Il massacro di Mountain Meadows

Immagine tratta dal film September dawn del 2007
Maggio 1859 in località Mountain Meadows, Utah, la Compagnia K dei Dragoni di Fort Tejon rinviene e seppellisce un numero imprecisato di resti appartenenti a uomini, donne e bambini massacrati a sangue freddo 2 anni prima. Sopra il tumulo in roccia viene eretta una croce in legno di cedro con la scritta “La vendetta è mia, dice il signore”. 
11 settembre 1857, in una valle dell’altopiano del Colorado denominata Mountain Meadows, a circa 35 miglia a sud ovest di Cedar City nello Stato dell’Utah, la carovana Baker – Fancher composta da numerose famiglie di pionieri provenienti dall’Arkansas e dirette in California (oltre 140-150 persone tra uomini donne e bambini) fu attaccata e letteralmente massacrata da una cinquantina di miliziani Mormoni travestiti da indiani, con la complicità di veri indiani Paiute meridionali. Quali motivazioni si celano dietro questa efferata strage del far west? Per comprendere il terribile episodio è necessario analizzare il contesto storico in cui i fatti maturarono. La Chiesa Mormone (Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni) fondata nel 1838 nella città di Fayette (New York) da Joseph Smith, si diffuse prevalentemente nell’area del mid west fino a quando, con l’assassinio del profeta fondatore da parte di fondamentalisti protestanti (1844) gran parte dei seguaci intrapresero sotto la guida di Brigham Young un lungo e insidioso esodo verso ovest, in pieno territorio indiano, fondando dopo innumerevoli sofferenze e perdite umane la nuova città di Salt Lake City (1847) nel territorio dell’Utah. L’immensa terra arida, compresa nei territori del sud ovest già di dominio del Messico, era all’epoca rivendicata dagli Stati Uniti (guerra Messico – USA 1846-1848) per cui Brigham Young decise di colonizzarla organizzandosi in relativa autonomia rispetto allo Stato federale che, al termine delle ostilità, ne era diventato virtualmente proprietario (trattato di Guadalupe Hidalgo). Il tentativo di Brigham Young di sganciarsi dal Governo di Washington per fondare uno Stato teocratico, sfociò nella “Guerra dell’Utah” (1857-1858) anche chiamata “guerra senza sangue” poiché i miliziani Mormoni e le truppe Statunitensi non si impegnarono mai in battaglie campali. Il pretesto per il confronto si ebbe quando alcuni rappresentanti del Governo federale nell’Utah restarono coinvolti in alcuni scandali di corruzione e, una volta rimossi dai loro incarichi, negarono gli addebiti affermando di essere stati cacciati con la forza dai coloni Mormoni che stavano tramando la ribellione contro Washington. 
Esodo dei Mormoni ad ovest con i carri condotti a mano
Era il 29 giugno 1857 ed il Presidente degli Stati Uniti Buchanan, allo scopo di ribadire la propria giurisdizione sullo Stato dell’Utah, ordinò alle truppe federali di scortare il neo-Governatore territoriale Alfred Cumming perché si insediasse a Salt Lake City. La spedizione armata forte di 1.500 uomini partì verso ovest dopo aver sospeso in via precauzionale ogni servizio postale da e verso quel territorio. Per Brigham Young tale prova di forza era una vera e propria sfida per cui ordinò alle varie comunità Mormoni sparse in altri territori di tornare in fretta verso Salt Lake City, preparandosi a difendere la Terra Promessa dagli invasori. Memore delle persecuzioni patite solo pochi anni prima dal proprio popolo, Brigham Young pose l’Utah sotto legge marziale, progettò degli espedienti per rallentare l’arrivo delle truppe federali ed organizzò la popolazione per una difesa ad oltranza, preoccupato che la Storia potesse ripetersi. Molti suoi seguaci, che ricordavano chiaramente gli stenti e la violenza subiti quando erano stati espulsi dal Missouri e dall’Illinois, erano ferocemente determinati a non farsi cacciare ancora una volta dalle loro case. Le scorte di grano vennero nascoste in appositi anfratti tra le montagne, ogni commercio fu interrotto, tanto da sorprendere le diverse carovane di emigranti che in quei giorni stavano transitando normalmente in quel territorio per raggiungere la California. Questi convogli si trovarono tutto ad un tratto nella difficoltà di reperire viveri, grano e munizioni, le mandrie di bovini al loro seguito erano improvvisamente in competizione con il bestiame degli allevatori locali, anch’essi a corto di mangime ed acqua. La guerra dell’Utah si risolse alla fine pacificamente, ma fu questa l’atmosfera di tensione con cui la cittadina di Cedar City accolse nell’agosto 1857 la ricca carovana guidata da John T. Baker e Alexander Fancher, partita dall’Arkansas nell’aprile dello stesso anno e diretta in California con circa 140-150 tra uomini, donne e bambini, 40 carri, centinaia di cavalli e oltre 1.000 capi di bestiame. I rappresentanti di Cedar City - ultimo avamposto utile prima di impegnare il deserto del Mojave, indispensabile per macinare il grano e comprare provviste - si dichiararono subito non disposti a vendere a prezzo ragionevole i beni necessari alla comunità in movimento, generando frustrazioni e crescenti tensioni con i migranti, stanchi e stressati dal lungo viaggio. 
Carovana di pionieri
Al culmine degli scontri verbali, il Marshal di Cedar City provò ad arrestare alcuni emigranti con l'accusa di ubriachezza pubblica e blasfemia: uno di loro, in evidente stato di ebbrezza, si era vantato di possedere la pistola che aveva ucciso il profeta Joseph Smith, mentre altri avevano minacciato addirittura di unirsi alle truppe di Dragoni in avvicinamento se non fossero riusciti a concludere gli acquisti di viveri. Gli animi si scaldarono e, a quel punto, i componenti del convoglio si opposero con vigore ad ogni azione punitiva facendosi strada con la minaccia delle armi fino a portare i carri e le famiglie fuori città. Il presidente “di Palo” (funzionario locale della Chiesa Mormone) Isaac Haight, deciso ad inseguire la carovana e derubarla per far pagare l’affronto, convocò una milizia formata da cittadini di Cedar City, prendendo altresì contatti con l’Agente Indiano della Contea di Iron, Maggiore John Doyle Lee, perché convincesse i “suoi amici indiani” a partecipare al saccheggio contro gli emigranti. I Capi Paiute, generalmente pacifici, rimasero riluttanti a farsi coinvolgere senza un motivo valido in un attacco deliberato contro una carovana così numerosa, ma alcuni guerrieri, allettati dai saccheggi e dalle razzie di bestiame promessi, seguirono il piano di Lee. L’Agente Indiano, d’accordo con il Vescovo Haight, ordinò ai miliziani di travestirsi da indiani, ben sapendo che in caso la razzia fosse andata male, le colpe dell’azione sarebbero ricadute sulle tribù di nativi. Mentre Lee muoveva una quarantina di uomini in direzione della carovana, Haight sottopose il piano in anteprima ai leader religiosi di Cedar City, spiegando loro che era in progetto un attacco punitivo ai pionieri nei pressi del Canyon Santa Clara, il cui saccheggio avrebbe anche favorito le difficili condizioni economiche in cui versava la cittadina a causa della legge marziale. Tale notizia suscitò tuttavia accesi dibattiti e diffuse contrarietà, tanto che Laban Merrill, autorevole membro della comunità chiese e ottenne che della faccenda fosse preventivamente consultato il Presidente Brigham Young. Il Vescovo Haight scrisse così una lettera per il profeta dei Mormoni, ma prima che la stessa fosse inviata alla volta di Salt Lake City, John Doyle Lee – che non era presente alla riunione - anticipò i tempi e riunì la milizia nella Mountain Meadows Valley, 12 miglia a nord del Santa Clara Canyon, a ridosso della carovana ivi accampata. 
L'agguato in una stampa dell'epoca
Per Lee era il luogo giusto per attaccare. Il 6 settembre avvenne lo scontro, grazie al fattore sorpresa caddero immediatamente 7 emigranti mentre altri 16 rimasero feriti, ma la carovana reagì tempestivamente mettendo i carri in cerchio e scavando una trincea di difesa. Ne seguì un assedio di 5 giorni, durante il quale alcuni pionieri riuscirono a forzare il blocco dirigendosi verso est per dare l’allarme. Per Lee la situazione stava sfuggendo di mano: l’Esercito non doveva essere lontano ed i fuggitivi potevano aver riconosciuto i bianchi travestiti da indiani. Il coinvolgimento dei Mormoni sarebbe divenuto di pubblico dominio con conseguenze nefaste per la comunità. Quella che doveva essere solo una dura lezione stava prendendo una piega di non ritorno. Mentre Lee pensava tutte queste cose fu raggiunto da altri rinforzi provenienti da Cedar City guidati da Haight il quale, nel frattempo, aveva ricevuto la risposta scritta da Brigham Young: "… il Signore ha risposto alle nostre preghiere e scongiurerà i progetti contro di noi … riguardo alle carovane di emigranti che passano nei nostri insediamenti non dobbiamo interferire con loro…” (alcune fonti in difesa di Haight riferiscono invece che in realtà il messaggio del Presidente Young arrivò solamente 2 giorni dopo il massacro). Si era comunque andati troppo oltre. Restava un’unica soluzione: uccidere tutti i possibili testimoni e dare la colpa agli indiani. Venerdì 11 settembre, John Doyle Lee vestendo abiti occidentali si avvicinò alla carovana sventolando una bandiera bianca. Dopo essersi qualificato come agente indiano, egli promise ai pionieri di aver convinto i Paiute a ritirarsi e, per rimediare alla situazione, offrì loro di tornare a Cedar City per essere curati e rifocillati. Quale gesto di buona fede ogni emigrante adulto doveva caricare le armi sui carri fino all’arrivo in città. Baker e Fancher erano sospettosi ma i numerosi feriti e le scarse riserve di acqua non lasciavano alcuna scelta: bisognava accettare. Come suggerito da Lee, i bambini sotto i 6 anni ed i feriti lasciarono per primi il cerchio difensivo a bordo di due carri carichi di armi, seguiti a piedi da donne e bambini. Gli uomini e i ragazzi più grandi sarebbero usciti per ultimi, ognuno di essi scortato e protetto da un miliziano armato. La processione proseguì per circa un miglio, fino a quando, al segnale prestabilito, ogni miliziano si girò sparando all'emigrante accanto a lui, mentre i guerrieri Paiute fino ad allora nascosti balzarono allo scoperto trucidando senza pietà donne e bambini terrorizzati. Sui due carri in prima linea vennero contemporaneamente uccisi tutti gli adulti feriti. 
Il massacro in una stampa di fine Ottocento
Circa 120 persone, uomini, donne e bambini, caddero uno ad uno fino a quando gli spari cessarono, il silenzio e l’odore del sangue rimasero gli unici testimoni del pianto dei 17 bambini risparmiati dalla follia omicida, forse perché ritenuti troppo piccoli per raccontare la terribile esperienza, forse perché gli assassini non se la sentirono di arrivare a tanto. Dopo aver dato una sommaria sepoltura alle famiglie trucidate, la milizia rubò ogni avere dalla carovana, portando gli infanti a Cedar City ove furono adottati da famiglie Mormoni. Un patto scellerato riunì per diversi anni tutti i colpevoli: la responsabilità doveva ricadere solamente sugli indiani Paiute. Probabilmente anche a Brigham Young fu raccontata, almeno inizialmente, tale versione dei fatti. Solamente nel 1859 alcuni dei bambini sopravvissuti vennero reclamati e riportati in Arkansas dai parenti delle vittime, venuti nel frattempo al corrente della strage. Nello stesso anno, sempre su sollecitazione dei parenti delle vittime, un drappello di Dragoni guidati dal Maggiore James Henry Carleton rinvenne a Mountain Meadows i poveri resti di una quarantina di componenti della carovana, dando loro cristiana sepoltura. Non è dato sapere cosa notò sul posto l’Ufficiale: da profondo conoscitore delle tribù ostili dell’ovest probabilmente si insospettì nel vedere che i corpi delle vittime erano parzialmente seppelliti mentre nessuna traccia era rimasta dei carri né dei suppellettili anche di poco valore (due comportamenti non usuali tra i nativi americani). Fatto sta che qualcosa sulla dinamica della strage lo convinse ad avviare più approfondite indagini, redigendo più volte, negli anni successivi, dettagliati rapporti al Maggiore Mackall, Assistente Aiutante Generale dell’Esercito, di base a San Francisco in California. Ci vollero però altri 10 anni per arrivare alla verità: solo nel 1870 infatti la Chiesa Mormone riconobbe le responsabilità dei suoi membri sui fatti procedendo alla scomunica di Lee e Haight. Bisognerà attendere però fino al 1874 – anno in cui venne ridimensionato per legge il controllo Mormone sul sistema giudiziario territoriale - perché John D. Lee venisse scovato, arrestato e processato secondo le leggi federali dalla 2^ Corte distrettuale di Beaver. Alle risultanze del Maggiore Carleton si unirono anche le testimonianze di alcuni miliziani Mormoni che dichiararono di essere stati “obbligati ad eseguire gli ordini poiché a quell’epoca erano sottoposti a legge marziale”; anche alcuni bambini sopravvissuti, ormai cresciuti, aiutarono la giuria a capire la dinamica dell’eccidio. Fu il caso, soprattutto, delle sorelle Elizabeth “Betty” Baker (anni 5) e Sarah “Sallie” Baker (anni 3) che furono risparmiate quel giorno insieme al fratellino William (9 mesi) e, contrariamente a quanto avevano pensato gli assalitori, ricordarono nel dettaglio tutto l’incubo vissuto, rilasciando dichiarazioni accusatorie. Il 28 marzo 1877, John D. Lee, per ordine del giudice Boreman, fu portato a Mountain Meadows, sulla tomba delle sue vittime, di fronte alla croce in legno di cedro ed ivi giustiziato da un plotone di esecuzione. 
John D Lee seduto sulla propria bara pochi minuti prima dell'esecuzione
Il massacro è stato raccontato nel tempo in diversi libri e dei fatti si è occupato anche Hollywood con il film “September dawn” (2007) senza però riuscire ad esorcizzare pienamente l’efferato episodio: i fantasmi di Mountain Meadows hanno continuato ad aleggiare tra le comunità dell’Utah per oltre 150 anni. Le reciproche accuse ed i reiterati tentativi di riconciliazione tra i discendenti delle vittime e quelli degli assalitori, si trascinano ancora oggi. Alcuni storici sostengono che John D. Lee, unico giustiziato per i crimini di Mountain Meadows, non fu altro che il capro espiatorio di una ben precisa decisione, partita dai vertici della Chiesa, forse addirittura dallo stesso Presidente Young. Altri ricercatori invece hanno giustificato i 10 anni di silenzio e la mancanza di altri condannati a morte nel processo del 1874 con l’amnistia generale concessa dal Governatore Cumming nel giugno 1858 grazie alla quale, al termine della “Guerrra dell’Utah”, furono condonati tutti gli atti ostili commessi in quegli anni contro gli Stati Uniti. La parola fine è stata forse pronunciata durante la cerimonia commemorativa dell’11 settembre 2007, allorquando l’Apostolo Henry B. Eyring, alto funzionario della Chiesa Mormone, ha letto per la prima volta una dichiarazione ufficiale esprimendo tutto il rammarico dell’Istituzione religiosa “per l'indebita e indicibile sofferenza vissuta dalle vittime allora e dai loro parenti fino ad oggi” nonché per il “popolo Paiute che ha ingiustamente sopportato per troppo tempo la principale colpa di ciò che è accaduto durante il massacro”. Da quel giorno forse le 120 vittime di Mountain Meadows riposeranno in pace. 
L'attore John Voight nel film September dawn
“I miei ricordi di bambina? Come puoi dimenticare l’orrore di vedere morire tuo padre mentre gli tieni le braccia al collo. Come puoi dimenticare i colpi di pistola tutto intorno a te, le urla degli altri bambini e delle donne agonizzanti sotto i colpi delle asce indiane. Come puoi dimenticare la vista di tua madre che si accascia nel carro accanto a te, mentre sul suo vestito una grossa macchia rossa diventa sempre più grande” (Sarah “Sallie” Baker).

Sergio Amendolia
Sitografia
legendsofamerica.com;
smithsonianmag.com;
mtnmeadowsmassacredescendants.com;
it.mormon.wikia.com

SERGIO AMENDOLIA
Nato 55 anni fa a Genova, sposato con 2 figli, 2 gatti e un cane, ho sempre guardato con stupore l'orizzonte e tutto ciò che quella linea rappresenta e contiene, convinto che dove il cielo finisce si celano sempre spazi e tempi lontani, spesso inesplorati o conosciuti poco e male. Forse per questo mi attira l'impostazione di questo blog ed i veli della Storia che gli articolisti provano spesso a sollevare, perché conoscere è importante e aiuta a capire ciò che siamo e come lo siamo diventati. Oltre alla nostra bella Italia ed alla sua impareggiabile ricchezza di arte e storia, mi affascinano molto gli scenari mozzafiato dell'Ovest Americano. In questi ultimi anni ne ho percorsi alcuni, ancora una volta cercando di varcare orizzonti i cui contorni sfuggono in continuazione, dimensioni che ho provato a malapena ad intuire nei volti dei nativi che ancora oggi si incontrano nelle riserve: a volte duri, scolpiti e aridi come i monoliti di arenaria rossa, probabilmente gli unici in grado di metabolizzare la sensazione di infinito che pervade quelle terre lontane. Per questo mi piace, quando il tempo libero me lo permette, collaborare con riviste e pagine web, tentando di approfondire le vicende che hanno caratterizzato la storia di quei popoli d'oltreoceano, in particolare l'epopea del West, con un occhio particolare agli uomini e alle donne che la vissero davvero, fuori dai luoghi comuni e dai grandi miti costruiti da Hollywood.



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