Isolino di Partegora: storie e leggende di un lembo di terra

Esiste nel lago Maggiore un piccolo isolotto situato in territorio lombardo. È il solo.
Molti lo considerano poco più di uno scoglio, altri un grosso sasso coperto di terra e piante affiorato dalle acque. Nonostante le sue esigue dimensioni, questo minuscolo avamposto vanta una la propria storia e le proprie leggende. Il suo nome è Partegora.
L’isolino di Partegora o Isulin, come lo chiamano le genti di Angera, sorge dalle acque del Verbano a poche decine di metri dalla riva. Circondato quasi per intero da canneti e ninfee bianche, sul lato sud ha una graziosa spiaggia di sabbia lacustre, mentre a ovest si affaccia su un masso erratico chiamato "sass margunin" o "margunée".
Il nome Partegora deriva probabilmente dal fatto che è situato all’interno di un piccolo golfo paludoso, detto gora, “gola del lago”.
Su questo piccolo lembo di terra, durante il periodo caldo, nidificano molte specie di uccelli, fra cui folaghe, cigni, germani reali, anatre, garzette, nitticore, aironi e tartarughe. Da qualche anno c’è anche un’importante colonia di cormorani, che sosta in zona anche nel periodo invernale.
In precedenza Partegora è conosciuto come Isolino Crivelli, dal nome del suo proprietario.
Successivamente passa nelle mani della famiglia Brovelli, che nel 1945 decide di donarlo al comune di Angera in ricordo dei figli caduti durante la guerra.
Sulla sponda est è presente una piccola edicola in granito rosa, con lo stemma dei Crivelli.
Accanto, due lapidi ricordano una la donazione del Brovelli e i figli caduti e l’altra il martirio di sant’Arialdo.
Secondo la tradizione, il 28 giugno 1066, sull’ isolino di Partegora è stato martirizzato il diacono Arialdo, uno dei fondatori del movimento religioso della Pataria, che basava la sua predicazione sull’esigenza di una spinta moralizzatrice del clero del tempo.
A causa dell’austerità del suo pensiero, Arialdo entra in aperto scontro con dell’arcivescovo di Milano Guido da Velate,. Ben presto il futuro santo viene alle armi con i suoi seguaci dell’altro prelato.
Catturato dagli uomini della nipote dell’arcivescovo, Oliva de Vavassori, per alcuni anche sua concubina, è condotto alla Rocca arcivescovile di Angera. La sua sorte è segnata.
Nelle prigioni dopo essere stato castrato, gli viene amputata la mano destra. Torturato fino alla morte, il suo cadavere viene gettato il 27 giugno nelle acque del lago Maggiore, dove sparisce per lungo tempo.
Per tutti, mandante del violento omicidio è senza dubbio Guido da Velate, che viene scomunicato dal papa a causa della ferocia delle azioni commesse dai suoi uomini e per la condotta decisamente immorale che teneva lungo le sponde del lago.
La sorte avversa dell’arcivescovo, caduto in disgrazia davanti al pontefice, gli fa guadagnare numerose simpatie fra la popolazione milanese che lo sostiene di fronte alle ire pontificie. L’anno successivo però la buona sorte viene meno, il popolo cambia idea allorquando il cadavere putrefatto di Arialdo riaffiora dalle acque.
L’arcivescovo Guido da Velate non può fare altro che cedere il suo episcopato a un dignitario, Gotifredo da Castiglione.
Le spoglie di Arialdo sono oggi conservate all’interno del Duomo di Milano. Il martirio del santo è tutt’ora celebrato durante l’ultima domenica di giugno, con una processione di barche illuminate tra la Madonna della Riva e l’Isolino.
Una epigrafe sull’isolotto riporta le seguenti parole: “O viandante che ti soffermi a ristorarti le membra nella quiete amena di questo isolino, rispetta questa terra bagnata dal sangue di un martire”.
Un’altra leggenda ci racconta che su Partegora si sono fermati i fratelli Giulio e Giuliano, diventati in seguito santi. Stanchi di girovagare per tutta Italia per edificare chiese, decidono un giorno di costruire la loro casa e di attendere la morte proprio su questo piccolo lembo di terra. Una mattina Giulio, avvisato dalla voce di Dio, convoca il fratello Giuliano e gli dice: "Un lupo ed una volpe qui faranno strazio di carni innocenti. Allontaniamoci!" Immediatamente, sentendosi minacciati, partono abbandonando il piccolo golfo di fronte ad Angera e si spostano fino a giungere sulle rive del lago d’Orta, dove, su un isolotto, costruiscono poco dopo una chiesa che giunge fino a noi con il nome di basilica di san Giulio.
Ma chi potevano essere il lupo e la volpe a cui fa riferimento Giulio? Lo sapremo solo successivamente, nel 1066, quando il “lupo” Guido da Velate e la “volpe” Oliva de Vavassori, sua concubina, faranno uccidere Arialdo da Cucciago.
L’isolino è noto anche per una importante scoperta scientifica risalente al 1776.
Il 4 novembre di quell’anno, Alessandro Volta, ospite presso la famiglia Castiglioni, passeggiando nella parte nord del lembo di terra, scorge delle bolle di gas che fuoriescono dal terreno melmoso.
Frugando con un bastone sul fondo della palude, vede che le bollicine ad uscire sono molte.
Decide allora di raccoglierne alcune in provette e di impiegare il gas catturato in esperimenti. Riesce così a scoprire un’aria infiammabile, classificata in seguito come metano. Scrive Volta qualche tempo dopo: “Quest’aria arde assai lentamente con una bella vampa azzurrina”.
Nei cosiddetti periodi di “magra del Verbano”, cioè di acqua bassa, si possono scorgere numerosi massi che arrivano fino a Partegora. Ci si potrebbe chiedere se è possibile, in questi periodi dell’anno, raggiungere il piccolo lembo di terra a piedi, quasi camminando sulle acque.
Secondo alcuni racconti che arrivano fino a noi dagli inizi del ‘900, sembra che alla fine degli anni Venti sia stato possibile farlo. Dagli archivi fotografici ci arrivano delle interessanti testimonianze.
La magra permette anche il riaffiorare del “Sass margunin“.
Anche a questo scoglio è legata una antica leggenda d’amore. La bella e giovane Radegonda, promessa sposa a un marchese malvagio e senza scrupoli, disperata, decide di rifugiarsi sull’Isolino di Partegora. E proprio lì, un giorno in cui guarda il lago malinconica, incontra un bellissimo principe sceso dalle nuvole. Il marchese nel frattempo scopre il nascondiglio della fanciulla e decide di andarla a riprendere. Si tuffa nelle acque del lago perché vuole raggiungere la sua promessa sposa a nuoto. Ma le sorelle del principe, scoperto il tentativo, mandano un fulmine in acqua che lo colpisce e lo trasforma in un grande masso, il “Sass margunin”. Sembra che sul sasso sia incisa la scritta “Quando mi vedrete piangerete”. La cattiveria del marchese riaffiora con la siccità.
Un piccolo isolotto, tante storie, tante leggende.

Rosella Reali

ROSELLA REALI
Sono nata nel marzo del 1971 a Domodossola, attualmente provincia del VCO. Mi piace viaggiare, adoro la natura e gli animali. L'Ossola è il solo posto che posso chiamare casa. Mi piace cucinare e leggere gialli. Solo solare, sorrido sempre e guardo il mondo con gli occhi curiosi tipici dei bambini. Adoro i vecchi film anni '50 e la bicicletta è parte di me, non me ne separo mai. Da grande aprirò un agriturismo dove coltiverò l'orto e alleverò animali. 
Chi mi aiuterà? Ovviamente gli altri viaggiatori.
Questa avventura con i viaggiatori ignoranti? Un viaggio che spero non finisca mai...

Commenti

  1. Quante storie intorno a questa briciola di mondo, grazie per i bei racconti Rosella!

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    1. Grazie a te Anna, davvero un piccolo mondo molto vissuto. Rosella

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