Giacomo Martino Modanesi, il prodigioso bimbo di Budrio

Le origini del paese di Budrio, attualmente in provincia di Bologna, sono molto antiche. Con molta probabilità fu il popolo degli Umbri a fondarla, malgrado siano presenti segni di civilizzazione più antichi. 
La fondazione del nucleo originario della Budrio moderna risale al periodo compreso tra il secolo X e il seguente. Esiste una storia, dimenticata tra le pieghe del tempo, che lega profondamente l'abitato ad un bimbo, definito prodigioso. Il fanciullo si chiamava Giacomo Martino Modanesi e questa è la sua triste vicenda. Tutte ebbe inizio tra le paludose campagne del Veneto, dove Giacomo vide la luce all'interno di una famiglia poverissima. La madre morì in giovanissima età poco tempo dopo aver partorito il fanciullo. Il padre, che si occupava di conciare la canapa, decise di trasferirsi nel cuore dell'Emilia, esattamente a Budrio, dove la lavorazione della fibra tessile era una delle principali fonti di sostentamento del popolo. La canapa e il lino sono state tra le prime specie vegetali ad essere coltivate in Europa. L'introduzione della canapa nel nostro paese è dovuta agli Sciiti, che giunsero sulle coste della penisola italiana tra il secolo X e il secolo VIII antecedenti la nascita del Cristo. Le prime informazioni sulla coltivazione della canapa in Italia le troviamo nella Naturalis Historia di Plinio il Vecchio. Immediatamente dopo il trasferimento in Emilia, il padre di Giacomo si scordò del fanciullo che trascorreva le giornate tra le vie del paese mendicando il cibo per arrivare a sera. Uno di quei giorni, uguali ai precedenti e non diversi dai seguenti, incontrò l'uomo che gli avrebbe cambiato la vita, almeno per un breve periodo di tempo. Quella persona era Giovanni Battista Mezzetti definito “predicatore, gran teologo, praticone di tutte le scienze e lingue, uno dei teologi del Collegio di Bologna”. Mezzetti era un frate appartenente all'ordine dei Serviti e dimorava nel convento di Budrio. Uomo di grande intelletto, poliglotta, letterato e molta ambizione. Giovanni Battista, sempre indaffarato, quel giorno incrociò lo sguardo di un bimbo di tre anni, deperito e dall'incedere incerto. Decise di offrirgli un piatto di minestra calda e Giacomo, in segno di ringraziamento, recitò tutto l'ufficio divino in latino. La sorpresa nella mente, sicuramente nell'aspetto, del frate fu grande. Sconcertato chiese al malsano infante dove avesse appreso tale conoscenza. 
Giacomo rispose semplicemente che l'aveva appresa ascoltando la messa fuori dalla chiesa. L'ambizioso frate in quel preciso istante comprese d'essere di fronte a qualcosa che non aveva mai veduto, e nemmeno immaginato. Un bimbo di neppure 4 anni, malvestito, malnutrito e dall'incedere titubante, che recitava a memoria il divino ufficio in latino. Nella mente del Mezzetti scoppiò la scintilla poiché aveva intuito le profonde e incredibili doti del bimbo. Dopo una trattativa con il padre, per ottenere il riscatto del fanciullo, decise di portarlo nel convento ove dimorava. Giacomo in quel luogo trovò una stanza, un letto, un insegnante, dei pasti caldi e una grandissima educazione. Non trovò mai affetto. Non conobbe l'amore dei genitori. Nel Seicento, come nei secoli precedenti, la perdita di un bambino era una tragedia sopportabile. La loro presenza all'interno della società era tanto effimera che la prematura morte era concepita come un male quasi necessario. All'interno del convento Giacomo mangiava, studiava, dormiva. Nessuna distrazione, se non qualche passeggiata nel chiostro attiguo all'edificio religioso, in compagnia di frati e novizi.
Udiva le voci dei coetanei che allegramente giocavano fuori dal convento?
Soffriva per la mancanza di incontri amichevoli?
Giacomo imparò il greco, il latino e l'aramaico, di cui Giovanni Battista Mezzetti era gran conoscitore. Si dedicò alla filosofia, alle lettere antiche e alle scienze. Tutto questo tra i 3 e i 7 anni di vita.
La domanda che sorge spontanea attiene all'ambizione del Mezzetti. Perché si ostinò ad educare quel bimbo trovato casualmente tra i vicoli di Budrio?
Il frate, ambizioso, voleva portare quel bimbo alla presenza del Papa, per dimostrare la sua bravura e la sua capacità d'insegnamento. Dove volesse arrivare non lo sappiamo. All'interno degli ambienti ecclesiastici era considerato un “unto dal Signore” poiché era stato nominato teologo su richiesta diretta del pontefice.
Dopo aver compiuto i 7 anni d'età Giacomo, in compagnia dell'immancabile Mezzetti, fu ricevuto a Roma. La fama lo precedeva. La domenica di Pentecoste del 1647, nella chiesa di San Marcello al corso, il bimbo sostenne una disputa teologica e filosofica di fronte ad un folto pubblico composto da vescovi e cardinali, tra cui il famoso teologo Pallavicino. Appare interessante rileggere le dichiarazioni di un quasi contemporaneo degli eventi: “nel 1647 il nostro Pallavicino fu uno dei soggetti eminenti che argomentarono contro Giacomo Martino Modanesi, quel maraviglioso fanciulletto, discepolo di Padre Giovanni Battista Mezzetti, che di anni sette per istupendo privilegio della natura sostenne al cospetto di undici cardinali e di Roma tutta conclusioni in teologia, filosofia, legge, medicina e d'altre scienze. Le quali conclusioni furono dedicate ad Innocenzo X, che allora reggeva il pontificato”.
Giacomo Martino Modanesi fu considerato un prodigo senza precedenti.
La domenica seguente riuscì nell'impresa di ripetere l'incredibile audizione nei confronti di vescovi e cardinali.
Il genio di un fanciullo al cospetto di dotti, medici e sapienti?
Adulti pomposi, con abiti sfarzosi e chioma irriverente, possono accettare il confronto, e perderlo, con un bimbo di sette anni d'età?
Qualcosa iniziò a scricchiolare, come una sedia mangiata dai tarli.
I gesuiti, con l'appoggio dei cappuccini, criticarono fortemente la scelta di esporre i propri dotti teologi al confronto con Giacomo. Il rischio, intravisto, fu quello di cadere nel ridicolo. Roma tutta parlava del bimbo prodigioso, dimenticando la ferma conoscenza degli uomini di chiesa.
Nessuno dei dotti, medici e sapienti, s'interessava delle condizioni di salute e mentali del piccolo Giacomo.
Questi problemi erano estranei a Giovanni Battista Mezzetti, che fece ritorno insieme al fanciullo nella piccola Budrio.
L'umore nell'animo di Giacomo era diverso, completamente, da quello che animava il frate ambizioso. Il bimbo voleva giocare, correre e divertirsi con i suoi coetanei. Mezzetti aveva la ferma convinzione di dover completare il percorso di conoscenza del fanciulletto.
Nelle calde sere d'estate Giacomo sognava il roteare di una trottola, pensava al moto delle biglie, immaginava il volo di un aquilone. Giacomo tornò ad essere quello che era, un bambino.
Nel frattempo gesuiti e cappuccini riuscirono nell'intento di sminuire le doti di Giacomo.
Le voci, insistenti, si fecero urli.
Giovanni Battista Mezzetti aveva stretto un patto con il demonio per avere in dono lo strepitoso talento di Giacomo.
Le autorità decisero di sottoporre il fanciullo ad una nuova prova di conoscenza. Il bimbo all'improvvisò sembrò aver scordato tutto. Mezzetti fu letteralmente sopraffatto dagli eventi. Non riuscì a comprendere l'animo dolce di un bambino speciale. Una afosa mattina di luglio prese la decisione: salì sul campanile della chiesa di San Lorenzo e si gettò nel vuoto. Le solite maledette malelingue videro nel suicidio un'ammissione di colpa. Giovanni Battista Mezzetti aveva stretto un patto con il demonio. Ne erano certi. Anche loro non erano in grado di comprendere lo spettacoloso talento di un cervello straordinario. Giacomo fu allontanato velocemente dal convento nel quale risiedeva da diversi anni. Fu trasferito in un lontano e sperduto edificio religioso.
Troverà la morte nel 1658, a soli 18 anni, senza aver mai recuperato l'insieme di conoscenze che lo aveva portato a cento passi dal pontefice.


Fabio Casalini

Bibliografia
Magli Anna, Il dotto putto, Focus storia, 2016
Nanetti Angela, Il bambino di Budrio, 2014
Raccolta di opere religiose di celebri autori dal secolo XIV al XIX, Roma, 1845
Miscellanea di varie operette di Calisto Palombella, Venezia, 1763

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

Commenti

  1. Tremendo. Però fotografa quei tempi. Come erano trattati i bambini..e quello che menti ambiziose possono fare di sottilmente crudele a chi è fragile. Grazie Fabio per le tue ricerche
    Mirella

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    1. Grazie di cuore Mirella. L'ambizione da una parte e la povertà dall'altra sono una miscela esplosiva. Chissà se il bimbo divenuto ragazzo non abbia volutamente scordato...
      Fabio

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  2. Molto bello il tutto Fabio. Grazie per aver ricordato questa figura ai più sconosciuta.
    Giovanni

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  3. Patetismo a parte, che qualcuno vuole serva ad "umanizzare" la sensibilità del pubblico, è una bella storia ma con molte ombre. Ad esempio: un bambino che impara a memoria frasi in latino senza conoscerne il significato, che doti ha? Il sospetto che Mezzetti abbia ammaestrato una "scimmietta" che ripetesse a memoria senza capire il senso di ciò che diceva è molto forte, così come il sospetto che non si sia trattato di un suicidio. Un bambino con il tipo di conoscenza di cui si parla non sogna di giocare e non vede nei propri coetanei un pari con cui star bene, una "scimmietta ammaestrata" sì. Senza contare che con quel tipo di conoscenza, fosse stata reale, avrebbe comunque trovato il modo per farla franca nel mondo, evitando di morire a soli 18 anni.
    Lux

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    1. Lux è una storia complessa, dove le tante ombre pongono in secondo piano le luci. Il momento più complesso, su cui ci sono pochissime informazioni, concerne la morte del bimbo prodigioso. Il tutto ruota decisamente intorno alla figura di G.B. Mezzetti ed alla sua "prodigiosa" voglia di apparire. Un uomo del nostro secolo calato nell'atmosfera del 600.
      Fabio

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