In Oltrepò risuona la martinella del carroccio

Ben pochi sanno ancora che cos’è un
albero. Le radici abbarbicate, acide, nere, sprofondate
a delta nel corpo della terra, il
tronco, i rami e i fogliami, e le
famiglie innumerevoli dei fiori,
estinte, ora, e i frutti colmi, pesanti, che erano
cibo, la buccia
tesa, la polpa ruvida, il nocciolo.
Ben pochi ricordano i ciliegi
bianchi prima di aprile, e le ciliegie
scarlatte, il loro avvallarsi
tondo e profondo sotto il peduncolo
lieve.
E chi ricorda i cachi, gli enigmatici
cachi come soli tramontanti
fermi tutto novembre sulla trama
dei rami
stecchiti?
[Giuseppe Conte]


Dicono che nelle giornate di vento si scorgano nitidamente le Alpi, i grattacieli di Milano e addirittura la Mole Antonelliana.
Risalire la Valle del Nizza è un esperienza purificante, una lettura nitida e profonda dell'animo. Ad ogni tornante rivela uno spicchio di bellezza, ci si sente più leggeri grazie alla vista che spazia su buona parte di quel mare di terra autentica che è l'Oltrepò. Si abbandona la vite per abbracciare un ambiente quasi alpino. Tutt'attorno sono faggi, abeti e castagni e lontano dispersi nella foschia meridiana i contorni docili della dorsale appenninica che educano il cuore alla bellezza.
Rammentando Euripide qui sembra dettar legge “il silenzio del vento”. Poco distante transitava la via del sale, antico itinerario utilizzato dai mercanti di sale marino tra Genova e la Val Borbera, Luogo di confine di inevitabile fascino
Spigolo d'Italia noto come la zona delle quattro province; la piemontese Alessandria, la ligure Genova, la lombarda Pavia e l'emiliana Piacenza.
Ritmi scanditi da tempi agricoli, amalgamati in un melange di dialetti, usanze e tradizioni.
Ecco, oltre quella curva scorgo l'Eremo di Sant'Alberto di Butrio, riposa disteso nella silvestre quiete, assomiglia ad una pernice solitaria appollaiata a circa settecento metri di altitudine. Venne fondato dal santo attorno al XI secolo sui terreni donati dal marchese Obizzone Malaspina nel 1050 in segno di ringraziamento per aver guarito uno dei suoi figli sordomuto.
Zona solitaria, territorio di cacciatori e arditi cercatori di funghi le cui forre sono ormai indelebilmente mappate più che negli occhi nelle piante dei loro piedi.
Il complesso, di origine romanica, rappresenta uno straordinario manifesto d'architettura medievale ed è suddiviso in tre chiese, dedicate rispettivamente a Sant’Antonio, Santa Maria (la più antica eretta sui resti di una precedente cappella castrense bizantina ) e Sant’Alberto.
Il rintocco della campana riporta ad un passato assai lontano. È infatti la “martinella” del Carroccio, protagonista della storica battaglia di Legnano, a cadenzare le ore che fluiscono tra le antiche pietre. Anima ed ossa di questo luogo quasi millenario in cui fecero la sua comparsa l'imperatore Federico Barbarossa, Dante Alighieri e, leggenda vuole, anche Edoardo II in fuga dall'Inghilterra.
Anche Pier Paolo Pasolini in cerca di ispirazione per la stesura de “Il vangelo secondo Matteo", dopo aver stretto amicizia con un frate cieco che frequentava l'Eremo, si aggirava per questi luoghi.
Varcata la soglia, ci accoglie la chiesa di Sant'Antonio in un susseguirsi di pregevoli affreschi realizzati nella seconda metà del 1400 per mano di autore anonimo, forse un monaco, che narrano le vicende mediante un linguaggio molto elementare ma non privo di valore.
La finezza e l'eleganza dei colori celano l'estro di una mente raffinata di tradizione gotica con lievi rimandi ad influssi di scuola bizantina (soprattutto per quanto riguarda gli sfondi dorati).
Lo notiamo istantaneamente nella figura di un esile San Sebastiano. Le mani legate al tronco di un albero intento, nella sua presunta immobilità, a subire il martirio che due figure disposte ai lati prontamente gli infliggono attraverso le numerose frecce conficcate nella carne. 
Più a destra è Santa Caterina di Alessandria a subire torture e supplizi. La storiella giunta sino a noi narra che rea di non aver partecipato ai festeggiamenti e alle celebrazioni pagane venne condannata a morte sotto il peso di una ruota chiodata ma grazie all'intervento divino la macchina si ruppe. Massenzio optò quindi per la decapitazione della sventurata, ma dalle vene invece di rigagnoli rubini miracolosamente (!?!) sgorgarono candide gocce di latte.
In un curioso affresco prima della tragica fine l'ammiriamo risoluta agitare un libro posto nella mano sinistra, simbolo della sua sapienza, ed esortare il Re ed un gruppo di filosofi al suo fianco anch'essi con altri libri tra le mani. Disputa nella quale uscì vittoriosa.
Poco distante un'altra rappresentazione la raffigura mentre viene imprigionata. Interessante notare lo scorpione dipinto sullo scudo del carceriere, simbolo di perfidia, del male che cerca di sopraffare il bene. Un richiamo al lato oscuro dell'impero romano (SPQR – SQRP, scorpio).
Sulla parete opposta, nella lunetta superiore, ecco Dio Padre tra luce e fuoco nell'atto di benedire, avvolto da una candida e folta barba bianca circondato da numerosi volti dalle simili fattezze e due angeli con la tromba.
Di notevole pregio l'affresco ritraente San Giorgio che lotta contro il drago, tentando di salvare la principessa. L'atmosfera che regna nel dipinto ci catapulta in un ambiente fantastico evocando il clima di antichi libri di favole.
Spostandoci nella chiesa adiacente di Sant'Alberto troviamo l'opera forse più preziosa che questo luogo custodisce: "Il miracolo di S. Alberto" ovvero l'evento straordinario accaduto al santo quando venne accusato di mancata osservanza del digiuno durante la celebrazione della messa.
Convocato a Roma da Papa Alessandro II eccolo ritratto in abito nero collocato a sinistra di una tavola riccamente imbandita alla cui mensa partecipano, oltre al pontefice, alcuni cardinali.
Per provare la sua innocenza Alberto trasformò l'acqua in vino come ci suggerisce la mano benedicente verso una brocca d'acqua che un paggio con prontezza gli porge.
Notevole l'abbondanza di dettagli presenti nell'opera, come il pozzetto dell'Abbazia ritratto nell'angolo in basso a destra.
Sant'Alberto è un luogo di profonda spiritualità fatto di odori dimenticati di legno, di pietra e di cera.
Pietre corrose che rassegnate conservano pozzette d'acqua, memorie osmotiche di lontani acquazzoni, scogli che nell'umido dei chiostri esaltano il profumo amaro della corteccia d'abete, il ricordo vago di un tramonto, di una dolce agonia.
Tra le nubi in grembo ai colli appare una sforbiciata di sereno ed una luce sottile come d'aprile. Dall'antico sacello un rumore di anime discrete sgretola il silenzio.
La mia è assai distante abbandonata in una speranza ignota, ma resta ad ascoltare a capo chino, ebbra di bellezza. Il tempo si dilata e nel cielo si accende la prima stella al guinzaglio della luna.

Filippo Spadoni

FILIPPO SPADONI 
Nato nel 1980. Appassionato di cinema d'autore, poesia e letteratura italiana, con un'inclinazione naturale per il crepuscolarismo. Cultore e collezionista di musica con predilezione di sonorità di confine e sperimentali. Insaziabile curioso verso le tradizioni, la cucina, gli idiomi e gli angoli più remoti del Piemonte; perché come affermava Cesare Pavese: " Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti". Da Gennaio 2014 cura e gestisce l'archivio di "Verbania Antiche Immagini".


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