L'ingiusta morte di Beatrice Cenci, parricida divenuta eroina del popolo

Orazio cercava le piccole mani di Artemisia. I profondi occhi della bimba, illuminati dalla luce della mattina romana, fissavano gli ispidi peli di Michelangelo. I due pittori parlavano con voce sommessa, quasi a non far udire le dure parole alla bambina che seguirà il loro illustre esempio. Il sole, inesorabile, si alzava nel cielo sopra Castel Sant'Angelo e con esso la calura di quella fine estate bollente. La gente accorreva da vicoli e strade, incurante dell'afa. Il fiume scivolava sotto quel fitto vociare, incurante dei nomi di coloro che a breve inghiottirà. Gli urti accidentali divennero improvvisamente spinte. Qualcuno scivolò, qualche altro cadde. Male parole, minimi dolori. Orazio cercò nuovamente le mani della piccola Artemisia. Michelangelo controllava la scena, trovando il buio in una splendida giornata assolata. Una donna scivolò nel fiume, mancando quell'ultimo appiglio che le avrebbe salvato la vita. In molti accorsero per fornire un aiuto, una mano salvatrice. Tutto fu vano. La donna scivolò verso il mare. La tragedia non fu isolata, altre persone in quel maledetto giorno di settembre perderanno la vita nelle acque del Tevere. Le urla cessarono come d'incanto. Tutti i presenti si voltarono in direzione del mesto corteo che sopraggiungeva. Un uomo, di nome Giacomo, gridava il dolore provocato dalle roventi tenaglie. I tormentatori stringevano il ferro sul corpo. Le ustioni prendevano la carne. I presenti si spostarono simultaneamente per assistere al triste epilogo della processione umana. Numerose persone rimasero sotto i piedi della moltitudine curiosa. Altri, spinti dalla massa in movimento, caddero nel fiume, trovando la morte per annegamento. Una luccicante lama apriva l'orizzonte. Una donna, di nome Lucrezia, fu decapitata velocemente dal boia. Orazio, in un moto di affetto paterno che non si ripeterà nel futuro della famiglia Gentileschi, coprì gli occhi della piccola Artemisia. Michelangelo Merisi, il famoso Caravaggio, trovò fonte d'ispirazione in quel doloroso vibrare di spada. 
Il silenzio della morte fu coperto dal belare umano. Beatrice Cenci fu elevata sul legno della morte. Voci, pettegolezzi, ingiurie e maledizioni si sprecarono. Erano giunti tutti per lei. La calca impazzita cercò, invano, di proteggere la ragazza, di salvarla, di eliminare la condanna. Quella donna smosse la curiosità di Roma intera, e non solo. Michelangelo Merisi troverà nella fierezza dell'ultimo istante della ragazza la luce che cercava nel buio di quella lugubre giornata. La spada si alzò nell'azzurro cielo. Un colpo secco. La testa rotolò nel piatto della morte. Lo spettacolo non si concluse con Beatrice e la spada. Giacomo, stremato dai tormenti delle tenaglie, fu mazzolato. I tormentatori strinsero un maglio sul cranio del condannato, appoggiando la testa su una grossa pietra. Le pene dell'uomo si conclusero con lo squartamento. Il suo corpo fu diviso in più parti. Era il giorno 11 di settembre del 1599. Le vicende della famiglia Cenci, e di Beatrice in particolare, non potevano che suscitare interesse, sentimenti di sincera partecipazione e commozione. Anche morbosa curiosità, tra artisti e semplice popolo. Gli ingredienti c'erano tutti: la bellezza di Beatrice, il tetro ambiente familiare, le torbide passioni del padre, l'incesto, le vendette dei fratelli e il supplizio finale. Beatrice nacque a Roma il 6 febbraio del 1577, figlia del conte Francesco Cenci e di Ersilia Santacroce. In tenerissima età perse la madre. Il conte decise di indirizzarla, insieme alla sorella maggiore Antonina, al Monastero di Santa Croce a Montecitorio, presso le monache francescane. Nel 1592, dopo otto anni di coabitazione con le monache, tornò in famiglia. Purtroppo l'ambiente era nefasto e buio. Beatrice subì le angherie e le insidie sessuali del padre. L'anno successivo Francesco Cenci sposò una vedova, Lucrezia, dalla quale non ebbe figli. Il conte era uomo dissoluto che viveva costantemente oberato dai debiti. Fu più volte processato e incarcerato per delitti infamanti. Due volte fu condannato, per colpe nefandissime, al versamento di somme cospicue. Nel 1595, senza la possibilità di pagare la dote alla figlia, decise di segregarla, insieme a Lucrezia, in un castello di proprietà della famiglia Colonna, nell'abitato di Petrella Salto. Nelle buie stanze della prigione, Beatrice vide salire l'odio nei confronti del padrone che si fingeva padre. La ragazza cercò, invano, un contatto con i fratelli maggiori. Uno di questi tentativi, perpetrato tramite lettera, fu abortito quasi sul nascere dal conte che, abituato alla violenza, percosse violentemente e brutalmente la figlia. Nel 1597 Francesco Cenci, malato di rogna, per fuggire alle richieste dei creditori decise di ritirarsi, insieme ai figli Bernardo e Paolo, nel castello ove risiedevano, forzatamente, Beatrice e Lucrezia. La vita per le donne, già pessima, divenne insopportabile. Conobbero l'inferno in terra.
Le donne, esasperate dalle violenze e dagli abusi sessuali del conte, decisero per la soluzione finale: l'omicidio di Francesco Cenci. Beatrice e Lucrezia furono accompagnate nell'intento omicida dai figli del conte, dal castellano e da un maniscalco della rocca.
Francesco non voleva sapere di abbandonare questo mondo. Riuscì ad evitare la morte due volte. La prima volta cercarono di sopprimerlo con il veleno ma non funzionò. La seconda volte il conte cadde in un'imboscata di briganti, ma riuscì ad uscirne quasi illeso.
La piccola organizzazione creatasi per uccidere il vile padre riuscì, finalmente, nell'intento: lo stordirono con l'oppio, fornito dal figlio Giacomo, mescolandolo ad una bevanda. Nel sonno si scatenarono come belve feroci. Il maniscalco, di nome Marzio, gli spezzò le gambe. Il castellano, Olimpo, lo finì colpendolo al cranio ed alla gola con un chiodo ed un martello.
I congiurati cercarono di inscenare una morte accidentale gettando il corpo inanimato da una balaustra del castello. Il 9 settembre del 1598, il corpo di Francesco fu rinvenuto in un orto ai piedi della rocca. Si celebrarono velocemente le esequie, senza la partecipazione dei familiari. Il conte Francesco Cenci fu sepolto nella chiesa locale dedicata a Santa Maria.
Beatrice e la piccola organizzazione criminale rientrò a Roma prendendo dimora presso Palazzo Cenci, nelle vicinanze del Ghetto. Le autorità inizialmente non ritennero necessarie indagini, ma il trascorrere lento del tempo alimentò voci e sospetti. Le silenziose insinuazioni obbligarono il viceré di Napoli ad eseguire approfondite analisi. Le voci giunsero all'orecchio di papa Clemente VIII. Il pontefice decise d'intervenire nella complessa vicenda. La salma del conte fu riesumata e le ferite esaminate da un medico e due chirurghi. I dotti, medici e sapienti esclusero la caduta come causa delle lesioni subite da Francesco Cenci. Servivano delle prove, dei testimoni. Fu interrogata una lavandaia. La donna, colpito da rimorso o spaventata dalle autorità, decise di parlare: Beatrice le aveva chiesto di lavare le lenzuola intrise di sangue, sostenendo che fossero dovute alle sue mestruazioni. La giustificazione, sostenne di fronte agli inquirenti la lavandaia, non le parve verosimile. Un lampo di luce nel buio della notte. Le autorità scoprirono i congiurati. Olimpo, il castellano, alla minaccia di subire una ferma tortura rivelò il complotto. Poco tempo dopo riuscì a fuggire incredibilmente. La sua vita era segnata. Raggiunto da un conoscente dei Cenci fu trucidato. Il maniscalco, Marzio, confessò sotto terribile tortura. Fu poi sottoposto ad un confronto con Beatrice Cenci e ritrattò tutto. Pochi giorni dopo si spense a causa delle ferite riportare durante le sessioni dei tormenti. Beatrice, dopo aver resistito stoicamente, confessò il delitto e la congiura. Furono tutti imprigionati. Il processo vide una grandissima partecipazione di popolo. Nel dibattimento si scontrarono due grandi avvocati del tempo: Pompeo Molella per l'accusa e Prospero Farinacci per la difesa. Il compito di Farinacci fu quello di alleggerire la posizione della ragazza. Narrò pubblicamente degli stupri e delle violenze subite dalla ragazza per mano del padre, il defunto Francesco. La ragazza, nelle deposizioni, non volle mai confermare le parole del proprio difensore. Il processo si avviò velocemente alla conclusione, funestato da vizi procedurali che impedirono a Farinacci di pronunciare la sua arringa conclusiva. L'avvocato difensore fu ammesso in aula solo a sentenza emessa. Sentenza di morte che male fu accolta dalla popolazione. Diversi cardinali appoggiarono la richiesta di clemenza al pontefice presentata dall'avvocato difensore. Clemente VIII, in ansia per i ripetuti episodi di violenza che si stavano verificando nel territorio del proprio stato, volle dare un ammonimento e respinse la richiesta. Beatrice e Lucrezia furono condannate alla decapitazione, Giacomo allo squartamento. Bernardo, il fratello minore di soli diciotto anni, ebbe risparmiata la vita ma gli fu imposta la pena del remi perpetui, ovvero doveva remare per tutta la vita sulle galere del pontefice. Alcuni anni più tardi, grazie al pagamento di una ingente somma di denaro, riuscì ad ottenere la libertà.
San Basilio Magno sosteneva che il denaro fosse lo sterco del diavolo. Il vescovo greco visse intorno al IV secolo dopo Cristo, un tempo molto lontano da quello nel quale a Beatrice, vittima di ripetuti abusi sessuali da parte del padre, fu tolta la vita per mezzo della spada.

Fabio Casalini

Immagini

1- Giuditta e Oloferne, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, 1599
2- Beatrice Cenci in prigione, Achille Leonardi XIX
3- Ritratto di Beatrice Cenci, Guido Reni, 1599
4- Decapitazione 

Bibliografia

Antonelli, Lamberto. Beatrice Cenci: cronaca di un tragedia. Roma, Aracne, 2002 



Augias, Corrado. I segreti di Roma. Storie, luoghi e personaggi di una capitale. Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2005 

Bevilacqua, Mario e Mori, Elisabetta (a cura di). Beatrice Cenci: la storia, il mito. Roma, Fondazione Marco Besso - Viella, 1999 

Brigante Colonna, Gustavo e Chiorando, Emilio. Il processo dei Cenci, 1599. Milano, Mondadori, 1934 

De Blasi, Jolanda. Il processo a Beatrice Cenci. Mensile Historia, numero 72, novembre 1963, pp. 34–39, Cino del Duca Editore 

Caiani, Luigi, CENCI, Beatrice, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 23, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1979. URL consultato il 12 maggio 2016 

Di Cesare, Domenico. Si accende il giorno: la tragedia di Beatrice Cenci. Rieti, Hòbo editore, 2006

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

Commenti

  1. Molto bello Fabio. Gran lavoro di ricerca e di collegamento. La tua duttilità su ogni argomento ti contraddistingue sempre. La storia di Beatrice la conoscevo, ma non con questa "introduzione". Bravissimo. Rosella

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Rosella, adoro quel periodo storico e i personaggi che lo hanno fatto grande.
      Fabio

      Elimina

Posta un commento