nelle fiamme. Le persone spesso morivano bruciate vive perché le pistole usate erano di piccolo calibro, troppo piccolo.
Nel campo la chiamavano «… la doppia morte. Le vittime si dimenavano, emettevano urla disumane, si paralizzavano dal terrore, evacuavano e sbavavano alla vista dell'atrocità del loro vicinissimo martirio, cadevano in deliquio o impazzivano; il loro cervello dava grandi segni emozionali ai mostruosi avvenimenti esterni inimmaginabili, somatizzandoli, mentre venivano trascinate e avvicinate alle fosse crematorie. Il rendimento giornaliero di morte dei roghi era superiore a quello dei crematori. »
Se i Sonderkommando perdevano il ritmo, le SS sparavano loro alle braccia, alle gambe. SE si fermavano finivano a loro volta nella fossa. Raccolsi le medicine, mi voltai piangendo, con gli abiti impregnati di quell’odore acre e nauseabondo che ogni tanto mi tornava alla mente.
10 gennaio 1945. Le voci dell’avanzata degli alleati si fecero sempre più frequenti, il malcontento al campo era palpabile. Un giorno, fortunosamente riuscii a mettere le mani su un giornale dimenticato da uno dei soldati su una sedia. Lo presi. In fretta riuscii a leggere una notizia che mi diede nuova speranza ma che subito dopo mi fece piombare nel terrore: l’armata russa stava avanzando, l’esercito tedesco era in ritirata. Cosa ne sarebbe stato di noi? Ci avrebbero lasciti vivi, ci avrebbero dato la possibilità di raccontare l’orrore di Auschwitz? Ci avrebbero lasciti liberi di andare via? La risposta era dentro di me.
Gli uffciali del campo decisero la ritirata e di cancellare qualsiasi prova che testimoniasse la verità su ciò che accadeva. Fu decisa l’eliminazione totale delle prove, anche delle SS che avevano prestato servizio al crematorio con me: non dovevano restare testimoni in vita.
Rimasi ad Auschwitz fino a pochi giorni prima dell’arrivo dell’armata sovietica, in attesa del mio destino.
Il 18 gennaio riuscii a sfuggire alla morte , confondendomi con altri prigionieri in una di quelle che la storia ricorda come le marce della morte, cioè il trasferimento forzato dei prigionieri da un campo di sterminio ad un altro attraverso i territori di Germania, Cecoslovacchia, Polonia e Austria ancora appartenenti al Reich.
Ci fermammo a Mauthausen, presso Linz, dove il caos e il sovraffollamento erano indescrivibili. Il freddo era tremendo. Non potevo restare all’aperto, così andai dal kapò delle docce presentendomi come medico. Questo mi permise di mettermi al riparo e di salvarmi dal congelamento. Non immaginavo quello che sarebbe accaduto dopo poche ore. Nella notte le SS ordinarono di dar il via al Totbadeaktionen, il bagno della morte. Capii solo dopo di cosa si trattava.
Durante la notte cominciarono ad irrorare per ore i deportati nudi rimasti all'aperto, con idranti di acqua gelata. Li sentivo urlare. La temperatura era intorno ai – 20°, in questo modo i prigionieri sarebbero morti di ipotermia, congelati, di polmonite fulminante o arresti cardiaci.
Finito questo supplizio fu ordinato a squadre di criminali ubriache, costrette a bere fino a perdere la coscienza, di trucidare chi restava in piedi o cercava di resistere con asce e scimitarre correndo nel mucchio dei prigionieri stretti uno all’altro per difendersi dal freddo. La mattina dopo, ai pochi sopravvissuti fu concesso di entrare nel campo. Io non potevo non pensare all’orrore di quella notte, al sangue ghiacciato che brillava al sole.
Nei giorno successivi le SS continuarono a lanciare appelli per cercare i deportati che avevano lavorato nei crematori di Birkenau e Auschwitz; io feci finta di non sapere nulla, avevo capito che era meglio restare nell’anonimato, cercavano solo di eliminare gli scomodi testimoni che erano sopravvissuti alla ritirata.
Dopo circa tre settimane trascorse in quarantena nelle baracche di Mauthausen, fui trasferito nei sottocampi di Melk und der Donau, a circa tre ore di treno da Mauthausen e infine ad Ebensee.
La mia vita da prigioniero finì il 5 maggio del 1945 quando l’esercito statunitense ci liberò.
Tutto quello che avvenne dopo non ha molta importanza per far capire al mondo l’orrore che sono stato costretto a vivere per quasi un anno. La cosa che conta è che io e la mia famiglia ci siamo riuniti e abbiamo cercato di andare avanti nonostante i ricordi, nonostante la sofferenza. Nella mia testa le urla dei prigionieri che andavano alla morte non si spensero mai, mi accompagnarono per il resto della mia breve vita
Morii il 5 maggio 1956, distrutto dal peso di ciò che avevo vissuto ma con la consapevolezza che la mia testimonianza avrebbe contribuito a far conoscere al mondo la mostruosità che il nazionalsocialismo di Hitler e dei suoi scagnozzi aveva saputo mettere in scena.

Rosella Reali

Bibliografia 
Miklós Nyiszli, Memorie di un medico deportato ad Auschwitz, Ginevra, Ferni, 1980 (per altre edizioni - anche per il titolo alternativo di Auschwitz, i medici della morte 

Miklos Nyiszli - Medico ad Auschwitz - le folli "ricerche scientifiche" compiute su prigionieri ancora vivi, Longanesi & C. Editore, 1976 

ROSELLA REALI
Sono nata nel marzo del 1971 a Domodossola, attualmente provincia del VCO. Mi piace viaggiare, adoro la natura e gli animali. L'Ossola è il solo posto che posso chiamare casa. Mi piace cucinare e leggere gialli. Solo solare, sorrido sempre e guardo il mondo con gli occhi curiosi tipici dei bambini. Adoro i vecchi film anni '50 e la bicicletta è parte di me, non me ne separo mai. Da grande aprirò un agriturismo dove coltiverò l'orto e alleverò animali. 
Chi mi aiuterà? Ovviamente gli altri viaggiatori.
Questa avventura con i viaggiatori ignoranti? Un viaggio che spero non finisca mai...



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