Le streghe di Salem

Nel blog I viaggiatori ignoranti uno dei temi “caldi” è la caccia alle streghe. Il presente contributo è una rielaborazione del mio saggio, dedicato alla strega nella cultura pop, pubblicato nel libro Montagne maghette e mandragore, edito a dicembre da Landexplorer.
Chi volesse può prenotarlo rivolgendosi direttamente a me o a Claudia Migliari.
- Luca Ciurleo -

In Europa, la stregoneria è spesso associata, sia in ambito leggendario che inquisitorio, ad antichi culti precristiani. Anche analizzando brevemente il fenomeno americano si notano moltissime caratteristiche in comune, ad iniziare dalla visione della stregoneria statunitense come lo sviluppo dei culti dei pellerossa o dal sincretismo tra le credenze degli schiavi africani e delle Antille.
L’inizio della caccia alle streghe, nel Nuovo Mondo, ha una data di inizio ben precisa: il 1692, anno del processo di Salem, che ha ispirato un ricchissimo filone narrativo nella cultura pop. Tutto iniziò con la fondazione appunto di Salem, una delle prime città del Massachusetts ad essere “civilizzate” (leggi “occidentalizzate”), capoluogo della contea di Essex ed economicamente molto importante per la pesca ed il commercio. Qui, nei primi mesi del 1692 la nipote e la figlia del pastore Samuel Parris, rispettivamente Elizabeth Parris (9 anni) e Abigail William (11), presentarono alcuni disturbi, quali isteria e possessione diabolica: le ragazze rimanevano taciturne o si gettavano a terra strisciando. Il medico locale non esitò, vedendo i sintomi, a identificarla come stregoneria, o meglio come “malocchio”, un crimine perpetrato da un mago o una strega ai danni di un’altra persona. I disturbi, nel giro di poco tempo, interessarono altre donne e giovani della cittadina, tanto che il reverendo John Hale, giunto sul posto in qualità di esperto di stregoneria, non esitò a bollare il caso di Salem come la logica conseguenza della «vana curiosità di persone giovani che volendo conoscere il loro futuro abbiano tanto maneggiato gli arnesi del diavolo sicché per mezzo loro si aprì a Satana una porta […]. Le persone accusate, accusarono l’indiana che si chiamava Tituba, dicendo ch’essa le pizzicava e trafiggeva e le torturava con mille atrocità: e che loro vedevano qua e là, in luoghi ove nessun altro riusciva a vederla» (cit. in Centini, 2008, p. 86).
L’accusa è sintomatica - e non poco - di quanto le denunce di stregoneria rivolte alle donne europee siano migrate verso il Nuovo mondo: la colpevole è additata facilmente come “diversa”, ovvero si tratta della donna indiana (minoranza culturale sottomessa e sterminata, a causa di questa diffidenza verso la cultura nativa americana, considerata alterità negativa) che porta avanti i suoi culti, probabilmente sciamanici. Anche la storia delle streghe di Salem prosegue come quella delle streghe europee: Tituba, schiava del reverendo Parris, viene accusata e torturata; le viene estorta una confessione, dove ammise di essere una strega, seppur costretta da un misterioso «uomo alto di Boston». Il fatto che, probabilmente, il legame tra stregoneria e sciamanesimo/antiche religioni, fosse evidente è testimoniato anche dal fatto che Tituba associasse all’oscuro figuro un «uccello giallo», probabile reminiscenza della figura dell’animale servente, rimasto importante anche nella cultura giapponese, come vedremo, e legato alla figura delle majokko.
Tornando al processo, oltre a Tituba vennero accusate altre due donne, Sarah Osborne, una signora anziana ed inferma, e Sarah Good, figlia di un oste francese rea di parlare spesso da sola. Furono questi arresti a far nascere la psicosi: venne istituito un tribunale che accusò ed imprigionò le tre donne, estendendo le accuse a numerose altre, anche appartenenti alla chiesa del villaggio. I processi portarono alla condanna a morte di decine di persone: gli imputati riconosciuti colpevoli potevano salvarsi la vita rivelando i nomi di altri sospettati. In totale i numeri parlano di 144 persone processate: di queste 54 confessarono, mentre le condanne a morte furono 19. Giles Corey, torturato per essersi rifiutato di testimoniare durante il suo processo, morì per lo schiacciamento del torace. Interessante notare che, sul totale degli imputati, solo 25 abitavano effettivamente a Salem: gli altri provenivano da una città vicina (Salem Town, mentre i fatti si svolsero a Salem Village), dalle città limitrofe e da altre 14 località del Massachusetts. Sulle 144 persone processate, 106 erano donne, mentre delle 19 condannate ben 14 erano rappresentanti del gentil sesso.
Vanno anche fatte alcune considerazioni sulle cause profonde di questa isteria di Salem, molto interessante dal punto di vista antropologico, che va letta come la reazione puritana ad un rapporto con le culture indigene.
I casi di Candy e di Nay Black sono in questi casi emblematici (cit. in Centini, 2008, pp. 88-90).  La prima rispose alle accuse di stregoneria con un «Candy niente strega in suo paese», affermazione da leggere non come una difesa dall’accusa, quanto piuttosto l’ammissione che quanto per i cristiani era male e peccato, per la sua cultura era la normalità: i vari riti di propiziazione e di guarigione, infatti - come ad esempio nel vodoo haitiano - sembravano confermare ai cristiani che tutto ciò che era loro alieno doveva essere necessariamente correlato a Satana. Come spiega Centini, «nella sostanza risulta che le tradizioni religiose autoctone e quelle negroidi, furono viste come espressioni del potere satanico, come il perverso segno di un culto votato ai demoni» (2008, pp. 89-90). I rituali dei nativi americani, con le loro danze, venivano così facilmente prese per estasi del sabba, così come le maschere o le conoscenze erboristiche. Se a questo si aggiungono gli aspetti dello zoomorfismo e del totemismo nativo uniti alla metamorfosi sciamanica (cfr. Scarduelli 2000), si ottiene, per così dire, l’identikit della strega perfetta. In questa ottica la grande caccia alle streghe di Salem non può che apparire come una sorta di “pulizia culturale”, volta a cancellare - poiché maligni - gli ultimi retaggi delle religioni “primitive”, sostituendole con il puritanesimo cristiano. La figura di Candy diventa perciò quella di primaria importanza, poiché rappresenta, se vogliamo, la sopravvivenza di quei “riti di ribellione” da parte delle minoranze, come accade nel vodoo, religione in cui la donna, socialmente sottomessa, assurge al ruolo di sacerdotessa (parleremo tra breve del ruolo di Marie Laveau, sintomatico per capire il fenomeno ed i suoi aspetti pop).
Anche in questo caso, come nell’analisi della permanenza o meno di molti culti ed eventi folk anche in epoca contemporanea, si manifesta in tutta la sua chiarezza il cosiddetto “gioco della tradizione” (cfr Ciurleo, 2005, 2007, 2013, 2015, 2016): un culto che da un lato poteva mantenere la propria “dignità primitiva”, rimanendo un importante punto di radicamento con le proprie origini, dall’altro diventava segno di diffidenza, un contrasto visibile di tradizioni che poteva facilmente essere oggetto di demonizzazione, come in effetti è stato, da parte del gruppo dominante.
L’impatto che l’episodio di Salem ebbe sulla cultura pop contemporanea fu importantissimo. Per limitarsi al solo ambito letterario, la città immaginaria di Arkham citata nei racconti di Howard Phillips Lovecraft, ad esempio nel racconto breve Un’illustrazione e una vecchia casa (1920) o Herber West, rianimatore (1921-22) altro non è che una città fondata dai sopravvissuti di Salem, mentre un’eco dei famigerati processi si può trovare anche ne La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne (sebbene in questo caso l’accusa non fosse di stregoneria, ma di adulterio). Arthur Miller riuscì a drammatizzare, nel 1953, gli eventi di Salem nel suo dramma Il crogiuolo. 
Ma è probabilmente in ambito televisivo che la strega di Salem è stata maggiormente sfruttata, fino a tempi molto recenti (vedi l’omonima serie tv del 2014). Le tre protagoniste della serie Streghe, le sorelle Halliwell, sono le discendenti di Melinda Warren, una strega uccisa da un maleficio presso Salem, così come la Bonnie Bennet della serie The vampire diaries; persino la bonaria Samantha, protagonista di Vita da strega, ha antenati vissuti proprio nella città del Massachusetts.
In American Horror story: Coven, quarta serie del celebre show ideato da Ryan Murphy rimescolando gli stereotipi del cinema horror, tutte le protagoniste sono in realtà discendenti delle vere streghe di Salem, salvatesi dalla persecuzione facendo condannare in realtà delle innocenti. La serie tv presenta subito un’ affascinante successione di protagoniste, tra cui alcuni personaggi storicamente esistiti come la serial killer Delphine La Laurie e, soprattutto, Marie Laveau; la trama si basa sulla ricerca da parte delle streghe di una nuova Suprema, la responsabile della “Coven”, ovvero della Congrega: i termini utilizzati sono mutuati dalla wiccan, di cui ci occuperemo più avanti, e la serie sfrutta molti archetipi leggendari e storici, come la caccia alle streghe, il rogo per ucciderle, la possibilità di resuscitare i morti tipica delle streghe e del vodoo haitiano; a ciò si aggiungono personaggi del folklore molto significativi quali Papa Legba, che è un Loa, ovvero uno spirito mediatore tra Dio e l’uomo. Nell’opera di rimescolamento di elementi leggendari della cultura pop la figura di Papa Legba diventa interessante da analizzare: perché viene inserito in un contesto quale AHS: Coven? La sua rappresentazione è molto inquietante: prende le forme non più di un vecchio, quanto piuttosto di un afroamericano di età indefinita ed indefinibile, con il volto dipinto di bianco, dei capelli rasta ed un cappello a cilindro ornato con una fascia di teschi. Il suo ruolo è quello del demone, del diavolo che “commercia” in anime per esaudire desideri, chiamato proprio dalla strega Suprema. In realtà la sua figura nella tradizione vodoo appare come un giovane cornuto, nel pieno della virilità, a protezione dell’ingresso del villaggio. Ad Haiti viene raffigurato, in una splendida opera di sussunzione, come sant’Antonio, o come san Lazzaro, con cui condivide il cane, suo animale sacro nonché attributo.
Oltre a Papa Legba, personaggio minore nella serie tv, una delle protagoniste è Marie Laveau, realmente vissuta e morta ad New Orleans all’età di 80 anni nel 1881. La donna è stata un’importante maga, religiosa e praticante del vodoo negli USA, ed ancora oggi la sua tomba, al Saint Louis Cemetery numero 1, è oggetto di venerazione e di culto: i visitatori sono soliti tracciare sulla sua tomba un X, esprimendo un desiderio, nella speranza che lo spirito di Marie lo realizzi. Storicamente la donna era figlia di un proprietario terriero bianco e di una donna di colore di origine creola, che sposò, a 18 anni, Jaques Paris, un nero originario di Haiti. La sua storia si sposa con la leggenda: anche in questo caso la troviamo associata ad un animale, retaggio dello spirito guida dei culti sciamanici, ovvero un serpente di nome Zombie. Quanto alle sue pratiche magiche, le cronache narrano che riuscì a radunare ben dodicimila persone (sia bianchi che neri) ad assistere, nel 1874, ad un suo rito svoltosi alla vigilia di san Giovanni, altro esempio di sincretismo tra cattolicesimo, vodoo, culti africani e culto dei santi.
Il suo “vero” lavoro, invece, fu quello di parrucchiera (elemento ripreso anche dalla serie televisiva),cosa che le permise di venire a conoscenza di diversi segreti, utilizzati per accrescere il suo potere sociale, basato sul sapere quanto accadeva nelle case dei ricchi clienti presso cui prestava la propria opera. Marie Laveau, la cui morte - come nelle migliori leggende - è avvolta nel mistero, venne probabilmente sostituita, nel ruolo di vodoo queen, dalla figlia omonima.

Luca Ciurleo

Bibliografia
Centini, Massimo - Streghe, Ligurpress, Ecco, 2008

Ciurleo, Luca; Molina, Anna; Migliani, Claudia - Montagne, maghette, mandragore - Edizioni Landexplorer, Boca, 2017

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