Francisco Boix, gli occhi di Mauthausen

Campo di concentramento di Mauthausen. Francisco Boix sulla sinistra con la macchina fotografica


Il 5 maggio del 1945 il lager di Mauthausen fu raggiunto dalle avanguardie dell'armata americana. Mauthausen fu l'ultimo tra i grandi campi di concentramento ad essere liberato dalle forze di liberazione. Le condizioni dei superstiti erano tali, sia a livello fisico che psichico, che anche dopo l’arrivo degli alleati si assistette ad un'alta mortalità degli ex prigionieri. Le forze di liberazione non erano preparate ad affrontare la situazione con adeguate terapie e profilassi di riabilitazione fisica e alimentare. Alcuni dei sopravvissuti tentarono, con le ultime forze rimaste, di raggiungere il vicino lager di Gusen, alla ricerca di parenti e amici. I deportati rimasti nel campo di Mauthausen cercarono, catturarono e uccisero le guardie delle SS rimaste a controllo del lager. Secondo la ricostruzione dei testimoni oculari, alcune guardie del campo furono massacrate sul terreno del campo di concentramento. Furono riaccesi i forni per gettare al loro interno le ultime guardie sopravvissute. Ancora vive. Dopo la liberazione del lager, il controllo passò dalle mani americane a quelle sovietiche, che lo riconsegnarono alle autorità austriache il 20 giugno del 1947 dietro la promessa di farne un luogo di commemorazione. 
Ingresso delle truppe alleate nel campo di Mauthausen

Il 5 maggio del 1945, tra i liberati del lager di Mauthausen vi era anche Francisco Boix, il fotografo dell'orrore, che si trovava nel campo da 4 anni. Boix ricoprì, e ricopre, un ruolo fondamentale nelle testimonianze dell'orrore compiuto dai nazisti sui prigionieri dei campi poiché fu impiegato dalle SS come fotografo ed operatore del laboratorio fotografico esistente nel campo. 
La domanda che inizialmente dobbiamo porci è la seguente: chi è Francisco Boix e perché si trovava internato a Mauthausen? 
Francisco nacque a Barcellona il 31 agosto del 1920, primo di tre figli di un sarto simpatizzante di sinistra ed appassionato di fotografia. Amori che trasmetterà al figlio tanto che, sin da giovanissimo, Francisco aderì alla Gioventù Socialista della Catalogna. Allo scoppio della guerra civile spagnola, armato di una macchina fotografica regalatagli dal figlio di un diplomatico sovietico, lavorò come fotografo sul campo di battaglia. Nel 1938, all'età di diciotto anni, combatté nella 30a divisione dell'esercito della Seconda Repubblica spagnola. Nel febbraio dell'anno successivo, impossibilitati a proseguire la guerra contro le truppe di Franco, molti repubblicani furono costretti ad esiliare nella vicina Francia. Francisco fu internato come rifugiato nel campo d'internamento di Le Vernet e successivamente in quello di Septfonds. 
Francisco Boix all'interno del campo di concentramento di Mauthausen

Nel 1940 iniziò l'occupazione nazista della Francia. Il 27 gennaio del 1941 Francisco Boix fu catturato ed internato nel campo di concentramento di Mauthausen. Fu identificato con il triangolo blu che contrassegnava i prigionieri politici spagnoli. Durante la prigionia a Mauthausen ebbe modo di visitare anche il vicino campo di concentramento di Gusen, dove ebbe l'occasione di vedere cosa accadeva nella cava di Mauthausen. Le SS decisero d'impiegarlo come fotografo ed operatore dei laboratori fotografici esistente al campo. Boix gestì e visionò migliaia di fotografie riguardanti le nefandezze e le efferatezze compiute dai nazisti nel lager. Nei quattro anni di prigionia riuscì a sottrarre diverso materiale dagli archivi del lager di Mauthausen, fatto che gli permetterà d'essere uno dei principali testimoni nei due grandi processi ai criminali nazisti, quello internazionale di Norimberga e quello americano di Dachau. 
La testimonianza di Francisco Boix al processo internazionale di Norimberga

Dopo la liberazione del campo di concentramento di Mauthausen si trasferì a Parigi dove riuscirà a lavorare come fotoreporter per giornali e riviste. Nel 1951, a soli 31 anni, morì nella capitale francese a causa di una malattia renale probabilmente legata al periodo d’internamento nel lager di Mauthausen. 
Prigionieri nel campo di Mauthausen

La domanda che sorge spontanea è la seguente: cosa accadeva nel campo di concentramento di Mauthausen? 
Il numero totale delle persone che transitarono per il lager ed i suoi sotto-campi è stimato in oltre 200.000 individui, molti dei quali furono impegnati nel lavoro alle cave di pietra. Un riassunto dell'orrore che i prigionieri dovettero subire è rappresentato dal resoconto di una visita di Himmler alla cava del campo. Il gerarca nazista ordinò di caricare una pietra di oltre 40 kg sulle spalle di un detenuto. L’ordine successivo fu quello di farlo correre sino a che morisse. Himmler osservò attentamente l'agonia di quell'uomo e pensò che il metodo si dimostrava efficace nell'eliminazione delle persone indesiderate. Nella cava di Mauthausen si estraeva il granito viennese che era tagliato sul posto in blocchi squadrati. Il lager fu edificato trasportando a spalla migliaia di queste pietre sulla via che collegava la cava al campo di concentramento, situato in cima ad una collina: quella strada fu chiamata Blutstrasse, la via del sangue. Il primo tratto di collegamento tra la cava e la strada per il lager era una scala di pietra, di 186 gradini, che superava un dislivello di oltre 50 metri. La scala era affrontata in composte file da cinque prigionieri, ognuno dei quali portava sulle spalle pesanti massi. Gli internati dovevano compiere, contemporaneamente, un passo alla volta per il necessario equilibrio della fila imposta dai militari del lager. Quel tratto prese il nome di Scala della morte in seguito alla decisione delle autorità del campo di utilizzarla come strumento di sterminio di massa. 
La scala della morte. I prigionieri, nella tipica fila per cinque, salgono sulla scala con gli enormi massi caricati sulle spalle

Come avveniva lo sterminio dei prigionieri? 
Le guardie, avvertite del fatto che serviva spazio in previsione dei nuovi arrivi, spingevano giù i primi prigionieri che avevano raggiunto la vetta della scalinata. Questi cadevano all'indietro con le pesanti pietre trasportate sulle spalle colpendo le file d’uomini che seguivano, che a loro volta cadevano addosso agli altri. La scala si tingeva di rosso del sangue delle vittime. 
La vita e la morte nel lager erano un affare interno, privato. Nessun contatto poteva avvenire tra prigionieri e parenti, sulla base del decreto Nacht und Nebel: «dato che lo scopo di questo decreto è di lasciare parenti, amici e conoscenti all'oscuro della sorte dei detenuti, questi ultimi non devono avere nessun contatto col mondo esterno. Non è quindi loro permesso né di scrivere né di ricevere lettere, pacchi o riviste. Non devono essere date informazioni di sorte sui detenuti a uffici esterni. in caso di morte, i parenti non devono essere informati, fino a nuovo ordine» (Berlino 4 agosto 1942 - Estratto del Decreto Nacht und Nebel (Notte e Nebbia) a uso dei campi di concentramento - f.to dottor Hoffmann) 
Himmler in visita alla cava di Mauthausen

La conclusione della vita e della morte è lasciata alle parole dello scrittore Vincenzo Pappalettera, che ci permettono di respirare il dolore di quelle lugubri giornate: «Le fiamme che escono dai camini, riverberano intorno per chilometri durante la notte e il vento porta lontano il lezzo acre di carne bruciata. Quanto si può resistere? Due mesi, tre mesi? Calcoli inutili. A Mauthausen non esiste il giorno dopo, il solo futuro è l'oggi. Arrivare a sera è uno sforzo tremendo e insieme una fortuna.» (V. e L. Pappalettera, Mauthausen, Golgota dei deportati, op.cit.)

Fabio Casalini


Bibliografia
Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Frammenti di una vita, Rosellina Archinto Editore, Milano 1999

Pio Bigo, Il triangolo di Gliwice. Memoria di sette lager, Edizioni dell'Orso, Alessandria 1998

Delfina Borgato, Non si poteva dire di no. Prigionia e lager nei diari e nella corrispondenza di un'internata Venezia-Mauthausen-Linz 1944-1945, Cierre Edizioni, Caselle di Sommacampagna 2002

Silvano Lippi, 39 Mesi - 60 Anni dopo. Nuova edizione ampliata, con allegata videointervista all'autore, Firenze, Multimage, 2012

Gianfranco Maris, Per ogni pidocchio cinque bastonate. I miei giorni a Mauthausen, Milano, Mondadori, 2012

Ferruccio Maruffi, Codice Sirio. I racconti del Lager, Edizioni Piemme, Casale Monferrato 1986

Vincenzo Pappalettera, Tu passerai per il camino: vita e morte a Mauthausen, prefazione di Piero Caleffi, Milano, Mursia, 1965

Mathias Ėnard, Zona, Milano, Rizzoli, 2011

Salva Rubio, Pedro J. Colombo, Aintazane Landa, Il fotografo di Mauthausen, pag.4, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2018

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

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