Giacomo Costantino Beltrami: alle sorgenti del Mississipi

Romantico rivoluzionario o integerrimo magistrato, massone libertario o italiano ante litteram, esploratore avventuroso o etnografo puntiglioso, letterato eclettico o brillante oratore. Tra i Sioux - Lakota era Washichu Honska (uomo bianco grande e alto) mentre i Chippewa lo conoscevano come Kitchy Okiman (grande capo). Chi fu davvero l’uomo dall’ombrello rosso?

Giacomo Costantino Beltrami nasce a Bergamo nel 1779, penultimo di molti figli - in una lettera si autodefinisce addirittura “figlio diciannovesimo” - del Doganiere Generale della Repubblica Serenissima di Venezia. Già da adolescente dimostra chiaramente la sua avversione per le aspettative del padre che avrebbe voluto avviarlo alla carriera giurisprudenziale, preferendo invece dare spazio ai suoi ideali giovanili e ad una innata sete di avventura. All’età di 18 anni, in un’Italia dominata da Napoleone Bonaparte, Giacomo fugge di casa e si arruola nell’Esercito della Repubblica Cisalpina, ansioso di cambiare il mondo come tanti giovani libertari dell’epoca. Sono questi anni turbolenti e Giacomo, tra un combattimento e l’altro, si fa strada tra le fila del Governo Napoleonico passando, grazie a conoscenze nell’ambito della massoneria rivoluzionaria di Treviso, in seno al neonato Grande Oriente d’Italia, ai ruoli civili prima come cancelliere nell’amministrazione di giustizia del dipartimento del Taro (a Parma), poi di quello del Tagliamento (a Udine) ed infine quale giudice di Macerata, dopo l’annessione della Marca al Regno d’Italia. Inquieto per natura, si contrappone ad alcuni suoi colleghi giudici che accusa di corruzione, quindi si dimette e si ritira in un suo podere a Filottrano, in provincia di Ancona dove conosce la Contessa fiorentina Giulia de’ Medici, giovane nobile di formazione e cultura adeguate al suo ceto, oltre che di notevole bellezza, divenendone grande amico e, probabilmente, intimo amante. L’affasciante dama poco più che ventenne ma già sposata dall’età di 16 anni al Conte Spada molto più vecchio di lei, lo introduce all’importante salotto della Contessa Luisa D’Albany a Firenze, dove incontra personaggi del calibro di Alfieri, Byron, Lamartine, Chateaubriand, Foscolo e Canova, sente parlare del Messico e comincia a sognare il Nuovo Mondo. Nel frattempo il regime napoleonico crolla e le Marche tornano, secondo le decisioni del congresso di Vienna, al dominio pontificio. Beltrami, rifiutatosi di prestare giuramento di fedeltà al nuovo Governo, resta coinvolto nel 1817 nei moti rivoluzionari marchigiani, venendo bollato come carbonaro dallo Stato Pontificio, accusato di cospirazione ed imprigionato più volte, evita per poco il patibolo. Assolto in qualche modo dalle accuse, nel 1820 resta scioccato a tal punto dalla morte della sua cara Giulia per un’improvvisa malattia, da decidere di partire e lasciare i luoghi che le ricordano l’amica, oltre che un’Italia dove i moti carbonari di Torino e Napoli vengono stroncati nel sangue dall’intervento delle truppe austriache. Beltrami si muove per l’Europa scartando quasi subito città come Parigi e Londra, che ai suoi occhi appaiono ormai prive di quello spirito libertario di cui è ardente appassionato, decidendo di varcare l’oceano alla scoperta della nascente democrazia: gli Stati Uniti d’America. Egli nella sua mente di sognatore cova il desiderio di aiutare lo sviluppo del nuovo mondo, così da conquistare nuova gloria per l’Italia, accrescerne la simpatia all’estero e contribuire, per via indiretta, alla sua liberazione. C’è poi il movente massone: l’esplorazione vissuta anche come esperienza spirituale, l’anelito a varcare nuove frontiere per comprendere cose e mondi sconosciuti.
Itinerario di Giacomo Costantino Beltrami
Nell’ottobre del 1822, ormai sulla soglia dei 43 anni, salpa da Liverpool diretto a Filadelfia, nel bagaglio un po’ di indumenti e qualche libro. La navigazione dura due mesi e il viaggio è terribile, continue tempeste trascinano la nave tra Irlanda, Azzorre e Groenlandia: denutrizione, problemi intestinali e febbre putrida tormentano il povero Giacomo Costantino, che rischia seriamente di morire. Dalle note della National Gazette di Filadelfia sappiamo che la nave approda, ormai a brandelli, il 30 dicembre 1822 nella città della Pennsylvania. Da qui egli si dirige dapprima a Baltimora e poi verso Washington, dove ha un incontro fugace con il Presidente James Monroe, anch’egli massone. I due provano subito un reciproco rispetto, anche se Beltrami, congedatosi da questo incontro, riporta sui suoi scritti anche una sgradevole impressione su certi altri americani, compresi alcuni senatori di Washington, tanto da definirli stranamente rozzi e insolenti. Nei suoi appunti l’italiano tuttavia tende ad elogiare questo popolo nuovo che vede “estraneo al lusso e al prestigio di titoli, dignità e privilegi, il cui collo non si è piegato al giogo della teocrazia e della superstizione”. Facendo facili paragoni con i regimi europei, definisce la Costituzione Americana una marchio di saggezza e magnanimità, in grado di fornire ampie garanzie alla sicurezza delle persone e della proprietà e ai diritti dei cittadini. Tuttavia, con occhio critico si rende subito conto che lontano dalla capitale la teoria segna il passo e gli abusi sono frequenti, soprattutto nell’amministrazione della giustizia. Sente parlare delle popolazioni native che abitano ancora gran parte di quelle immense terre, se ne compiace esclamando “mi trovo fra i Paesi più fiorenti del Mondo, è così perché qui la terra è ancora sotto il dominio della natura … ed è uno dei Paesi più civilizzati appunto perché non è ipercivilizzato”. Fatto sta che, senza un progetto preciso, lascia perdere la visita ad importanti città come New York e Boston, ritenendo giunto il momento per lui di conoscere il cuore selvaggio dell’America: valica i monti Appalachi in carrozza direzione Pittsburgh, poi in battello a vapore lungo il fiume Ohio “che nella lingua degli Algonchini significa bel fiume”. Nei suoi scritti non spiega questa decisione di lanciarsi verso la frontiera, è per lui una scelta istintiva di esploratore, non porta con sé né mappe né manuali, solo i suoi appunti ed un curioso ombrello rosso comprato a Filadelfia, deciso a fare affidamento esclusivamente su quello che, da ora in poi, vedrà e sentirà in prima persona. Affascinato dalla natura circostante sente il bisogno di comunicare la sua esperienza ad un’amica, la Contessa Girolama Passeri Compagnoni, già protettrice della sua amata Giulia, con la quale inizia una corrispondenza che si trasformerà in un vero e proprio diario di viaggio, secondo la moda dell’epoca. Sul battello “Calhoun” incontra il Generale Clark, già protagonista nel 1803 dell’epica spedizione esplorativa durata tre anni insieme al compagno Lewis, lungo tutto il territorio americano fino all’oceano Pacifico.
Fort St. Anthony in una riproduzione dell'epoca
Tra gli ufficiali al seguito del Generale vi è anche il Maggiore Tagliaferro, di lontane origini italiane, agente indiano per le tribù del nord-ovest Ojibwa-Chippewa e Sioux, di ritorno alla sua sede di Fort St. Anthony, il quale lo invita ad unirsi a lui verso nord, sul battello “Virginia”. Inizia così la vera avventura di Beltrami che comincia ad annotare il corso, l’idrografia e le caratteristiche di quel grande fiume, il Mississipi, che in gran parte scorre in regioni ancora sconosciute, rimanendone affascinato talmente da stupirsi che ancora nessuno ne abbia scoperto le sorgenti. Tra i compagni di viaggio c’è anche Grande Aquila, capo della tribù dei Sauk e Giacomo Costantino ne conquista subito la stima e la fiducia, al punto che l’indiano lo invita al villaggio dove gli fa dono di alcuni preziosi monili che l’italiano conserverà gelosamente, acquisendo anche interessanti particolari sulla medicina indiana. L’aitante e coraggioso straniero suscita subito l’ammirazione e la curiosità delle giovani ragazze, tanto che egli stesso racconta di essersi trovato nel mezzo di una festa-orgia degenerata nel sangue a causa dell’ubriachezza di alcuni guerrieri e di essere stato salvato da una giovane di nome Woashita (nelle sue note egli si sofferma spesso – in anticipo sui tempi - sulle devastanti conseguenze delle bevande alcooliche portate dai bianchi sull’equilibrio psico-fisico dei nativi). Giacomo ricorda con tenerezza la fanciulla che gli ha confezionato i pantaloni, il cappotto e i mocassini, ma non rivela se tra lui e la dolce Woascita ci sia stata una storia d’amore. Più si addentra nei territori e maggiormente cresce in lui il desiderio di saperne di più su questi popoli affascinanti e di scoprire le sorgenti del Grande Fiume, anche se non riesce tuttavia a convincere Tagliaferro ad unirsi a lui in questa impresa. Il 7 luglio 1823, pertanto, dopo una breve permanenza nell’avamposto di Fort St. Anthony Beltrami si aggrega ad un’altra spedizione militare, guidata dal Maggiore Stephen H. Long, diretta verso i confini canadesi sul Red River dove si trova la piccola ed isolata colonia di Pembenar, una stazione commerciale della Hudson Bay Company, alla quale sono aggregati studiosi di zoologia, mineralogia e astronomia. Oltre all’italiano, la spedizione comprende un medico, un pittore per disegnare e dipingere gli ambienti, la fauna e le popolazioni, due interpreti e ventitré tra militari di scorta e altri membri. La colonna di muli arriva a Pembenar dopo circa un mese e qui Beltrami decide di proseguire da solo a bordo di una canoa. Tutti i compagni di viaggio provano a farlo desistere avvertendolo che, anche se per miracolo fosse riuscito ad attraversare le foreste, a nord avrebbe trovato la piana del fiume Clearwater, territorio abitato dalle terribili tribù ostili dei Nakota. Anche se secondo i compagni l’italiano non ne sarebbe mai uscito vivo, questi è però irremovibile. Giacomo Costantino è fiducioso, sono ormai mesi che si muove in quelle terre ed ha capito che gli unici bianchi che riescono ad avere contatti commerciali con le tribù sono i Trappers, cacciatori di pellicce per le grandi compagnie come l’Hudson Bay e la North West Company. Fingendosi uno di loro, ha passato più tempo con i nativi che ha incontrato nel viaggio piuttosto che con gli europei, imparando i loro usi, costumi, perfino come preparare il cibo, arrivando ben presto a provare ammirazione e rispetto per quei popoli indomiti, tanto da desiderare di apprendere la loro lingua.
Giacca di pelle di Beltrami (Museo Caffi di Bergamo)
Gli indiani Chippewa, avendo avuto a che fare fino ad allora solo con inglesi, americani e francesi, si stupiscono dei modi gentili e disinteressati di quel personaggio così diverso, lo accolgono con benevolenza e, venendo a conoscenza delle sue avventure, lo considerano alla stregua di un grande guerriero chiamandolo Kitky Okimaw. I Chippewa raccontano a Giacomo le “guerre sanguinose che le tribù combattono contro i Sioux”. Nei suoi diari Beltrami riferisce casi di intere etnie che sono state quasi estinte per gli attacchi dei Sioux che avevano invaso le valli del Mississipi e del Missouri, poiché a loro volta scacciati verso ovest sotto l’incalzare dei Cree. I Chippewa, testimonia l’italiano, in punto di morte “raccomandano ai figli, agli amici, ai parenti, a tutta la tribù, di essere sempre nemici dei Sioux”. I giorni passano e l’esploratore è ormai conosciuto in tutto il nord: alto, prestante, coraggioso, riconoscibile ovunque per il vistoso ombrello rosso che ha sempre con sé. Il 9 agosto Giacomo Costantino Beltrami parte verso l’ignoto con una guida mezzosangue e due Chippewa, che lo abbandonano pochi giorni dopo nel pieno del territorio dei loro acerrimi nemici Sioux, non senza averlo prima derubato delle provviste. Rimasto solo in territorio ostile, trascina la canoa nei tratti via terra, sopportando stoicamente la terribile umidità del clima e la fame. Si riduce a selvaggio solitario, senza più anima viva su cui contare, fatica come una bestia pagaiando controcorrente ma non demorde. Il 15 agosto riesce a sfuggire ad un attacco di guerrieri Lakota ed il 19 agosto raggiunge, spossato, il Red Lake. Sulla riva, come in un sogno, sente voci femminili che descrive come “ninfe della dea Calypso”, in realtà un gruppo di ragazze Chippewa che lo aiutano conducendolo al loro villaggio, dove viene rifocillato dal capo tribù, con il quale si trattiene alcuni giorni fumando la sacra pipa e ottenendo il permesso di essere accompagnato ancora più a nord, con una guida bois brulè (mezzosangue canadese). Questi lo introduce in un territorio che l’italiano descrive come incredibile, tra laghi, foreste e paludi dove cresce il riso selvatico. Il 31 agosto 1823, su una collina ai limiti di un’area paludosa, trova un lago che non ha emissari in superficie ma a sua volta ne alimenta uno a nord e uno a sud. Dal primo corso d’acqua esce il Red River Lake, dal secondo scaturisce un rigagnolo che egli designa come le vere sorgenti del Mississipi (come accertato in seguito non sono in realtà le uniche sorgenti ma le più settentrionali e comunque le più lontane dalla foce). Emozionato e felice battezza il lago sulla collina con il nome “Giulia” e il complesso di laghetti limitrofi “Sorgenti Giulie”, in onore della donna amata. Dopo aver annotato minuziosamente il luogo della scoperta torna indietro, portando con sé una serie di preziosi monili indiani; discende il grande fiume tra difficoltà ed avventure, rischia di annegare sulle rapide di La Prairie e di essere sbranato dai lupi a Little Falls, combatte perfino con un grizzly ma alla fine, il 30 settembre, ritrova Fort St. Anthony. Non pago della straordinaria impresa lascia l’avamposto e quelli che ormai considera i suoi amici indiani dai quali, nel frattempo, accetta ulteriori regali e sulla cui affascinante lingua scrive il primo dizionario inglese\Sioux, a beneficio di pacifici rapporti interrazziali. Nel corso del suo lungo viaggio nel bacino del Mississippi Giacomo Beltrami viene a contatto con diverse tribù native stanziate nelle grandi pianure settentrionali e abitanti le foreste intorno ai laghi Superiore e Michigan. Nei suoi diari l’esploratore ci lascia, oltre ad una dettagliata descrizione fisica di queste popolazioni, un’attenta analisi dei loro comportamenti in pace e in guerra, delle diverse cerimonie rituali e degli usi e costumi della quotidianità. Prendendo le distanze dal mito rousseauiano del “buon selvaggio”, Beltrami per primo descrive gli indiani americani come esseri umani di pari dignità, rileva alcuni caratteri della loro vita e della loro cultura come la libertà individuale, l’indipendenza, la mancanza della smania di potere e di accumulo dei beni materiali, qualità che contrastano con il mondo occidentale da cui egli proviene e che lo ha costretto all’esilio.
Tamburo della medicina Ojibwa - Chippewa (Museo Caffi di Bergamo
Continuando il suo cammino verso sud si stabilisce a New Orleans, sulla foce del Mississipi, per un meritato riposo. E’ qui che sistema i suoi numerosi scritti e pubblica in francese: “La Dècouverte des sources du Mississippi et de la Rivière Sanglante” nel 1824. Nello stesso anno, stanco di oziare, si imbarca per il Messico dove si dedica ai siti archeologici Aztechi e Maya. L’anno successivo è ad Haiti e poi a Santo Domingo. Tornando in Europa dopo anni di assenza, si riempie il borsone dei giornali editi dai rivoluzionari neri di Haiti, carica una nave di minerali e piante raccolte in Messico, di tamburi e borse di medicina, mocassini, pelli di bisonte, sacre pipe Chippewa e Lakota, tutto per raccontare e tutto da ricordare. Nel 1829, a Londra, viene nominato membro onorario della prestigiosa Botanic and Medical Royal Society e pubblica l’altro suo libro “The Pilgrimage in Europe and America”, trasferendosi poi a Parigi, ove viene incluso in altre società scientifiche dell’epoca. Dopo aver vissuto in diverse città europee, si ritira, nel 1837, a Filottrano dove finalmente si ferma, rinunciando alla speranza di vedere pubblicati i suoi scritti in Italia e lavorando in solitudine nella sua tenuta. Le sue opere, così apprezzate all’estero, vengono infatti messe all’indice nello Stato della Chiesa perché giudicate offensive nei riguardi del clero e della religione, sequestrate nei territori sottomessi all’Austria. A Bergamo le autorità municipali ottengono il permesso di conservare in biblioteca copie dei libri del loro illustre concittadino, ma a patto che siano ben chiuse in cassaforte. Beltrami scrive a Pio IX tre lettere nelle quali auspica un riavvicinamento alla Santa Sede, ma non ottiene nessuna risposta. La morte lo coglie all’età di 76 anni, il 6 gennaio 1855, ancora immerso nei suoi studi e nei ricordi delle straordinarie avventure vissute, pietosamente assistito dall’ultimo fratello rimastogli. Le sue spoglie riposano nella cripta della chiesa di Santa Maria Assunta a Filottrano. Alcuni degli straordinari oggetti raccolti da Beltrami costituiscono oggi la collezione del Museo di Filottrano, mentre altri sono invece custoditi nel settore Etnografico del Museo di Scienze Naturali Ettore Caffi di Bergamo, giudicati un vero e proprio tesoro da esponenti dello Smithsonian Institution di Washington che li ha recentemente catalogati. Una delegazione di Capi delle tribù delle Pianure ha elogiato entusiasta la collezione del museo Caffi, emozionandosi soprattutto davanti ad un pezzo senza eguali, un tamburo della medicina come non se ne conservano in America, poiché risalente ad un periodo in cui gli europei tendevano a distruggere e conquistare piuttosto che a valorizzare e catalogare gli effetti della cultura nativa. Come confermato dai capi in visita, il tamburo veniva utilizzato nelle cerimonie della Midewiwin, la grande Società di Medicina che gestiva la vita spirituale delle tribù dei laghi occidentali (Chippewa, Menominee, Winnebago, Sauk-Fox). L’etica fondamentale della Midewiwin si basava sul concetto che un comportamento corretto allungava la vita, mentre una condotta indegna si sarebbe ritorta contro il malvagio; il furto, la menzogna e l’uso dell’alcool dei bianchi erano rigorosamente vietati, il rispetto verso le donne era incoraggiato.
Sacre pipe Santee Sioux (Museo Caffi di Bergamo)
I rappresentanti delle nazioni indiane americane, durante la visita, hanno anche chiesto alla direzione del museo di esporre meglio le “sacre pipe” conservate nelle teche, ossia con i cannelli staccati dai rispettivi fornelli, in quanto la loro unione deve essere rigorosamente effettuata solamente in occasione del sacro rituale.
Non è facile racchiudere in poche righe la storia di questo italiano che visse molte vite, tuttora semi sconosciuto in patria. A noi piace immaginarlo come lo vide all’epoca lo scrittore James. F. Cooper, dal cui personaggio e dagli ambienti da lui descritti prese ispirazione per pubblicare il suo romanzo “L’ultimo dei Mohicani” nel 1826: laggiù tra le foreste, in quella che dal 1866 diventerà la Contea Beltrami nello Stato del Minnesota, quella figura di fattezze europee alta e slanciata, in parte vestito come un indiano con il lungo fucile ed i lunghi capelli; alle spalle le sorgenti del grande fiume e quel piccolo lago sulla collina, cristallino specchio d’acqua che riuscì a riunire per sempre i nomi di Giulia Spada e di Giacomo Costantino Beltrami.

Sergio Amendolia

Bibliografia
Giacomo C. Beltrami. La scoperta delle sorgenti del Mississipi. Biblioteca il vascello; 

Luigi Grassia. Balla coi Sioux - Beltrami, un italiano alle sorgenti del Mississipi. Mimemis; 

AA.VV. Un bergamasco tra i Sioux. Museo Civico Scienze Naturali E. Caffi di Bergamo (fonti web); 

Leonardo Vigorelli. Gli oggetti indiani raccolti da C. Costantino Beltrami. Civico Scienze Naturali E. Caffi di Bergamo (fonti web). 

Sitografia
http://www.giacomocostantinobeltrami.it

SERGIO AMENDOLIA
Nato 55 anni fa a Genova, sposato con 2 figli, 2 gatti e un cane, ho sempre guardato con stupore l'orizzonte e tutto ciò che quella linea rappresenta e contiene, convinto che dove il cielo finisce si celano sempre spazi e tempi lontani, spesso inesplorati o conosciuti poco e male. Forse per questo mi attira l'impostazione di questo blog ed i veli della Storia che gli articolisti provano spesso a sollevare, perché conoscere è importante e aiuta a capire ciò che siamo e come lo siamo diventati. Oltre alla nostra bella Italia ed alla sua impareggiabile ricchezza di arte e storia, mi affascinano molto gli scenari mozzafiato dell'Ovest Americano. In questi ultimi anni ne ho percorsi alcuni, ancora una volta cercando di varcare orizzonti i cui contorni sfuggono in continuazione, dimensioni che ho provato a malapena ad intuire nei volti dei nativi che ancora oggi si incontrano nelle riserve: a volte duri, scolpiti e aridi come i monoliti di arenaria rossa, probabilmente gli unici in grado di metabolizzare la sensazione di infinito che pervade quelle terre lontane. Per questo mi piace, quando il tempo libero me lo permette, collaborare con riviste e pagine web, tentando di approfondire le vicende che hanno caratterizzato la storia di quei popoli d'oltreoceano, in particolare l'epopea del West, con un occhio particolare agli uomini e alle donne che la vissero davvero, fuori dai luoghi comuni e dai grandi miti costruiti da Hollywood.

Commenti

  1. Ecco un italiano di cui andare fieri, di cui non vi è traccia nei libri di storia. Un personaggio che potrebbe sedersi alla tavola di David Livingston, Richard Francis Burton, John Hanning Speke e Samuel Baker. Ma forse il Mississippi non è abbastanza famoso come il Nilo o le terre selvagge del Nord America non sono altrettanto interessanti ed "etniche" come quelle d'Africa. Continuo a non capire quale sia il metro di giudizio adoperato dai "possessori ed arbitri della cultura" italiana. Grazie per avermi fatto conoscere questo grande personaggio.

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    1. Grazie Renato. Giusta osservazione. Spesso noi italiani siamo un popolo distratto quando si tratta di riconoscere i meriti di molti nostri figli che hanno percorso con onore e lustro la nostra storia.

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