Mari Sandoz, un cuore sulle Grandi Pianure

Mari Susette Sandoz nacque l’11 maggio 1896 sul Mirage Flats, vicino a Hay Springs, nel nord ovest del Nebraska, primogenita di sei figli di immigrati Svizzeri, Jules e Mary Elizabeth Sandoz, stabilitisi nel territorio di frontiera nel 1884, con il finire delle guerre indiane. La casa in cui visse da bambina sorgeva sulle Sandhills, nella regione dell’alto corso del fiume Niobrara – l’Acqua che Corre, come lo chiamavano gli indiani delle pianure – ai bordi di quello che veniva definito territorio indiano.
Era vicina a Fort Robinson, ma anche alle grandi riserve Sioux del South Dakota ed alle sacre colline nere, le Black Hills. Quell’area pianeggiante ad ovest del Mississipi era sempre stata frequentata dai nativi americani che praticavano la caccia al bisonte, oltre che dai numerosi mercanti bianchi, trappers, mountain men e tutti quegli spiriti liberi della frontiera che avevano accolto con disprezzo l’arrivo del filo spinato e dell’aratro a mano. Il vecchio Jules, padre di Mari, era un pioniere, coltivatore, allevatore, agronomo nonché gestore di una stazione di sosta in grado di accogliere, indistintamente, indiani e bianchi che trovandosi di passaggio per quelle terre avvistavano la spirale di fumo che si alzava dal camino nascosto tra gli alberi, percependo l’aroma del caffè verso sera. Mari, in particolare, già da bambina era attratta dai vecchi Sioux che periodicamente si accampavano proprio dirimpetto alla fattoria e che ritrovava seduti alla propria tavola oppure attorno al focolare. Molti di essi, infatti, avendo alle spalle un passato eroico ed avventuroso, si rivelavano spesso dei narratori straordinari. Da loro sentiva raccontare molti e meravigliosi episodi di caccia ai bisonti, alle pecore di montagna, agli orsi bruni, nonché i dettagliati resoconti di sanguinose battaglie che li avevano impegnati nella difesa del loro mondo ancestrale e che i bianchi chiamavano “guerre indiane”, fino a ripercorrere l’apogeo che gli scontri avevano toccato in un fatidico giorno d’estate di qualche decennio prima con la battaglia di Little Bighorn. La piccola ascoltava affascinata quei racconti, sentendo spesso nominare le gesta di un Oglala che a soli vent’anni era diventato il più grande guerriero della tribù, colui il cui nome – Cavallo Pazzo – sarebbe bastato da solo ad atterrire i bambini dei bianchi che avevano invaso la sua terra, nonché i guerrieri più spavaldi dei suoi nemici Shoshoni, Pawnee e Crow.

Una volta, mentre suo padre parlava con alcuni ospiti Sioux Brulé che venivano dalla riserva del Rosebud, uno di loro, un vecchio, si accorse che la bambina si era messa di soppiatto ad ascoltarli, quindi la prese per mano e la condusse fin sulla cima del monte che dominava la fattoria dei Sandoz. Lassù, percorrendo con lo sguardo la grande valle ed il fiume, i precipizi e le alture, le aveva parlato di come i bianchi stavano cambiando la faccia della Terra, le mostrò il punto in cui i Brulè avevano costruito il palco funebre di Orso che Conquista, il capo che aveva voluto la pace e che i bianchi avevano ucciso, laggiù proprio vicino a dove suo papà aveva poi piantato un giovane ciliegio. Le raccontò come la cima pietrosa del monte su cui stavano era molto simile a quella dove era fuggito il giovane Cavallo Pazzo dopo l’attacco dell’Acqua Azzurra, dove aveva digiunato per cercare una “visione” che placasse la confusione che si era impadronita del suo cuore a causa di quelli che si dicevano fratelli bianchi e che invece avevano sparato contro la sua gente mentre lui era lontano, a caccia di cervi. Tutte queste storie restavano impresse nella mente della bambina, le occupavano i pensieri e le erano di grande aiuto nel vivere un’infanzia difficile, fortemente dominata dalla figura collerica del padre-padrone Jules, un uomo dal temperamento duro, a volte paranoico e violento verso tutta la famiglia, ma al tempo stesso visionario e innovativo nei confronti dell’ambiente rurale in cui era immerso, innamorato delle Grandi Pianure, maestro nell’intrattenere i rapporti con le genti che le abitavano, capace di avviare la coltura di frutteti e vitigni in ambienti difficili e ostili. La paura mista ad ammirazione per la figura paterna, così determinante e ossessiva, spinsero Mari Sandoz a relegarsi in uno studio silenzioso e segreto, nel quale coltivare l’amore per le parole scritte e per la filosofia, praticata di nascosto dal padre che faceva di tutto per disincentivare questo talento, così inutile e dannoso a sentire lui, soprattutto per una figlia femmina. Ogni nozione imparata a scuola veniva approfondita in qualche angolo del granaio, polveroso e nascosto, in completo isolamento sia dalla comunità che dalla famiglia, cominciando a scribacchiare storie quando non doveva cucinare, lavorare in giardino o prendersi cura dei fratelli più piccoli.

All’età di 14 anni Mari fu costretta insieme al fratello James a trasferirsi per alcuni mesi invernali in una capanna costruita sui vasti terreni della fattoria, per condurre faticosi lavori all’aperto con il bestiame, esperienza talmente estrema che la fece ammalare di una patologia permanente ad un occhio, chiamata “cecità da neve”. Fu quello tuttavia anche un periodo di contatto totale e incondizionato con la natura che la circondava e che la spinse, più tardi, ad approfondire le conoscenze di archeologia nativa e geologia della regione. Tre anni dopo, terminati gli studi, venne il momento di sposarsi con il vicino di fattoria, Wray Macumber, anch’egli personaggio violento che la maltrattò per tutti i successivi 5 anni di matrimonio, fino al 1919, anno del divorzio, in cui Mari decise di rompere definitivamente i ponti con la propria famiglia, spostandosi oltre 400 miglia a est, verso la città di Lincoln in Nebraska. Il desiderio di potersi dedicare finalmente anima e corpo allo studio ed agli scritti su quella che era la sua grande passione, le Grandi Pianure dell’ovest americano, si scontrò subito tuttavia con le difficoltà dovute al sostentamento. Per circa 10 anni visse in povertà, sopravvivendo solo grazie a qualche lavoro temporaneo, nella vana speranza che qualche suo scritto trovasse i favori degli editori. Ma la società dell’epoca lasciava ben pochi spazi alle capacità femminili, e anche nel settore dell’editoria nessuna fiducia le era concessa, solo sorrisi di circostanza e porte chiuse. Nel 1928, Mari venne contattata dalla famiglia per recarsi al capezzale del padre morente e, con grande stupore della ragazza, il vecchio che l’aveva sempre osteggiata nella sua passione per la scrittura, forse pentito dei tanti soprusi familiari, le chiese di scrivere una biografia su di lui. Fu così che la giovane in lacrime acconsentì e, per assecondare i desideri del vecchio padre sul letto di morte, oltre a riconciliarsi con la famiglia avviò nuove e più approfondite ricerche sulla storia di quel rude uomo di frontiera, sulla sua decisione giovanile di diventare pioniere, riscoprendo anche un mondo a lei conosciuto fino ad allora solo superficialmente. Dopo tre anni il libro “Old Jules” era pressoché pronto ma l’America viveva all’epoca la “Grande Depressione” e nessuno era intenzionato a pubblicarlo: malnutrita e in cattive condizioni di salute, Mari cadde in preda allo sconforto e bruciò oltre 70 dei suoi primi manoscritti, conservando però gelosamente la biografia del padre.
Solo nel 1935 arrivò finalmente la svolta, sotto forma di lettera che la avvisava che la versione ridotta di Old Jules, da lei inviata all’attenzione di una rivista locale, aveva vinto un concorso tenuto da “Atlantic Press”, il cui direttore si dichiarava pronto a pubblicare il libro per intero. Subito ben accolto dalla critica e dal pubblico, Old Jules riscosse una tiratura di 85.000 copie; tutto ad un tratto, dopo tanta indifferenza, molte persone restavano affascinate e sconvolte da quella visione romantica del vecchio west, dal suo linguaggio forte, crudo e realistico sulla vita di frontiera, sulle lotte brutalizzanti dell’uomo contro la natura e della natura contro l’uomo. Old Jules era la fedele rappresentazione di quell’individuo a tratti odioso che terrorizzava moglie e figli con la frusta, abilissimo nell’uso delle armi che imbracciava ed usava disinvoltamente contro i propri avversari, ma anche il simbolo affascinante del pioniere amico degli indiani, convinto sostenitore dei diritti dei piccoli coltivatori, indifesi di fronte allo strapotere dei grandi proprietari terrieri allevatori di bestiame, profondo e appassionato conoscitore della terra in cui si muoveva. L’opera le consentì finalmente di uscire dall’indigenza, dedicarsi all’insegnamento e, soprattutto, di continuare ad approfondire la sua passione di sempre. La strada era spianata, il secondo libro della serie – che per molti critici rappresenta il suo capolavoro letterario – non poteva non essere dedicato alla vita del suo eroe preferito sin da quando era una bambina triste ed impaurita, quel ragazzo indiano, introverso e solitario come lei, nato e cresciuto nei territori dove anche lei era nata e cresciuta, quel guerriero di cui aveva sentito narrare le gesta attorno al fuoco, la sera, dalle stesse persone che lo avevano conosciuto. “Cavallo Pazzo – lo strano uomo degli Oglala” uscì nel 1942 e fece la differenza: per la prima volta uno dei personaggi più rappresentativi degli indiani delle pianure veniva raccontato dal loro punto di vista, assunto quasi a venerazione come eroe virgiliano che difende il proprio mondo antico dalla distruzione ormai irreversibile, solo contro tutto e contro tutti (proprio per tale enfasi Mari Sandoz fu accusata da alcuni critici di aver dipinto la figura del guerriero con eccessivo romanticismo). Nonostante le critiche legittime, l’opera su Crazy Horse resta uno dei libri più importanti, nel suo genere, della letteratura americana, capace di introdurre il lettore ad informazioni fino ad allora sconosciute ai bianchi non solo sulle guerre indiane ma anche sulla caccia, sull’organizzazione sociale e su altri importanti aspetti della vita dei nativi in quella parte di territorio. Nel testo Mari Sandoz tracciò anche per la prima volta le intricate relazioni intertribali tra gli Oglala ed i Brule-Sioux, evidenziandone la mancanza di unità, il grande limite comune un po’ a tutto il popolo pellerossa, venuto prepotentemente a galla in due secoli di confronto-scontro con i bianchi.

La grande simpatia di Sandoz per gli Indiani d’America continuò a trasparire in maniera netta anche nei libri pubblicati successivamente ed inseriti nella serie “Grandi Pianure”. Da ricordare “L’autunno Cheyenne” (1953) pubblicato molto prima che la maggior parte degli americani fosse pronta ad ascoltare la verità sul trattamento riservato a queste popolazioni dalla civiltà europea. Il libro documenta l’ultimo esodo di quello che venne definito il “popolo magnifico” che nel 1878 fuggendo dalla riserva dell’Oklahoma si spostava verso nord, le ultime battaglie ed i massacri subiti proprio nella zona del Nebraska occidentale, ricostruendo le controverse figure dei due capi “Coltello Spuntato” e “Piccolo Lupo” e le loro diverse interpretazioni delle parole di fiducia dell’uomo bianco. Di grande impatto anche “Buffalo Hunters” (i cacciatori di bufali – 1954) che, ripercorrendo il tema di un west romantico e scomparso, usa il bisonte come figura centrale nella distruzione della civiltà dei nativi. La strage ecologica che dal 1867 in meno di vent’anni distrusse milioni di capi di bestiame fino a far estinguere quasi completamente la principale fonte di alimentazione degli indiani delle pianure, è contrapposta all'avversione indolente dell'uomo bianco per tale preziosa ricchezza. Nel libro piovono quindi accuse ai dirigenti delle ferrovie ed ai finanzieri dell’est, colpevoli di aver “stuprato” quelle pianure a lei così care per meri motivi economici, nonché alla deliberata politica di sterminio del Governo nei confronti dei nativi americani. In questo ambito narrativo l’autrice ripercorre vite di uomini famosi come Wild Bill Hickok, Buffalo Bill, Custer, terminando con i tragici eventi di Wounded Knee, quale triste punto di arrivo che collega idealmente la morte del bufalo con la fine del sogno della “danza degli spettri” e di un mondo antico che non sarebbe più potuto tornare. Degni di nota anche gli altri due libri della collana: “i mandriani” (1958) in cui la scrittrice analizza le cosiddette guerre per il filo spinato, tra cowboys e coltivatori, dipingendo senza pillole edulcoranti un west crepuscolare e spietato ed infine “The beaver men” (i cacciatori di castori – 1964), che fornisce un quadro inedito sulla vita dei primi commercianti bianchi di pellicce e della loro interazione, inaspettatamente spesso positiva, con gli indiani delle pianure.
Mari Sandoz dal 1935 al 1966 scrisse oltre 20 libri e dozzine di racconti, vincendo numerosi premi letterari e lasciando in eredità ad associazioni, circoli ed organizzazioni culturali diversi articoli sociali, biografie indiane e cronache di ogni tipo che hanno contribuito a delineare in maniera più compiuta quelle che sono le conoscenze attuali sulla storia del west americano e degli indiani che lo abitavano. Anche se la serie delle “Grandi Pianure”, la più nota al grande pubblico, resta la collana dai toni maggiormente drammatici, le sue storie raramente possono considerarsi felici o a lieto fine, il suo interesse si focalizzò sempre su quella parte di umanità sfortunata da lei conosciuta ed amata in gioventù nella frontiera americana, quella fetta di società normalmente esclusa dal progresso della Nazione, per la quale il successo nella vita ha sempre costituito un’opzione lontana e difficilmente realizzabile. Divenuta famosa la scrittrice non dimenticò mai questo genere di persone, con le quali si identificò spesso e nei cui confronti si sentì simpaticamente solidale, anche intervenendo economicamente in loro sostegno. In particolare, in molti dei suoi scritti Mari Sandoz mise in luce l’importanza delle donne nel West, di quanto il loro duro lavoro sia stato poco raccontato e quasi mai valorizzato, dei soprusi e delle violenze costrette a sopportare dagli uomini, spesso mariti e padri, delle loro morti premature, della pazzia a cui spesso furono condannate e, nei casi più fortunati, della loro difficile sopravvivenza nelle terre di confine. Nei suoi racconti si trovano sovente figure femminili capaci, contro ogni aspettativa, di ricoprire ruoli prettamente maschili, come la storia di un’avventuriera proprietaria di bestiame e pascoli che terrorizzava le comunità di coloni (Slogum House – 1937) oppure le vicende di una donna impegnata in politica (Tom Walker - 1947) fino alle difficoltà incontrate da tre ragazze nell’esercizio della professione di medico delle Grandi Pianure (Miss Morissa - 1955). Ovviamente, anche per quella sua grande predilezione per la cultura dei nativi americani, tutte le sue opere, dalle maggiori alle meno conosciute, sono caratterizzate dalla presenza costante della “Natura”: selvaggia, pericolosa, a tratti crudele, ma sempre meravigliosa ispiratrice delle vicende umane. Mari Sandoz lavorò fino all’ultimo mese di vita finendo “la battaglia di Little Bighorn”, pubblicato nel marzo del 1966, a pochi giorni dalla sua morte. Prima di essere sepolta per sua espressa volontà a fianco del padre, sulla collina che domina la vecchia casa di famiglia, Mari Sandoz stava lavorando ad un nuovo libro che non vide mai la luce, l’ultimo lavoro incompiuto della serie delle Grandi Pianure, improntato sull’importanza delle lotte per la difesa dell’ambiente e dell’acqua contro le potenti leggi del petrolio, un tema complesso, all’epoca ancora poco considerato ma divenuto di bruciante attualità al giorno d’oggi, a distanza di ben 50 anni.


Sergio Amendolia

Sitografia
marisandoz.org
nebraskahistory.org
nebraskaeducationonlocation.org
archivespec.unl.edu
web.archive.org

SERGIO AMENDOLIA
Nato 55 anni fa a Genova, sposato con 2 figli, 2 gatti e un cane, ho sempre guardato con stupore l'orizzonte e tutto ciò che quella linea rappresenta e contiene, convinto che dove il cielo finisce si celano sempre spazi e tempi lontani, spesso inesplorati o conosciuti poco e male. Forse per questo mi attira l'impostazione di questo blog ed i veli della Storia che gli articolisti provano spesso a sollevare, perché conoscere è importante e aiuta a capire ciò che siamo e come lo siamo diventati. Oltre alla nostra bella Italia ed alla sua impareggiabile ricchezza di arte e storia, mi affascinano molto gli scenari mozzafiato dell'Ovest Americano. In questi ultimi anni ne ho percorsi alcuni, ancora una volta cercando di varcare orizzonti i cui contorni sfuggono in continuazione, dimensioni che ho provato a malapena ad intuire nei volti dei nativi che ancora oggi si incontrano nelle riserve: a volte duri, scolpiti e aridi come i monoliti di arenaria rossa, probabilmente gli unici in grado di metabolizzare la sensazione di infinito che pervade quelle terre lontane. Per questo mi piace, quando il tempo libero me lo permette, collaborare con riviste e pagine web, tentando di approfondire le vicende che hanno caratterizzato la storia di quei popoli d'oltreoceano, in particolare l'epopea del West, con un occhio particolare agli uomini e alle donne che la vissero davvero, fuori dai luoghi comuni e dai grandi miti costruiti da Hollywood.

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