Vajont. Il mondo fuori posto

Per sapere e capire qualcosa dell’immane catastrofe del Vajont ci sono diversi percorsi, e il modo migliore e più giusto è quello di percorrerli, uno dopo l’altro, con i tempi che preferiamo. 
Il primo, forse ancora il più completo e quello che potrebbe quasi bastare da solo, è leggere un libro. Sulla pelle viva di Tina Merlin, giornalista come ce ne erano una volta e non ce ne sono più, unico perché unica autentica testimonianza scritta durante e soprattutto prima della tragedia (perché prima si sapeva già benissimo cosa sarebbe accaduto poi).
Poi c’è, inevitabile, lo straordinario spettacolo-monologo di Marco Paolini, Vajont - 9 ottobre 1963 - Orazione civile. Guardatelo o riguardatelo, in cassetta o in dvd, e se vi dovesse capitare la fortuna andatelo a rivedere dal vivo, a teatro. Difficile trovare un modo migliore per raccontare, spiegare, coinvolgere, far tremare le vene e far fremere dallo sdegno civile chi ascolta, assiste, e inevitabilmente partecipa.
Poi, se vi capita, guardate anche il film, Vajont – la diga del disonore di Renzo Martinelli. Questo è un tassello che va bene solo insieme agli altri, perché da solo forse è insufficiente. E’ un film di grande merito anche se di risultati inferiori alle ambizioni, con momenti quasi imbarazzanti, ma con il pregio di raccontare comunque i fatti con chiarezza, di non fare sconti a nessuno, e di offrire straordinarie interpretazioni di Michel Serrault, Daniel Auteuil, Philippe Leroy, Laura Morante e Leo Gullotta.
Quando lo vidi in sala non mi piacque gran che, ma io sapevo già tutto. Uscendo dal cinema però sentii qualcuno dire “aho ammazza però…. pensavo che era stata tutta ‘na tragedia naturale, mica ce lo sapevo che c’erano tutte ‘ste colpe de’ ‘sti pezzi de merda e che se’ poteva pure evita’…” e allora capii che il film, nonostante i suoi difetti, aveva ragione di esistere.
Già, perché in fondo la tragedia del Vajont, questa allucinante storia italiana, è tutta lì, nella sua incredibile e pazzesca prevedibilità. Nel suo essere la più grande catastrofe naturale scientificamente e pervicacemente cercata e provocata dall’uomo, dall’arroganza dell’ingegneria civile che doveva dimostrare la sua potenza a costo di stuprare la natura, dall’arroganza del potere politico ed economico che decide la vita e la morte delle donne e degli uomini contro ogni evidenza della ragione, dall’avidità di pochi uomini che per il denaro, e solo per il denaro, passa sopra a qualsiasi avvertimento e qualsiasi prova scientifica, sacrificando migliaia di persone ad un profitto del 5%, facendo precipitare una montagna intera sulla pelle di uomini, donne e bambini inermi pur di non perdere un investimento.
E non è solo storia passata, non è solo del secolo scorso. Ne abbiamo altri esempi proprio sotto gli occhi, passati, recenti e futuri, dai terremoti alle inondazioni che sempre più frequentemente ci flagellano. E ogni volta che sentiamo polemiche e avvertimenti di studiosi e scienziati e risposte arroganti e saccenti di imprenditori e politici e ingegneri quando si parla di questi argomenti (tanto per fare un esempio per il ponte sullo stretto di Messina) be', dovremmo sempre ricordarci del Vajont….
E poi, infine, bisogna andarci. Risalire in macchina la valle del Piave e arrivare a Longarone, il paese cancellato dall’onda più enorme e violenta di tutta la storia dell’umanità, e guardare la diga, e tremare già solo al suo primo apparire, in fondo a quell’immensa canna di fucile della gola del Vajont.
Non c’è bisogno di molta immaginazione per vederla riempita da un muro di acqua e fango compressa e sparata contro il paese a valle. La si vede e si trema dal terrore.
Guardare la diga perché la diga è sempre là, è rimasta in piedi. Era costruita bene. Peccato che per farla e per riempire il lago si ignorò sistematicamente la frana che dal Monte Toc stava preannunciando il disastro con tutti i segnali possibili.
E poi bisogna salire su, a quello che era il lago del Vajont creato dalla diga e che ormai è una pozza, perché quel maledetto porco 9 ottobre del 1963 c’è finita dentro una montagna intera.
E ti trovi nel posto più innaturale del mondo. Si sente nell’aria, nel paesaggio, perfino nei colori una violenta negazione di normalità, e soprattutto una respirabile impossibilità di un qualunque ritorno ad una qualunque normalità.
Perché lassù c’è un mondo intero fuori posto. Gli alberi sono inclinati senza una ragione apparente, semplicemente perché stavano lassù, centinaia di metri più su, e ora sono qui, in fondo, davanti ai tuoi occhi, sotto i tuoi piedi, perché l’intero mondo è venuto giù ed è venuto giù tutto insieme.
Sei in una valle ma la valle non c’è, perché al suo posto c’è una montagna che non dovrebbe esserci.
Sali al villaggio di Erto, e arrivi fin dove è arrivata la prima onda. Il paese, quattro case, è abitato ancora da qualcuno (il suo cittadino più famoso è lo scultore e scrittore Mauro Corona) ma ti sembra di percepire dei quasi fantasmi, tristi e rassegnati, e hai quasi l’impressione si viva lì senza mai alzare lo sguardo verso la montagna. Senti un dolore immenso tutto intorno a te, lo strappo violento di qualunque ragione e di qualunque senso avvenuta in pochi attimi, senti il dolore nell’aria e senti che non potrà mai andarsene.
Infine alzi lo sguardo verso il monte Toc, l’immensa montagna di fronte, e vedi l’Apocalisse. La montagna è nuda, aperta come un cadavere sezionato. Stai guardando qualcosa che non dovresti vedere, perché stai guardando dentro le sue viscere. E’ sventrata, e offre al tuo sguardo il suo immenso stomaco e i suoi sconfinati intestini di roccia lisci e innaturali.
L’altra metà è giù, con tutti i suoi boschi i suoi prati e le sue valli, ci sei appena passato sopra con l’auto per salire in questo disgraziatissimo paese…
Ecco… non si può descrivere oltre un mondo intero aperto a metà, e ancora meno si può descrivere la sensazione che si prova nel vedere quello scempio inimmaginabile sapendo che è il frutto dell’avidità e dell’arroganza di piccoli uomini.
E meno di qualunque altra cosa si può descrivere quello che senti.
Sei in un luogo bellissimo, in mezzo a montagne bellissime.
Sei sotto un cielo bellissimo circondato da panorami bellissimi.
E ti manca l’aria per respirare.

Alessandro Borgogno



Bibliografia 





T. Merlin, Sulla pelle viva - Come si costruisce una catastrofe - Il caso del Vajont,  CIERRE Edizioni – Verona, 1997 (I ed. La Pietra - Milano, 1983)


M. Paolini, Vajont - 9 ottobre 1963 - Orazione civile,  di M. Paolini & Gabriele Vacis in VHS o DVD Elleu Multimedia, 1993


Vajont – la diga del disonore , di E. Martinelli con M. Serrault, D. Auteuil, L. Gullotta, L. Morante, P. Leroy - Italia 2001



Una versione di questo scritto compone un capitolo del mio romanzo “quasi” autobiografico “La valle del Boite” http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/196204/nella-valle-del-boite-2/


Alessandro Borgogno

Vivo e lavoro a Roma, dove sono nato il 5 dicembre del 1965. Il mio percorso formativo è alquanto tortuoso: ho frequentato il liceo artistico e poi la facoltà di scienze biologiche, ho conseguito poi attestati professionali come programmatore e come fotoreporter. Lavoro in un’azienda di informatica e consulenza come Project Manager. Dal padre veneto ho ereditato la riservatezza e la sincerità delle genti dolomitiche e dalla madre lo spirito partigiano della resistenza e la cultura millenaria e il cosmopolitismo della città eterna. Ho molte passioni: l’arte, la natura, i viaggi, la storia, la musica, il cinema, la fotografia, la scrittura. Ho pubblicato molti racconti e alcuni libri, fra i quali “Il Genio e L’Architetto” (dedicato a Bernini e Borromini) e “Mi fai Specie” (dialoghi evoluzionistici su quanto gli uomini avrebbero da imparare dagli animali) con L’Erudita Editrice e Manifesto Libri. Collaboro con diversi blog di viaggi, fotografia e argomenti vari. Le mie foto hanno vinto più di un concorso e sono state pubblicate su testate e network nazionali ed anche esposte al MACRO di Roma. Anche alcuni miei cortometraggi sono stati selezionati e proiettati in festival cinematografici e concorsi. Cerco spesso di mettere tutte queste cose insieme, e magari qualche volta esagero.

Commenti

  1. Ho avuto la grande fortuna di vedere Paolini in teatro, al buoio e di sentire la sua fragorosa voce raccontare di quando l'onda ha travolto tutto... prima l'aria, poi l'umidità farsi acqua, poi l'acqua vera e propria con i detriti. Non fu la prima tragedia, vedi Gleno e Molare, la cui tragedia è molto simile a questa, nonostante la Commissione Gleno avesse espresso il suo parere contrario alla continuazione dei lavori. La diga del Vajont resse bene, la montagna no, cominciò a correre verso l'invaso, per dimostrare la sua forza. E così l'immane tragedia, oltre 2000 vittime, e come nei precedenti casi, nessun colpevole. Il tuo ricordo ci porta in diverse direzioni verso una sola meta, il disatro. Grazie per questo ricordo Alessandro. Rosella

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  2. Quando fecero vedere in tv, parecchi anni fa, il racconto di Paolini, ricordo che eravamo in cucina io, mia mamma, mio papà e mia sorella. Mai avuto voglia di vedere tutti lo stesso programma in tv e qualcuno ha sempre finito con l'addormentarsi, anche guardando quel che preferisce. Capitammo su quel canale per caso ma rimanemmo immediatamente incollati e svegli fino all'ultimo secondo.
    Negli ultimi anni sono passata in zona diverse volte e la cosa che mi ha fatto più impressione è stato, a Longarone, girarmi e vedere quel triangolo di diga incastrato nelle montagne e sapere cosa è stato capace di fare, fin lì, apparenemente troppo lontano per far disastri. Essere su, dietro la diga e guardarenla frana è quasi incredibile ma essere dall'altra parte e vedere quel triangolo ancora lì come era, possente e fiero e con lo sguardo fisso sulla valle, ha reso tutto terribilmente più reale anche nella mia mente.
    E sapere che, in certe situazioni, quello che posso immaginare io e che mi lascia senza fiato non può essere paragonabile a quello che altri hanno vissuto è scovolgente.

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