C'era un tempo in cui eravamo cannibali

I termini cannibale e cannibalismo derivano dalla parola canniba, riportata per primo da Cristoforo Colombo. Il termine era utilizzato dagli amerindi delle Piccole Antille per designare alcune popolazioni dedite all'antropofagia. Cristoforo Colombo, di ritorno da uno dei suoi viaggi nei Caraibi, utilizzò la parola canniba per indicare i costumi dei nativi delle terre che aveva visitato, gettando le basi per giustificare il massacro di quelle popolazioni da parte dei conquistadores. Grazie all'esploratore genovese, la parola cannibalismo è sinonimo della pratica di mangiare i proprio simili. Il termine antropofagia indica un organismo che si nutre di esseri umani. Cannibalismo è impiegato per indicare l'atto di mangiare membri della propria specie mentre antropofagia è sinonimo di cannibalismo umano. (Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, Dizionario della lingua italiana, Firenze, Edizioni Le Monnier, 1971). 
Cibarsi di carne umana non era prerogativa delle popolazioni indigene dei Caraibi poiché, nel corso del tempo, sono emersi reperti archeologici di ossa umane che sembrerebbero attestare il cannibalismo rituale ad un tempo prima del tempo. Non tutti gli studiosi convengono su questa ipotesi. Un caso celebre è quello dell'antropologo William Arens che negò l'esistenza del cannibalismo, definendolo mito del quale mancano prove materiali concrete. (Tim White, Quando eravamo cannibali, in American Scientific, num. 397, settembre 2001). 
Per quanto si possa dare credito a William Arens, il cannibalismo è esistito ed esiste e si può distinguere in tre categorie: Alimentare, rituale e pseudo-cannibalismo. (Piero Angela ed Alberto Angela, La straordinaria storia dell'uomo, Milano, Mondadori editore, 1989)
Il cannibalismo alimentare avviene in casi di estrema necessità, quello rituale consiste preferibilmente nel mangiare parti del corpo umano considerate simboliche all'interno di un rito magico o religioso mentre l'ultima classificazione, ovvero pseudo-cannibalismo, attiene al culto dei morti che possono lasciare tracce di macellazione sui corpi. Alla luce delle recenti esternazioni di personaggi che non sono in grado di filtrare le informazioni corrette da quelle inventate, il nostro compito è quello di cercare di portare chiarezza sul tema del cannibalismo rituale, considerato un tabù difficile da affrontare. Il cannibalismo rituale è esistito sin dai primordi della storia umana ed i reperti archeologici confermano tale affermazione: la più antica testimonianza di tale comportamento risale a circa 800.000 anni fa ad opera di Homo antecessor. Le ossa ritrovate a Gran Dolina, in Spagna, presentavano tracce di macellazione, scorticamento, rimozione della carne, apertura della scatola cranica e delle ossa lunghe per l'asportazione del midollo. (Tim White, Quando eravamo cannibali, in American Scientific, num. 397, settembre 2001)
Altri resti di ossa umane con segni di macellazione, che fanno supporre atti di cannibalismo, sono state rinvenute in molte località europee, tra cui l'Uomo di Saccopastore in Italia. Queste risultanze archeologiche risalgono all'Homo neanderthalensis. Essendo tornate alla luce anche ossa umane con segni di macellazione del periodo dell'Homo Sapiens, alcuni scienziati hanno avanzato la tesi che la pratica del cannibalismo fosse comune prima del paleolitico superiore, ovvero quel periodo compreso tra 40.000 e 10.000 anni fa. (Tim White, Quando eravamo cannibali, in American Scientific, num. 397, settembre 2001). 
Il cannibalismo rituale scomparve con il progredire dell'umanità? 
Le risultanze archeologiche raccontano di popolazioni dedite a tale pratica, dagli Anasazi agli aborigeni australiani. Quando l'europeo iniziò il suo processo di colonizzazione del mondo entrò in contatto con popoli che avevano usanze, riti e consuetudini diverse da quelle prevalenti nel continente di provenienza. All'inizio dell'epoca coloniale divennero famosi i cosiddetti Niam Niam, parola che significa grandi mangiatori. Il nome Niam Niam, usato sin dal Medioevo nei testi arabi, identificò, nel tempo, varie popolazioni che si succedettero nel bacino del fiume Sue in Sudan. Tutti questi popoli erano noti per l'ostentazione dei loro riti cannibaleschi e per le violente azioni atte allo svolgimento di questi riti. (Giorgetti Filiberto, Il cannibalismo dei Niam Niam, da Africa: journal of the international african institute, num. 2, aprile 1957, Edinburgh university press)
Un caso importante riguarda la società segreta tradizionale degli uomini leopardo (Anyoto/Aniota). Gli adepti di queste società si identificarono misticamente con lo spirito del leopardo indossando costumi, maschere e ornamenti atti a riprodurne l'aspetto. In epoca coloniale, soprattutto nel periodo a cavallo tra il XIX e il XX secolo, queste società segrete del Congo Belga, della Nigeria e della Liberia, si trasformarono in organizzazione violente fondate sull'omicidio rituale. Gli adepti di queste sette furono incoraggiati all'antropofagia. (Cyrier Jeremy, Anioto: mise d'une patte sur la puissance. Hommes de léopard du Congo belge, Michigan, 1999). 
Atti di cannibalismo sono stati documentati anche nel periodo successivo all'epoca coloniale, soprattutto durante conflitti di natura etnica come le guerre civili del Congo, della Liberia, in Uganda e in Ruanda. 
Un fenomeno correlato, anche se sostanzialmente diverso, è l'utilizzo degli organi umani nei rituali di alcuni guaritori. Un esempio lo possiamo trovare in Tanzania, dove si attribuiscono poteri magici agli organi degli albini. 
Da un punto di vista storico e religioso, un caso molto interessante è quello legato alle terre di Nigeria, Benin, Togo e Sierra Leone. Per comprendere i passaggi successivi dobbiamo conoscere un vasto gruppo etnico-linguistico che conta oltre 40 milioni di persone sparsi tra le nazioni sopra citate, gli Yoruba. Nel periodo della tratta degli schiavi molti abitanti di queste regioni furono deportati nelle Americhe, dal Brasile a Cuba. Le persone portarono con se la pratica delle religioni animiste dei paesi di origine. Gli schiavisti, pena la morte, obbligarono coloro che avevano strappato con la forza alle proprie terre di non praticare culti diversi dal cristianesimo. Gli schiavi, non potendo rinunciare alla propria religione, nascosero il culto dei propri dei dietro l'iconografia cattolica. Nacque così la santeria, termine coniato dagli spagnoli per denigrare quella che a loro pareva una devozione eccessiva ai santi da parte degli schiavi. (Nicolas Kanellos, Handbook of hispanic cultures in the United States: anthropology, Arte Publico, 1994)
Il colonizzatore bianco, credendosi superiore allo schiavo africano, non comprese che la figura del santo altro non era che quella di un dio dell'antica religione africana. Gli Yoruba rimasti nelle terre natali? Con il trascorrere del tempo si convertirono, o furono forzatamente convertiti, al cristianesimo o all'Islam. Negli Stati Uniti gli Yoruba convertiti al cristianesimo sono noti per la loro rigorosità al nuovo credo. In Nigeria e Benin, una piccola parte della popolazione ancora ricorre ai culti tradizionali, rivolgendo le proprie attenzioni ai divinatori, noti come padri dei segreti. 
La letteratura e il cinema hanno creato una visione distorta di tutte le religioni animiste africane o centro-americane. Questo fatto si nota con particolare riguardo alla religione Vodu, Vudù. Il termine letteralmente significa spirito o divinità. Il moderno Vodu è la derivazione di una delle religioni più antiche del mondo, presente in alcune zone dell'Africa sin dagli inizi della civiltà umana. Il Vodu modernamente praticato è una sintesi delle varie espressioni spirituali africane e di alcuni elementi cattolici, un perfetto sincretismo nato nelle colonie tra il XVII e il XVIII secolo a seguito della deportazione forzata degli esseri umani dalle loro zone di origine. Nello stesso periodo di formazione della nuova religione come sintesi di altre, il cattolicesimo perseguitò alcuni aspetti del Vodu ritenuti vicini al satanismo, come i sacrifici animali, l'importanza ritualistica del sangue – dimenticando la transustanziazione ossia la conversione della sostanza del vino nella sostanza del sangue di Cristo – e l'utilizzo rituale di alcuni animali che per i cristiani rappresentavano il male – per esempio il serpente. 
In conclusione, il Vodu è un'antichissima religione che rifiuta la pratica dell'omicidio e del sacrificio umano rituale, come dichiarato recentemente dall'antropologo Giorgio Cingolani durante un'intervista al quotidiano il Resto del Carlino. 

Fabio Casalini

Bibliografia
Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, Dizionario della lingua italiana, Firenze, Edizioni Le Monnier, 197

Tim White, Quando eravamo cannibali, in American Scientific, num. 397, settembre 2001

Laurent Dubois, Vodu ad history in comperative studies in society & history, numero 43 del gennaio 2001 

Giorgetti Filiberto, Il cannibalismo dei Niam Niam, da Africa: journal of the international african institute, num. 2, aprile 1957, Edinburgh university press

Cyrier Jeremy, Anioto: mise d'une patte sur la puissance. Hommes de léopard du Congo belge, Michigan, 1999

Nicolas Kanellos, Handbook of hispanic cultures in the United States: anthropology, Arte Publico, 1994

Deren Maya, I cavalieri divini del Vudù, Il Saggiatore, 1997

Piero Angela ed Alberto Angela, La straordinaria storia dell'uomo, Milano, Mondadori editore, 1989

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.


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