Marjorie, la donna che scoprì l'impossibile

Raccontiamo questa storia perché è la storia di una donna coraggiosa, tenace e di brillante intelligenza. Una donna del secolo scorso, che come tutte le donne, ancor più se si sono trovate a ricoprire ruoli di una certa importanza, ha dovuto lottare con i pregiudizi, lo scetticismo e la sufficienza di un mondo di uomini che si sentivano superiori (per fortuna sua e nostra, non tutti).  
È una storia davvero straordinaria. Tanto quanto lo sarebbe scoprire oggi da qualche parte del mondo un dinosauro ancora vivo. Detta così potrebbe sembrare la trama di un film di fantascienza, e invece no. E’ accaduto davvero. Proviamo a ricostruirla dall’inizio. Fra i ritrovamenti fossili attraverso i quali si è ricostruita l’evoluzione delle specie sulla terra, ci sono sempre stati molti pesci preistorici. Un gruppo in particolare, i celacanti, risultano apparsi circa 400 milioni di anni fa (dieci milioni in più, dieci milioni in meno) e passati attraverso le ere geologiche almeno fino al Cretaceo, più o meno 65 milioni di anni fa. Poi, come tanti altri, estinti e consegnati alla storia fossile. Non c’erano infatti altri ritrovamenti fossili posteriori a quella lontana Era, e quindi era piuttosto evidente a tutto il mondo scientifico che la specie si era estinta o evoluta in altra forma dando origine a pesci nuovi, più moderni fino a quelli nostri contemporanei. Anzi, per la precisione si è ritenuto per molto tempo che si fossero evoluti addirittura in un genere completamente diverso, dando poi origine agli anfibi. Poi accadde l’incredibile. E avvenne grazie ad una donna: Marjorie Eileen Doris Courtenay-Latimer.
Marjorie era nata in Sudafrica, nella cittadina di East London, il 24 febbraio del 1907. Suo padre lavorava per le ferrovie del Sudafrica, le South African Railways. La piccola Maggie nacque settimina, e fortemente debilitata da una devastante difterite rischiò di morire a pochi mesi dalla nascita. Ma resistette, sopravvisse, e durante la sua infanzia, forse non a caso, il suo amore per la vita si estese ad ogni forma vivente, e passando molto tempo all’aria aperta, avida di conoscenze e innamorata del mondo, ebbe modo di sviluppare una passione viscerale per la natura e gli animali. 
Crescendo si interessa agli uccelli e alle collezioni di fossili, finché nel 1930, quando già stava per intraprendere una carriera da infermiera, si libera un posto come curatrice del Museo di Storia Naturale di East London. Pur essendo autodidatta e non sapendo bene cosa la aspettava, la passione le fece prendere la decisione della sua vita, che mai si rivelò così felice. Accettò il posto, e si trovò a che fare con un museo praticamente inesistente, con pochi reperti di nessun valore, che coraggiosamente e senza rimpianti buttò nella spazzatura per iniziare a creare dal nulla delle collezioni di fossili, minerali, conchiglie, cercando e classificando ogni pezzo personalmente. 
Fra le attività intraprese per questa sua titanica impresa c’era l’abitudine di recarsi al porto della cittadina per cercare fra le reti dei pescatori esemplari di un qualche interesse, come pure fossili e conchiglie sconosciuti tirati su dalle profondità dell’oceano.
E’ il 22 Dicembre del 1938, Marjorie ha 31 anni. In Sudafrica, in quel periodo, c’è un caldo soffocante.
Si reca anche quel giorno al porto, forse più per cercare un po’ di aria fresca e per fare gli auguri di Natale al capitano Hendrik Goosen, suo amico, che nella speranza di trovare qualche creatura interessante nelle reti del Nerine, il suo peschereccio.
E invece proprio lì, quel giorno, fra squali e stelle marine ammucchiate sul ponte, gli occhi esperti di Marjorie vedono qualcosa di mai visto prima.
Un pesce enorme, dotato di scaglie aguzze e potenti, con molte pinne di colore blu sul dorso e sul ventre. Una cosa mai vista fino ad allora, o forse, ma ancora non osava pensarci, già vista soltanto sigillata nella pietra dalle ere geologiche. E solo in pietre di 65 milioni di anni prima.
Coltivò il suo dubbio prima di dare al mondo un annuncio che sarebbe stato sensazionale. Per prima cosa si preoccupò di come trasportarlo (pesava 58 Kg ed era lungo un metro e mezzo) e come conservarlo visto il clima torrido di quei giorni. Caricò il “mostro” su un’automobile insieme al suo aiutante e lo portò al suo museo. Per prima cosa ne fece un disegno, destinato a diventare storico, e cercò subito di mettersi in contatto con il Dottor J. L. B. Smith, della Rhodes University a Grahamstown, che pur essendo un chimico godeva di una giusta fama di ittiologo dilettante. All’epoca le comunicazioni non erano cosa semplice, e non riuscì a parlargli per telefono. Gli scrisse una lettera il 23 Dicembre, allegando il disegno. La lettera arrivò solo il 3 Gennaio, ma fece l’effetto che doveva. Nelle parole del dottor Smith: “… una bomba sembrò scoppiarmi nella testa e dietro a quello schizzo e alla carta di quella lettera io stavo guardando una serie di creature pisciformi che apparivano come su uno schermo, pesci che non ci sono più, pesci che avevano vissuto in ere passate e dei quali solo pochi frammentari resti rimasti nella roccia sono noti”. Corse a telegrafare alla Latimer: “DI ASSOLUTA IMPORTANZA CONSERVARE SCHELETRO E BRANCHIE DEL PESCE DESCRITTO”
Nel frattempo, complice il caldo che stava rapidamente deteriorando la creatura, Marjorie era passata all’azione: fece imbalsamare l’incredibile pesce in attesa del parere degli esperti.
A testimonianza di quanto scetticismo la circondasse fino a quel momento, basteranno le parole del Direttore del Museo quando lei le mostrò il pesce appena portato sul tavolo, parole significative della considerazione concessa alle sue doti, sicuramente viziate anche dalla percezione dell’epoca del suo approccio, considerato evidentemente troppo “femminile”, alle discipline scientifiche: “Mistress Madge, sta creando un tale trambusto a proposito di quel reperto! Non è altro che un merluzzo da scoglio. Per lei tutte le anatre sono cigni.”
Ma per fortuna Mistress Madge era tenace, coraggiosa e convinta delle sue intuizioni.
Arrivarono finalmente i pareri degli esperti, e non ci furono più dubbi: quel pesce era un Celacanto!
Il Pesce preistorico estinto nel Cretaceo non era estinto affatto. Era vivo e nuotava, probabilmente a grandi profondità, nelle acque del Sudafrica.
Quando finalmente il dottor Smith poté esaminare l’esemplare imbalsamato, sentenziò: “malgrado io fossi arrivato preparato, quella prima occhiata mi colpì come un lampo al calor bianco… rimasi impalato come trasformato in roccia. Si, non c’era ombra di dubbio, scaglia per scaglia, osso per osso, pinna per pinna, era proprio un vero Celacanto. Avrebbe potuto essere una di quelle creature di 200 milioni di anni fa risorta.”
Il nome scientifico rese il giusto omaggio alla scopritrice, assegnandogli il nome del Genere: Latimeria. L’esemplare fu battezzato Latimeria chalumnae (Chalumna era il fiume dove era stato pescato).
Non mancarono le polemiche neanche su questo: riviste scientifiche contestarono proprio il fatto che fosse stato dato al genere il cognome di Marjorie. Ma il dottor Smith replicò senza possibilità di appello: “Furono l’energia e la determinazione di Miss Latimer che hanno permesso di conservare un reperto così importante, e gli scienziati hanno buoni motivi per esserle grati. Il genere Latimeria è il mio tributo.”
Negli anni successivi si moltiplicarono le ricerche per trovare altri esemplari vivi, ma solo quindici anni dopo se ne trovò un altro, alle isole Comore. Poi, capendo sempre meglio dove e come cercare, i rinvenimenti aumentarono: un altro esemplare fu pescato nel 1957, e poi nel 1997 se ne scoprì uno anche sull’isola di Sulawesi, perfino di una specie diversa. Si scoprì in quell’occasione che il pesce era ben conosciuto dagli indigeni di quelle isole. 
Insomma il Celacanto non solo non era estinto, ma godeva di ottima salute e popolava le profondità di diversi oceani.
Questi incredibili pesci corazzati sono sopravvissuti alle epoche preistoriche scendendo fin nelle profondità abissali. E vi restano ben nascosti, tanto che le prime foto e le prime riprese subacquee che li ritraggono vivi e vegeti hanno dovuto attendere il nuovo millennio. Solo arrivati al 2000 infatti una spedizione a largo del Mozambico, nell’area di Santa Lucia che ora è diventata una delle aree marine più protette e straordinarie del mondo, ne videro e filmarono tre esemplari a 104 metri di profondità. E successivamente venne trovato ed osservato un gruppo di quindici, con tanto di femmina incinta.
Insomma stanno bene, i pesci preistorici della nostra Marjorie. Passati con incredibile forza di specie attraverso milioni di anni, e sostanzialmente invariati, dal punto di vista evolutivo, almeno dagli ultimi sessanta.
A noi piace, questa storia quasi incredibile. Piace la tenacia e la passione di una donna che ha visto e creduto in qualcosa di straordinario dove tanti uomini sulla carta più esperti di lei non vedevano nulla di speciale. Piace la modestia e la pazienza con cui ha atteso, immaginiamo con quale ansia, le conferme che potessero togliere ogni ombra di dubbio alla sua sensazionale scoperta. 
E naturalmente piace anche questo incredibile essere vivente che del tutto indifferente alla nostra esistenza di umani (spesso indegni della natura che ci ha generato e che ancora ci dà la possibilità di vivere su questo pianeta) è arrivato fino ad oggi tranquillo e nascosto ai nostri sguardi indiscreti.
Insieme all’omaggio per una eroina tranquilla e appassionata, quindi, auguriamo anche lunga vita al suo Celacanto, e che le acque abissali gli siano sempre fredde e inospitali, come piacciono a lui.


Alessandro Borgogno

ALESSANDRO BORGOGNO
Vivo e lavoro a Roma, dove sono nato il 5 dicembre del 1965. Il mio percorso formativo è alquanto tortuoso: ho frequentato il liceo artistico e poi la facoltà di scienze biologiche, ho conseguito poi attestati professionali come programmatore e come fotoreporter. Lavoro in un’azienda di informatica e consulenza come Project Manager. Dal padre veneto ho ereditato la riservatezza e la sincerità delle genti dolomitiche e dalla madre lo spirito partigiano della resistenza e la cultura millenaria e il cosmopolitismo della città eterna. Ho molte passioni: l’arte, la natura, i viaggi, la storia, la musica, il cinema, la fotografia, la scrittura. Ho pubblicato molti racconti e alcuni libri, fra i quali “Il Genio e L’Architetto” (dedicato a Bernini e Borromini) e “Mi fai Specie” (dialoghi evoluzionistici su quanto gli uomini avrebbero da imparare dagli animali) con L’Erudita Editrice e Manifesto Libri. Collaboro con diversi blog di viaggi, fotografia e argomenti vari. Le mie foto hanno vinto più di un concorso e sono state pubblicate su testate e network nazionali ed anche esposte al MACRO di Roma. Anche alcuni miei cortometraggi sono stati selezionati e proiettati in festival cinematografici e concorsi. Cerco spesso di mettere tutte queste cose insieme, e magari qualche volta esagero.

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