La battaglia di Crevola tra folk, fake ed esperimenti antropologici

Folklore e fakelore sono due termini fondamentali della ricerca antropologica contemporanea. Il primo indica, in estrema sintesi, la "cultura tradizionale", il secondo quella "inventata", ma che vuole essere fatta passare come tradizionale. Il fakelore, termine americano creato nel 1950 da Richard Dorson, viene utilizzato per indicare del folklore inventato presentato come se fosse autenticamente tradizionale, e pu riferirsi sia a storie, e di conseguenza anche a tradizioni, completamente inventate, sia ad antico folklore riadattato ai tempi moderni. 
Gli eventi della battaglia di Crevola, le celebrazioni ufficiali, la retorica di questo evento nei secoli, non possono far altro che rappresentare un classico esempio di fakelore, e proprio le celebrazioni del 525° possono, a mio avviso, dare l'abbrivio per far partire una neo-tradizione che ha due sorti: o iniziare a "camminare con le sue gambe" oppure "estinguersi". Esiste anche una terza via parlando di tradizioni che è quella delle modificazioni, ma, per ora, eviterei di trattare questo argomento. Ma procediamo con ordine: La Battaglia di Crevola e la processione di San Vitale.


Il difficile conto delle vittime tra retorica e patriottismo 

Dalle testimonianze scritte che possiamo ritrovare sull'epico scontro che, secondo alcuni, e su questo tema torner più avanti, diede origine all'Ossola o quantomeno "all'Ossolanità", il bilancio del conflitto fu "miracoloso". Le forze elvetiche, che guarda caso vengono sempre considerate soverchianti di numero e di forze, vennero sconfitte duramente. Il conto delle vittime fu disarmante: due decessi tra gli sforzeschi e ben 2mila morti tra i vallesani. Bazzetta racconta la battaglia con una retorica risorgimentale: "Tutti furono prodi", "Si scambiarono formidabili colpi che risuonavano sugli elmi e sulle corazze percosse", un combattente viene descritto così: "aveva l'aspetto più di belva che di uomo per lo smisurato furore della sconfitta recente". E ancora: "Il Muller coprì la terra sanguinosa colla sua grande persona, rovinando sui cadaveri". Dei vallesani che riuscirono a salvarsi solo pochi, prosegue il Bazzetta, riuscirono a tornare a casa: "alcuni perirono di fame o precipitarono nei burroni ed altri furono uccisi dai valligiani che anelavano vendetta di tante passate dolorose vicende sofferte, e che inferocirono sui cadaveri dei vinti. Le donne stesse furono vedute strappare il cuore ai cadaveri e darlo in pasto ai cani".  Naturalmente il conto delle vittime non fu univoco: secondo gli storici svizzeri furono mille i soldati che non tornarono a casa, secondo quelli italiani duemila e più, tra cui 300 lucernesi, di cui ben 50 di famiglie notabili. Stesso discorso vale per le perdite sforzesche, che variano, a seconda dei documenti, tra i 2 ed i 4.  La percezione della vittoria tra gli ossolani fu senza dubbio quella di un vero e proprio miracolo. Se a questo si aggiunge che la vittoria avvenne proprio il 28 aprile, giorno in cui la chiesa cattolica ricorda san Vitale...

San Vitale 

San Vitale a molti potrà non dire nulla. In realtà è strettamente legato a Domodossola, trattandosi del padre, ma anche in questo caso si tratta di una pura leggenda inventata da sant'Ambrogio e dai suoi discepoli, di Gervasio e Protasio.  San Vitale, che originariamente viene ricordato insieme a sant'Agricola, è un protomartire della chiesa bolognese, sepolto nella cattedrale di san Pietro e che divent celebre nel 409 quando Galla Palcidia ne trasl alcune reliquie nell'oratorio al posto del quale fu poi eretta la basilica. Il culto di questo santo nacque nel bolognese ma ben presto si diffuse a Milano, dove Ambrogio vi port alcune reliquie, Firenze, Nola e Ravenna. Nel 409, dicevamo, Galla Placidia, trasferitasi da Milano e Ravenna, vi port diverse reliquie, non solo di san Vitale e sant'Agricola, ma anche di Gervasio e Protasio, il cui culto era particolarmente caro ad Ambrogio. All'inizio, per dovere di cronaca, l'iconografia di Vitale lo vedeva come il servo di Agricola ma poi il culto di questi divenne meno importante a favore di quello di Vitale, che viene rappresentato come un ricco e nobile romano padre dei Santini domesi. L'iconografia ufficiale, molto vasta, lo ritrae solitamente vestito da soldato a cavallo che solleva uno stendardo, con lancia, spada e mazza, strumento del martirio della sua sposa Valeria, celebrata anch'ella il 28 aprile.  La "parentela" tra Vitale e Gervasio e Protasio è puro fakelore: Ambrogio non aveva alcuna notizia dei due martiri che sarebbero diventati patroni di Domodossola. Nel V secolo troviamo testimonianze di questa mitica parentela nella Lettera sul rinvenimento dei santi Gervaso e Protaso. E' una lettera che proviene dall'ambiente di Ravenna e quindi pone un legame tra i due nuovi martiri e la città.  San Vitale è quindi particolarmente legato a Crevoladossola, insieme ai santi Gervasio e Protasio. Ne troviamo infatti diverse raffigurazioni nella chiesa plebana dei santi Pietro e Paolo. Anche a Domodossola fu dedicata a questo santo la campana maggiore della Collegiata, nel 1488. 

La processione e la sua fine 

Scrive lo storico Giovanni Capis: "L'istesso borgo ed alcune terre fecero voto di erigere un oratorio al Ponte di Crevola luogo della vittoria, sotto il nome dell'antidetto San Vitale, et di visitarlo ogn'anno processionalmente in tal giorno; qual voto tuttavia è osservato". La testimonianza è del 1673, anche se, come afferma più avanti lo stesso Capis, "di questo Voto ancorché presso tutti sia indubitato, non vi ha trovato memoria per scrittura".  Dal 1487 il clero ed il popolo di Domodossola si recavano annualmente all'oratorio di san Vitale, dove veniva celebrata una messa solenne al mattino e la sera vi era il canto dei vespri. Come spiega Bertamini le elemosine raccolte erano consegnate ai fabbricieri di Crevola. L'oratorio serviva quindi ad una sola funzione annuale. Della processione abbiamo tracce fino al 1779, quando il vescovo,Aurelio Barbis Bertone, viet le processioni fuori parrocchia (escludendo naturalmente le Rogazioni, testimonianze di riti pagani di fertilità). 

Ma esiste l'ossolanità? 

Sembra che il legante degli ossolani fu la cosiddetta co-trascendenza: il culto dei santi Gervasio e Protasio, e dei loro genitori Vitale e Valeria. 
Ma, da antropologo che da diversi anni studia dettagliatamente l'apparato folklorico ossolano non posso che chiedermi: esiste l'Ossolanità? O sono tutti come scrissi qualche anno fa, "l'un contro l'altro (metaforicamente) armati"? In un suo saggio pubblicato postumo, dal titolo Tradizioni popolari ossolane: ingiurie, imprecazioni e nomignoli ossolani, Adolfo da Pontemaglio ci offre una valida e colorita descrizione di questi atteggiamenti fortemente etnocentrici, che lui definisce come “ingiurie topiche”1
Si tratta di nomignoli e stereotipi che non interessano solo gli abitanti dei comuni limitrofi, ma addirittura gli abitanti di alcuni quartieri o frazioni dello stesso paese. I domesi vengono così definiti, in generale ed in rapporto agli altri abitanti dell’Ossola, ginevritt e patachitt. Il primo appellativo sembra derivare dall’ignoranza religiosa di questi cittadini, che venivano considerati quasi protestanti. Essendo Ginevra un luogo eminentemente luterano, il lemma ginveritt è divenuto, nel giro di poco tempo, sinonimo di protestante o di persona poco religiosa2. Il termine patachitt, in origine indicante i giovani non ricchi ma vestiti con ricercatezza, arriv a designare gli abitanti del capoluogo ossolano perché questi indossavano sempre dei vestiti migliori rispetto a quelli dei contadini delle vallate circostanti3. Questa specie di “boria” e di altezzosità dei “cittadini” domesi rispetto ai loro vicini riecheggia anche nel modo di dire “tarnaga cum poch sold e tanta blaga”, ovvero ignorante con pochi soldi e tanta baldanza4
E che dire degli abitanti di Crevoladossola? Molti nomignoli sono di matrice zoologica. Gli abitanti di Preglia, Crevola ed Oira (tra frazioni di Crevoladossola) sono detti ghett, perché proprio come i gatti litigano continuamente tra di loro, sbeffeggiandosi continuamente l’un l’altro. 
Si tratta di un discorso molto complesso, e questo non è certamente il contesto per trattarlo. Mi limiter a dire che la concezione identitaria ossolana pu esistere, ma solo in contrapposizione ad un'alterità. Che possono essere gli abitanti di un'altra frazione, di un altro paese, di un'altra valle, di un'altra regione, di un altro stato... 

La processione ed il corteo: prospettive antropologiche 

Arriviamo ora a cercare di leggere antropologicamente quello che accadrà tra poche decine di minuti. Si svolgerà una messa, un momento religioso, e si formerà un corteo con autorità religiose, laiche, gruppi medioevali, associazioni... Una rappresentanza eterogenea del mondo associazionistico di Crevoladossola, della sua collettività, e non solo. Al termine il pranzo, momento conviviale. 
Grande l'impegno dell'amministrazione per organizzarlo quest'anno, in occasione del 525°. Ma l'anno prossimo che accadrà? E tra due anni? E tra 10? Se l'evento, la manifestazione (e se serve chiamiamola pure tradizionale, come la torta Creula proposta dalla pasticceria Cartini, anche se sappiamo che si tratta di un chiaro fake-lore) riusciranno autonomamente a prendere piede, spazio nel cuore dei crevolesi e "ritagliarsi" un angolo nel calendario rituale del paese la festa sopravviverà. E sarà interessante vedere come la festa cambierà e "si adatterà" all'ambiente, notarne le modificazioni e dopo quanto tempo verrà percepita come un qualcosa di realmente "tradizionale", e verrà collocata in quello che potremo definire un tempo mitico, quello stesso tempo mitico "della tradizione". Gli antropologi lo sanno bene che si tratta di un fake-lore, ma non demonizziamo queste "feste inventate", queste "tradizioni" la cui origine vorrebbe perdersi in un tempo antico ma che in realtà è definita a pochi anni or sono. 
Abbiamo lanciato un sasso nel vasto mondo del folklore e delle feste popolari, speriamo che attecchisca. E chissà, magari ci ritroveremo tra 25 anni a trattare della processione della Battaglia di Crevola a San Vitale come uno degli episodi di fede popolare più importanti dell'Ossola o magari del Nord Italia.

Luca Ciurleo

1 Il saggio è contenuto in Ferraris, 1997, pp. 103-122. 
2 Ferraris, 1997, p. 115. 
3 Ferraris, 1997, p. 116. 
4 Ferraris, 1997, p. 109.



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