Beato Angelico: attraverso le stanze dell'anima

A Firenze, fra i mille musei e luoghi d’arte e di storia che ne fanno la straordinaria città che è, ce n'è uno che, a sua volta, è uno dei più straordinari luoghi del mondo.  È il Museo, Chiesa e Convento di San Marco, concentrato davvero unico di storia, architettura e pittura. Il complesso monumentale, chiesa e convento, è un capolavoro di Michelozzo, tuttora comunità domenicana, che ospitò uno degli ordini più importanti e potenti del quattrocento e in quegli anni anche la grandezza storica e i sanguinosi eccessi di Girolamo Savonarola. Ma soprattutto vi risiedette a lungo, e sulle sue mura a lungo vi dipinse, un altro frate, Giovanni da Fiesole al secolo Guido di Pietro Trosini, meglio conosciuto con il nome di Fra Angelico e ancor più di Beato Angelico. Senza esagerazione, uno dei più sublimi pittori di tutti i tempi.  Il fatto che il museo di San Marco ospiti la più grande collezione dei suoi dipinti basterebbe già da solo a dichiararlo luogo irrinunciabile per una visita, ma quello che neanche il visitatore più navigato può davvero immaginare è ciò che lo aspetta nell’ala del convento dove sono ancora oggi intatte la biblioteca e le celle dei monaci. 
Passando per il piccolo refettorio, sulla cui parete brilla una splendente Ultima Cena del Ghirlandaio che già da sola traccia un solco nella nostra percezione dell’immagine sacra, si sale per una scala che porta al primo piano, alle celle. 
Una svolta a destra della rampa ci presenta all’improvviso una parete, poco più in alto e già dentro l’enorme spazio conventuale, interamente riempita da una delle più belle e struggenti Annunciazioni che l’intera storia dell’arte e della spiritualità possa vantare. 
Riempie immediatamente lo sguardo e l’animo di chi guarda. Ferma il respiro. Un solo colpo d’occhio e lì si può capire, senza necessità di altri appigli, la grandezza artistica del Beato Angelico. 
In un’unica immagine di sublime sintesi si presentano allo sguardo compostezza dei gesti, semplicità di composizione, linee di forza e di fuga che animano e giustificano le azioni, spiritualità del significato delle forme, bellezza incomparabile dei colori e dei particolari. E poi le ali variopinte dell’angelo, lo sguardo tenerissimo della Vergine e il suo atteggiamento composto e consapevole, la perfezione delle sfumature e il congelamento dei movimenti nell’atto che rappresenta l’inizio, il momento della scelta, il vero unico intervento esterno della divinità in tutta la storia successiva e l’altrettanto unica e vera assunzione di responsabilità, immensa e irreversibile, da parte di Maria. 
Ci si può fermare e anche piangere, se ci si riesce, e sarebbe la cosa più naturale del mondo, del tutto indipendentemente dal proprio credo religioso (e chi ve lo sta raccontando è ateo), perché se esiste un’immagine al mondo la cui semplice bellezza possa commuovere fino alle lacrime, è senz’altro questa. 
Quando ci riprendiamo, possiamo salire gli ultimi gradini ed entrare davvero anche fisicamente nell’ambiente che ospita questo capolavoro, e che ne nasconde altri in quantità e qualità inimmaginabili. 
L’ambiente è enorme, e il nostro sguardo può volare, sopra la testa, lungo un sottotetto a grandi travi di legno che ci riporta immediatamente alle atmosfere rinascimentali. Al di sotto però non c’è un salone altrettanto immenso, perché dei muri, assai più bassi del tetto ma abbastanza da non permettere allo sguardo di andare ovunque, dividono lo spazio in due lunghi corridoi che sfuggono in prospettiva alla nostra destra e davanti a noi. In fondo se ne sviluppa un terzo. Lungo i corridoi, da entrambi i lati, si aprono piccole porte. E al di là di ogni porta una piccola cella. 
Ci aspetta un viaggio unico al mondo, perché le visiteremo tutte, una per una. 
E non lo faremo per un vezzo o per un gioco. Lo faremo perché dentro ogni cella, su una delle pareti, c’è un piccolo affresco. Tutti del Beato Frate Angelico. Tutti bellissimi. Ognuno diverso dall’altro anche quando ritraggono, come accade più volte, lo stesso episodio della vita di Gesù. 
Ogni episodio si presenta come la rappresentazione di un aspetto simbolico e al tempo stesso fisico di un sentimento e dell’azione che ad esso si lega, con semplicità e complessità mirabilmente tenuti insieme. Annunciazione, natività, predicazioni, miracoli, condanna, flagellazione, crocifissione, resurrezione, trasfigurazione, e poi di nuovo crocifissione, e poi di nuovo natività, in un ciclo ricombinabile a piacere e privo di soluzione di continuità. 
Difficile descrivere la sensazione che si prova ad entrare ogni volta nella piccola apertura che rappresenta la porta, cercare con lo sguardo la parete dipinta, e scoprire quale episodio, con quali elementi, con quali personaggi ritratti in quale modo particolare, ci aspetta per essere osservato ed ammirato. 
Le celle sono quarantaquattro, e tutte e quarantaquattro con una parete dipinta, e per quarantaquattro volte ci aspetta una scoperta. E potremmo anche tornare indietro e ripetere il viaggio all’infinito, perché il dover ogni volta entrare, isolarci dal resto, e guardare il singolo dipinto nel raccoglimento della cella ci costringe a perdere ogni volta i riferimenti precedenti, quasi dimenticare quello che abbiamo visto poco prima. E’ praticamente un effetto opposto a quello della sempre inevitabilmente confrontabile Cappella Sistina. Là l’esplosione contemporanea e inebriante di capolavori che si svelano tutti insieme nello stesso istante, si parlano, comunicano e rimbalzano senza permettere al nostro sguardo di riposarsi mai. Qui invece un rituale raccoglimento, ripetuto e solitario, quasi una imposizione di concentrazione ogni volta replicata ma ogni volta unica e che ci lascia ogni volta da soli di fronte ad ogni singolo pezzo di un capolavoro unico e indivisibile, ma composto da tanti momenti a loro volta unici ma mai totalmente isolabili dal tutto. 
Difficile davvero raccontare in altro modo e riportare anche solo in parte la sensazione che questo viaggio trasmette al visitatore stupefatto. Via via che si va avanti, e che si ripete il rituale di affacciarsi, entrare, alzare lo sguardo, guardare, capire, contemplare, cercare un gesto, riconoscere qualcosa, sentirsi soddisfatti, uscire, cercare la porta successiva, rientrare, ricominciare, ecco che si fa strada la sensazione di viaggiare non solo nella storia, nel l’arte, nell’architettura, ma anche dentro noi stessi. 
E’ lì, e solo lì, attraversando in silenzio quei corridoi e affacciandosi in quelle piccole stanze, che possiamo forse intuire come lo spirito e l’animo umano, oltre ogni aspetto dottrinale e teologico, sia composto da mille aspetti e mille tessere, ognuna precisa e distinguibile e insieme legata indissolubilmente alle altre. 
Come se il convento di San Marco con la sua struttura e i suoi capolavori riuscisse non solo a rappresentare il nostro inconscio, la nostra anima oltre che in senso religioso anche nel senso più ampio di animo umano, ma anche a farci entrare dentro di esso, e farci viaggiare al suo interno, nelle sue singole componenti, nei singoli aspetti della personalità umana: la rabbia, il dolore, l’attesa, la paura, la scelta, l’estasi, la gioia e via all’infinito, ognuno distinto nel suo sentimento particolare e ognuno indivisibile dall’insieme che rappresenta il nostro intero essere.

Alessandro Borgogno


Beato Angelico
Firenze, Museo e Convento di San Marco (1440-1445)
Piazza San Marco, 3

Questo articolo è anche pubblicato nella raccolta “Attraverso le forme”

ALESSANDRO BORGOGNO
Vivo e lavoro a Roma, dove sono nato il 5 dicembre del 1965. Il mio percorso formativo è alquanto tortuoso: ho frequentato il liceo artistico e poi la facoltà di scienze biologiche, ho conseguito poi attestati professionali come programmatore e come fotoreporter. Lavoro in un’azienda di informatica e consulenza come Project Manager. Dal padre veneto ho ereditato la riservatezza e la sincerità delle genti dolomitiche e dalla madre lo spirito partigiano della resistenza e la cultura millenaria e il cosmopolitismo della città eterna. Ho molte passioni: l’arte, la natura, i viaggi, la storia, la musica, il cinema, la fotografia, la scrittura. Ho pubblicato molti racconti e alcuni libri, fra i quali “Il Genio e L’Architetto” (dedicato a Bernini e Borromini) e “Mi fai Specie” (dialoghi evoluzionistici su quanto gli uomini avrebbero da imparare dagli animali) con L’Erudita Editrice e Manifesto Libri. Collaboro con diversi blog di viaggi, fotografia e argomenti vari. Le mie foto hanno vinto più di un concorso e sono state pubblicate su testate e network nazionali ed anche esposte al MACRO di Roma. Anche alcuni miei cortometraggi sono stati selezionati e proiettati in festival cinematografici e concorsi. Cerco spesso di mettere tutte queste cose insieme, e magari qualche volta esagero.


Commenti