La misteriosa civiltà dei Fremont

"... quale valore possono mai avere gli oggetti di un lontano passato se non ci lasciamo toccare da loro: sono vivi, hanno una voce, ci ricordano cosa significa essere umani, che è nella nostra natura sopravvivere, essere intraprendenti ed essere attenti al mondo in cui viviamo ... " (Terry Tempest Williams - Exploring the Fremont).


“La cittadina di Vernal si trova nella parte nord orientale dell’Utah, sulla confluenza di Green River e Yampa River al confine tra Colorado e Wyoming, in quella terra di nessuno che neanche i primi pionieri mormoni si preoccuparono di colonizzare nella loro ricerca della terra promessa, preferendo classificare quei luoghi generalmente come zona di caccia degli indiani Uintah. Tutta l’area, ancora oggi, è particolarmente selvaggia, con la sua vicinanza al deserto del Great Basin e a territori boscosi e impervi come le Uinta mountains e la Ashely National Forest, tuttora semi inesplorati e caratterizzati da fiumi impetuosi che scorrono in profondi canyon. In questi territori gli Stati Uniti hanno ricavato il Dinosaur National Park, un’enorme area disabitata sconosciuta al turismo di massa, dove 150 milioni di anni fa vivevano Stegosauri, Allosauri e altri incredibili mostri del Giurassico. Ed è qui che, in un’assolata mattina di giugno, dopo aver visitato la splendida rupe-museo appena fuori dal Quarry Visitor-Center, con la sua esposizione di oltre 1.500 resti fossili, mi muovo alla ricerca di antiche tracce umane: migliaia di anni fa, infatti, in questi luoghi viveva il misterioso popolo Fremont.”
Dinosaur National Park - Area di Vernal
I cronisti messicani all’epoca della colonizzazione spagnola del XVI sec., con il termine “Chichimechi” indicavano genericamente i selvaggi barbari del nord, dotati di “grande resistenza fisica, ferocia, allegria e crudeltà”, penetrati nel Messico centrale dopo il 1150/1200 D.C., nomadi cacciatori - raccoglitori appartenenti a quella cultura del deserto della quale, in realtà, facevano parte anche popoli sedentari e dediti all’agricoltura, ben più antichi, il cui approccio alla civiltà rimane ancora oggi in gran parte avvolto nel mistero. Importanti informazioni sui contatti tra le grandi civiltà mesoamericane e questi popoli del nord ci giungono dalle antiche rotte commerciali del mais, del cotone e del turchese, materiale quest’ultimo molto apprezzato in Mesoamerica ma proveniente dai giacimenti del New Mexico e dell’Arizona (dove peraltro sono state trovate statuette dell’Ara Macao, pappagallo tipico del Chiapas); figure mitologiche comuni a varie zone del sud ovest degli Stati Uniti, come il Kokopelli, antico viandante della cultura Navajo e Hopi, munito di flauto, guaritore e spirito guida associato a riti di fertilità, presente anche tra gli Aztechi con il nome di Pochtecas; oppure le varie differenziazioni del gioco della palla, dal Tlachtli dei popoli Maya fino al Baggataway degli indiani americani. Secondo le notizie reperite dai conquistadores (in particolare Coronado fu il primo a vedere e a combattere queste popolazioni, sacrificandole sul rogo quando non massacrate in battaglia) tra questi antichi abitanti figuravano anche le stirpi Nahua, arrivate in tempi remoti nella Mesa centrale fino alle aree degli odierni Guatemala e Honduras (dando forse origine durante le migrazioni successive alle stesse civiltà Tolteca e Azteca) provenienti probabilmente dalle Montagne Rocciose o addirittura dalla zona dei Grandi laghi. Tale ipotesi è suffragata dalle ricerche che hanno reso sempre più evidente la presenza stabile e prolungata di misteriosi popoli capaci di sviluppare complessi culturali unici in quella vasta area semi-desertica che oggi rappresenta il sud-ovest degli Stati Uniti, dalla bassa California all’Arizona al New Mexico, ma anche verso nord a comprendere parti di Utah, Colorado e Nevada, con resti enigmatici che si spingono fino al Wyoming, come la Medicine Wheel sulle Big Horn Mountains (1). Il fatto che tali genti, al contrario delle civiltà centro e sud americane, non abbiano lasciato resti grandiosi e ben documentati, ha inizialmente spinto gli archeologi a relazionarne frettolosamente le caratteristiche in maniera fredda ed austera, suddividendo e catalogando i ritrovamenti come appartenenti a nomadi cacciatori - raccoglitori, piuttosto che ad agricoltori - sedentari, secondo l’assunto che alla povertà materiale debba corrispondere un’analoga povertà intellettuale. Per anni, infatti, in questo teatro di ombre, solo i protagonisti mesoamericani hanno destato l’interesse dei ricercatori; tutti gli altri sono rimasti praticamente ignorati nella loro diversità e nella loro storia millenaria. Tali concezioni tuttavia stanno mutando, anche perché i molti reperti di arte rupestre, le elaborate usanze funerarie, le approfondite conoscenze astronomiche, denotano una sorprendente diversità e ricchezza culturale: Hohokam, Mogollon, Anasazi, Patayan, Fremont, popoli misteriosi che conoscevano la coltivazione del mais, dei fagioli e della zucca al pari delle civiltà meridionali, e come loro interagivano con l’universo con sorprendente consapevolezza e cognizioni cosmologiche.
Civiltà del deserto americano
I discendenti culturali di questi antichi popoli vivono oggi tra gli indiani Pueblo del Nuovo Messico e dell’Arizona, tra gli O’odham (indiani della famiglia linguistica Pima) dell’Arizona e probabilmente anche tra i Raramuri e i Tepehuan, rispettivamente di Chihuahua e Durango. Ma specifici ricordi ancestrali albergano anche nelle leggende degli indiani Ute, Paiute, Shoshoni, Navajos, Apaches e Zuni. E’ ormai chiaro che queste popolazioni tra loro confinanti, si incontrarono commerciando e si scontrarono anche in maniera violenta tra loro nei secoli in cui popolarono il deserto americano, possedendo nella loro struttura i meccanismi sociali necessari per aggregare attorno ai propri rappresentanti grandi numeri di persone e concentrando il potere in veri e propri sistemi politici. Tra queste antiche popolazioni, quella di cui sappiamo meno – e che spesso non compare nemmeno tra gli scritti archeologici - è la cosiddetta “cultura Fremont”, così chiamata per la sua scoperta avvenuta attorno al corso dell’omonimo fiume che scorre nell’Utah centrale, ma poi estesa a vaste aree adiacenti il Colorado River ed il Green River. Terra di grotte inesplorate e canyon nascosti. Chi erano costoro? Gli odierni indiani Hopi li assimilano agli “Hisat’sinom - la gente antica” del nord dell’Arizona; per le tribù Paiute sono gli “WeeNoonts - i popoli che vissero nel modo antico”. Per quanto ne sappiamo i resti Fremont compaiono principalmente sul confine settentrionale dell’area di influenza degli Anasazi (Utah, Idaho, Colorado e Nevada) già 10.000 anni fa (area di Capitol Reef – Utah) e se ne registrano segni di permanenza fino al 1300 D.C., periodo in cui tali genti scompaiono lasciando come misteriosa firma del loro passaggio le sconcertanti pitture ed incisioni su roccia. Relativamente a questi antichi abitanti, in verità, alcuni tasselli temporali sembrano più fuori posto di altri, come ad esempio l’incredibile petroglifo rinvenuto nell’Havasupai Canyon, a nord-ovest dell’Arizona da una spedizione di archeologi nel 1924, ufficialmente classificato come uccello, ma che parrebbe ritrarre addirittura un adrosauro, sauropode estintosi parecchi milioni di anni prima della comparsa dell’uomo.
Petroglifo rinvenuto nell'Havasupai Canyon in Arizona
Questi misteriosi abitanti vivevano con tradizioni e pratiche che sono state identificate come uniche e separate dai vicini Anasazi (o Pueblo ancestrali) (2) ad essi contemporanei ma con caratteristiche stanziali e non nomadi: si pensa vivessero prevalentemente in “case a pozzo” scavate nel terreno, ma inizialmente anche in villaggi a cielo aperto, secondo una struttura sociale composta probabilmente da piccoli gruppi, liberamente organizzati, suddivisi in diverse famiglie o clan, organizzati in simbiosi con l’ambiente naturale in cui erano inseriti, al cambiare del quale mutavano e diversificavano i loro modi di vivere. Come gli Anasazi i Fremont integravano la propria alimentazione derivante dalla cacciagione di cervi, pecore bighorn, conigli, uccelli e pesci, con i prodotti dell'agricoltura, in particolare la coltivazione di mais, fagioli e zucca. Conoscevano sofisticate tecniche di irrigazione, traevano essenze medicinali da erbe, piante e tuberi, lavoravano singolari cesti in vimini, tessevano stoffe, modellavano ceramiche in argilla, a differenza degli Anasazi non indossavano sandali bensì mocassini ricavati dalle zampe dei grandi predatori, che adattavano fino a coprire la parte inferiore della gamba. Le statuette rinvenute mostrano piccole figure antropomorfe con strani copricapi, orecchini, collane, vestiti, acconciature e decorazioni facciali. La maggior parte di esse hanno il petto e la schiena appiattita, di forma trapezoidale, nasi schiacciati, occhi perforati, gambe e piedi sporgenti, a volte invece sono rappresentate senza braccia, mani, dita e si ritrovano spesso anche nei numerosi pittogrammi (dipinti su superfici rocciose) e petroglifi (scolpiti e intagliati sulla superficie delle rocce) che i Fremont ci hanno lasciato in luoghi spesso inaccessibili, lungo pareti scoscese ed in profondi canyon, accanto a raffigurazioni zoomorfe, disegni astratti, forme geometriche ed impronte di mani. Il significato dell'arte rupestre Fremont è tuttora sconosciuto: i disegni potrebbero aver registrato eventi religiosi o mitologici, migrazioni, episodi di caccia, percorsi di viaggio, informazioni celesti o altre importanti conoscenze. Molti archeologi sostengono che la complessità e la natura dei cicli riprodotti non possa essere catalogata come una semplice espressione artistica ma sia piuttosto frutto di una precisa volontà di fornire una serie di informazioni dedicate all’osservatore, che tuttavia restano tutte da decifrare.
Petroglifi Fremont - Dinosaur National Park
“Secondo la mappa in mio possesso, il sentiero che si snoda nel “Dry Fork Canyon” parte ripido e scosceso dall’area di pertinenza di un terreno privato, il ranch McConkie. Al termine di una strada sconnessa parcheggio il suv a noleggio davanti ad una fila interminabile di palchi di alce appesi in bella mostra, quasi come avvertimento per l’incauto visitatore che intende procedere oltre. Nella piccola casetta di legno impresenziata ci sono alcune cartine dell’Ente parco ed una cassetta per chi vuole lasciare un’offerta libera: non c’è anima viva ma, ricordandomi delle corna appese, inserisco cinque dollari e comincio a salire. Lo stretto percorso si sviluppa, a mezza costa, attorno ad un’alta rupe di roccia rossa. Il paesaggio è sublime. E’ passato da poco mezzogiorno e, mentre riprendo fiato all’ombra di un pino ponderosa, scorgo davanti ai miei occhi, come in una mostra allestita ad hoc, numerosi arazzi dipinti e incisi negli anfratti rocciosi. Figure umanoidi, animali, strane spirali, una vista incredibile. Molte scogliere di arenaria si scuriscono con la polvere del deserto, gli antichi abitanti hanno modellato le naturali macchie di ferro, di ossido di manganese, in una tela naturale sopravvissuta per secoli. Alcuni disegni sono ben delineati sulla parete, altri scolpiti seguendo le venature rocciose, altri ancora allineati in filari di figurine dentro piccole fenditure. Le figure antropomorfe sono testimoni inquietanti di un mondo scomparso. Mentre procedo, un cartello indica la scritta “head hunter?”, due figure cornute impugnano armi e tengono teste umane in mano: avevo letto qualcosa in proposito, magari il resoconto di un incontro con nemici. Cannibali?”.
Cacciatori di Teste? - Dry Fork Canyon
Un’ipotesi avanzata da diversi ricercatori è che l’iniziale interazione pacifica e commerciale tra i Fremont e gli Anasazi, possa essere sfociata dapprima in scontri violenti – temporalmente corrispondenti alla creazione del sistema regionale del Chaco Canyon che determinò la massima espansione dei siti Pueblo Ancestrali – seguiti poi da una pace pan-regionale con le altre popolazioni vicine, una sorta di Pax-Chaco associata a specifiche pratiche e cerimonie religiose, comprendenti forse anche atti di cannibalismo rituale, con possibili finalità di dominio e potere. Fermo restando che la discussione su questi temi continuerà certamente per molti anni ancora, l’unica certezza sta nel fatto che anche i Fremont, come gli Anasazi e le altre antiche popolazioni del deserto, scomparvero improvvisamente dall’area in cui erano insediati, forse per l’improvvisa siccità o, più probabilmente, per una sorta di “clima pazzo” in cui non sia stato più possibile incanalare con periodicità programmabile le piogge stagionali. Pur conoscendo l’irrigazione, infatti, sia Anasazi che Fremont vivevano in aree in cui i corsi d’acqua, particolarmente incisi nel territorio, non seguono lievi pendenze all’interno dei canyon favorendo invece grandi ed improvvise quantità d’acqua, concentrate in poco tempo e alternate a grandi periodi di siccità, tali da non consentire più in condizioni climatiche estreme un’adeguata conservazione e sfruttamento delle risorse idriche.
Green River nei pressidi Vernal -Red Canyon
E’ questo il periodo finale delle civiltà del deserto, il momento in cui secondo le leggende Hopi gli “Hisat’sinom” hanno fatto ritorno alle stelle, nel centro dell’Universo, il tempo in cui i rituali “Katchina” sono nati e si sono sviluppati come un modo per unire le popolazioni provenienti dai villaggi che via via venivano abbandonati, per confluire nell’area dell’alto Little Colorado (XV sec.). La diffusione di tali credenze è individuabile nei simboli delle ceramiche, nei petroglifi e soprattutto nei murales dipinti sulle pareti delle kivas (locali a base circolare utilizzati dai Pueblo per le loro funzioni religiose ed assemblee). Per le popolazioni Pueblo insediatesi successivamente, infatti, i Katchina sono esseri sovrannaturali che fungono da mediatori tra gli uomini e gli dei, portando all’attenzione di questi ultimi il bisogno che le genti hanno di pioggia e fertilità. Sono anche esseri ancestrali generalizzati, dal momento che si ritiene che alcuni defunti divengano Katchina.
“Mi fermo nei pressi di un grande anfratto affrescato, il silenzio mi avvolge e quegli strani individui sembrano guardarmi come per raccontarmi qualcosa. Erano solo anonimi cacciatori – raccoglitori, eredi impauriti dei giganteschi mostri del giurassico, o invece erano qualcosa di più? Hanno forse a che fare con i lontani progenitori di quelle grandi culture mesoamericane, gli antichi abitanti del misterioso Chicomoztoc, il luogo in cui tutto ha avuto inizio? Il mitico nord con le sette caverne in cui le leggende azteche collocano l’origine del mondo Nahua? La matrice primordiale, prima della quale non vi era nulla, solamente l’oscurità, la non storia, l’oblio?Anche se i resti ci appaiono oggi incerti e confusi, anche se il destino di queste genti ci è tuttora sconosciuto, anche se i conquistatori bianchi hanno spazzato via troppe vite umane e con esse molti ricordi atavici, credo che la parola indigena non sia affatto morta e non tutto si sia cancellato di quel che riguarda il lontano tempo di Chicomoztoc, di quell’epoca nella quale lungo i sentieri del sud ovest americano molti riconoscevano la musica di Kokopelli e la donna con la superba acconciatura a farfalla, quando circolavano i ricordi di celebri guerrieri e di giocatori di palla, quando si scambiavano pietre verdi, uccelli dal piumaggio vistoso e bei sonagli di rame. I pensieri si affollano, mi accorgo che è ormai pomeriggio inoltrato e mi avvio lentamente sul sentiero del ritorno, nel mentre una domanda mi sfiora: saremo capaci di riscoprire le voci dei saggi che nel corso dei secoli hanno meditato sulle tradizioni dei loro antenati e sono stati ascoltati dai loro compagni, guidandoli nel presente? La voce di quei popoli indigeni che ora più che mai rivendicano il loro ruolo di protagonisti della loro storia e non quello di semplici oggetti di studio? Forse un giorno non lontano, uomini e donne native Pueblo, Hopi, Pima, Zuni, Navajo, Apache, Ute, Shoshoni, riannoderanno un dialogo interrotto da secoli, vincendo distanze e diffidenze siederanno insieme agli archeologi ed ai ricercatori di buona volontà riallacciando i loro pensieri per dare nuova luce al loro passato. Le parole troveranno l’origine comune sotto una di queste antiche rocce rosse e forse si vincerà così il pesante silenzio di tanti secoli di oblio.”
Pittogrammi Freemont - Sego Canyon

“Vi sono certe genti e popolazioni che chiamano Chichimechi; sono genti molto barbare … invio ora sessanta a cavallo e duecento fanti … a scoprire il segreto di quelle province e di quelle genti … e se non volessero essere obbedienti facciano loro guerra e li prendano come schiavi … e sarà così servita la vostra maestà e favoriti gli spagnoli perché estrarranno oro dalle miniere …” (Hernan Cortes – Anno Domini 1526).

Sergio Amendolia

Approfondimenti


Bibliografia
- Beatriz Braniff C. – la civiltà del deserto americano – Jaca Book;
- Materiale informativo dal National Park Service, U.S. Department of the Interior – Dinosaur National Monument;

Sitografia
- historytogo.utah.gov › Utah Chapters › American Indians;
- www.nps.gov/grba/learn/.../fremont-indians.htm

SERGIO AMENDOLIA
Nato 55 anni fa a Genova, sposato con 2 figli, 2 gatti e un cane, ho sempre guardato con stupore l'orizzonte e tutto ciò che quella linea rappresenta e contiene, convinto che dove il cielo finisce si celano sempre spazi e tempi lontani, spesso inesplorati o conosciuti poco e male. Forse per questo mi attira l'impostazione di questo blog ed i veli della Storia che gli articolisti provano spesso a sollevare, perché conoscere è importante e aiuta a capire ciò che siamo e come lo siamo diventati. Oltre alla nostra bella Italia ed alla sua impareggiabile ricchezza di arte e storia, mi affascinano molto gli scenari mozzafiato dell'Ovest Americano. In questi ultimi anni ne ho percorsi alcuni, ancora una volta cercando di varcare orizzonti i cui contorni sfuggono in continuazione, dimensioni che ho provato a malapena ad intuire nei volti dei nativi che ancora oggi si incontrano nelle riserve: a volte duri, scolpiti e aridi come i monoliti di arenaria rossa, probabilmente gli unici in grado di metabolizzare la sensazione di infinito che pervade quelle terre lontane. Per questo mi piace, quando il tempo libero me lo permette, collaborare con riviste e pagine web, tentando di approfondire le vicende che hanno caratterizzato la storia di quei popoli d'oltreoceano, in particolare l'epopea del West, con un occhio particolare agli uomini e alle donne che la vissero davvero, fuori dai luoghi comuni e dai grandi miti costruiti da Hollywood.


Commenti

  1. Mi sono piaciute soprattutto le ultime cinque righe che, credo, siano molto più che un messaggio di speranza: un auspicio ad aprire le menti.

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  2. Il patrimonio ancestrale dell'uomo è enorme e spesso sconosciuto, celato in leggende e tradizioni orali. Amplieremo le nostre conoscenze solo cercando e scavando a fondo in questi ricordi, in umiltà. Scendendo, se serve, dalle cattedre dalle quali noi uomini moderni siamo abituati ad insegnare, credendo ormai di sapere tutto della nostra Storia.

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