Un esperimento di nome Nazino, l'isola dei cannibali

La Russia è un Paese transcontinentale con una superficie di 17 098 242 km², che si estende tra Europa ed Asia. E’ il più vasto Stato del mondo. Oltre la metà del suo territorio è disabitata. Confina con molti stati, alcuni dei quali hanno nomi sconosciuti ai più. 
Numerosi sono i territori inospitali che la compongono. Il vento soffia in queste terre coperte di ghiaccio per molti mesi all’anno, rendendo ancora più freddo quello che alcuni definiscono inferno bianco.
Proprio in questi luoghi, nel 1933 ha avuto luogo un interessante “esperimento sociale di sopravvivenza”, così è stato definito dalle autorità sovietiche del tempo. Il governo era guidato da Iosif Vissarionovič Džugašvili, per molti rivoluzionario di professione, per altri “un caso clinico di un sadismo non sessuale” (cit. Erich Fromm). Tutti lo conosciamo come Josif Stalin, padre della rivoluzione bolscevica del 1917.
Dal 1924, dopo una vita avventurosa e ai limiti della legalità, divenne gradualmente dittatore del suo Paese fino al 1953, anno della sua morte.
Josif Stalin, georgiano di origine, era per tutti l’uomo d’acciaio. Guidava il paese con fermezza, avvalendosi di uomini fedeli e preparati, che con la sua guida avrebbero riportato la Russia ai fasti di un tempo.
Tra il 1932 e il 1933 il paese visse un periodo davvero difficile. La nazione intera si trovò ad affrontare una mastodontica carestia, causata da diversi fattori, ma fondamentalmente riconducibile, a mio avviso, a due scelte fatte dal governo di Stalin. Prima causa fu la collettivizzazione forzata, iniziata con una imponente campagna di massa tra 1929 e il 1933. I contadini sovietici ricevevano un certo tipo di dividendo soltanto dopo che erano stati inviati allo Stato i beni che obbligatoriamente dovevano essere prodotti entro le quote stabilite. La collettivizzazione forzata, non è da confondersi con la collettivizzazione volontaria, come quella che ha luogo nei Kibbutz israeliani. La seconda causa fu lo sterminio dei kulaki, antica classe produttrice agricola, proprietaria di numerose terre, considerati nemici dello stato.
Nel 1927 Stalin, in occasione di una crisi agricola, decise di reintrodurre le misure sulla requisizione di cereali tipiche del comunismo di guerra, ed iniziò una dura campagna denigratoria contro i kulaki. Le loro terre, confiscate, entrarono nel meccanismo della collettivizzazione forzata. Vennero unificate in cooperative agricole chiamate Kolchoz o in aziende di stato, chiamate Sovchoz, che avevano l'obbligo di consegnare i prodotti al prezzo fissato dallo stato. L’opposizione di contadini e kulaki non tardò arrivare, ma fu vana: nascosero le derrate alimentari, macellarono il bestiame senza autorizzazione del governo e in alcuni casi scesero in campo con le armi. La repressione dello stato fu spietata, eliminazioni fisiche e deportazioni di massa nei campi di lavoro colpirono milioni di contadini.
In questo clima di generale cambiamento e di grande difficoltà, nel febbraio del 1933, Genrich Grigor'evič Jagoda, capo della polizia segreta sovietica, e Matvei Berman, responsabile dei Gulag, presentarono a Stalin un grandioso progetto di “ricollocazione forzata”, che avrebbe coinvolto circa 2 milioni di persone. I territori prescelti per attuare il favoloso progetto furono Siberia e Kazakistan.
A questo punto i commenti sulla follia del piano e sull’assurdità nella scelta del territorio potrebbero essere innumerevoli. Ma non sta a me giudicare ciò che è ovvio per tutti quelli che leggeranno come si svolsero i fatti. Secondo i due strateghi, deportando un così elevato numero di persone nelle terre individuate, l’Unione Sovietica sarebbe riuscita a mettere in produzione in circa due anni, 1 milione di ettari di terre incolte, dando vita a comunità del tutto autosufficienti. Il numero dei candidati alla deportazione, dopo un’ attenta analisi, fu dimezzato nell’aprile del 1933, ed era costituito da contadini, kulaki, criminali e soggetti urbani socialmente sgraditi provenienti dalla grandi città. Il reclutamento, sarebbe stato favorito dal sistema dei passaporti sovietici, mediante il quale tutti i cittadini di età superiore ai 16 anni dovevano ricevere un passaporto russo, senza possibilità di libera scelta della nazionalità. In realtà questo esperimento era il secondo nel suo genere. Nei tre anni precedenti furono realizzati insediamenti forzati impiegando 2 milioni di kulaki, con una riuscita abbastanza soddisfacente. Ma la situazione interna attuale era differente, la Russia era fortemente indebolita dalla grave carestia e si trovava, in quel momento nell’incapacità di fornire un adeguato supporto logistico all’operazione. Nonostante questo, Stalin diede il via libera al progetto sociale.
Secondo il programma, i predestinati dovevano giungere a destinazione nell’isola di Nazino, una remota zona a nord di Tomsk, nel cuore della Siberia, che più che un’isola era una lunga e stretta lingua di terra, circondata dalla taiga, nel punto di confluenza tra i fiumi Orb e Nazina, coperti dal ghiaccio fino alla fine di maggio.
Il campo di prigionia più grosso era previsto proprio a Tomsk. Aveva la capacità di ospitare 15.000 deportati, ma all’inizio delle operazioni era in ristrutturazione.
In aprile arrivarono i primi ricollocati. Erano circa 25.000, costituiti per lo più da kulaki, contadini e cittadini della Russia meridionale. Nessuna struttura esistente era in grado di accoglierli tutti. Molti fra loro erano ammalati e malnutriti già in partenza. Arrivarono alla stazione di Tomsk su due treni, uno da Leningrado e uno da Mosca, che ci impiegarono 10 giorni per giungere a destinazione. Il viaggio fu tremendo. La razione di cibo giornaliera era costituita da 300 gr. di pane a testa. I più forti, si unirono per rubare ai compagni di viaggio cibo e vestiti. Impreparate all’arrivo di tanti disperati, tra cui molte persone pericolose, le autorità di Tomsk decisero di relegare il fiume umano in un luogo circoscritto e lontano dalle unità abitative. Abbandonati a loro stessi, con sempre meno cibo a disposizione, i deportati cominciarono a lamentare anche la necessità di acqua. I mezzi disponibili erano del tutto insufficienti e così pure il personale di sorveglianza. Per questa si decise di inviare una parte dei prigionieri verso il campo di Alexandro Vakhovskaya, non attrezzato e inadeguato per dare accoglienza a quella massa di disperati.
Il 14 maggio 6.000 coloni, seminudi e senza attrezzature adeguate, furono caricati per il trasferimento su quattro chiatte fluviali, usate in genere per il trasporto legname. Fu loro consegnata una razione giornaliera di 200 gr. di pane a testa. I prescelti erano per lo più criminali, allontanati dal resto del gruppo per alleggerire il clima al campo di raccolta, oppure cittadini indesiderati di Mosca e Leningrado.
A sorvegliare il folto gruppo vi erano due comandanti e 50 guardie inesperte, anche loro inadeguatamente attrezzate per fronteggiare il freddo ancora pungente. A completare il convoglio, un carico da 20 tonnellate di farina, che sarebbe dovuto servire durante i primi giorni per consentire di organizzare le attività e sfamare i deportati. Destinazione: isola di Nazino una striscia di terra lunga 3 chilometri e larga 600 metri nel punto più ampio, un inferno in terra. Il viaggio terminò il 18 maggio. Arrivarono 322 donne, 4556 uomini e 27 cadaveri. Pochi di quelli che sbarcarono lo fecero con le loro gambe, erano troppo deboli.
Il 21 maggio, tre ufficiali medici presenti sul posto, accertarono 70 nuovi decessi e riscontrarono i primi cinque casi di cannibalismo.
Il 22 maggio cominciò la distribuzione delle razioni di farina destinate a sfamare i prigionieri. Scoppiarono le prime risse per accaparrarsi una maggiore quantità di cibo. Intervennero le guardie in maniera sommaria per sedare gli scontri, aprirono il fuoco a caso sulla folla, colpendo nel mucchio impazzito. Il giorno successivo si ritentò la distribuzione, ma ancora una volta scoppiarono risse sedate volta a fucilate. Per evitare ulteriori problemi, i guardiani divisero in squadre da 150 unità tutti i superstiti, con a capo un brigadiere che aveva il compito di prendere in consegna la razione per tutto il suo gruppo, e che spesso si approfittò della propria posizione di privilegio. Non avendo forni per cuocere il pane, i prescelti per questo esperimento sociale si cibarono di farina cruda mescolata con acqua del fiume. Scoppiò un’epidemia di dissenteria che fece nuove vittime.
Il 27 maggio arrivarono altre 1200 persone, ma nessuna derrata aggiuntiva.
I più audaci cercarono di fuggire su zattere preparate in emergenza, che affondarono quasi subito. Molti annegarono, stroncati dalle acque gelide, dalla debolezza e dalle malattie che avevano fiaccato il loro fisico. In pochi riuscirono a sopravvivere, ma vennero comunque considerati morti, in quanto totalmente inabili ad affrontare la traversata della taiga verso il primo centro abitato, Tomsk.
Nel frattempo Stalin aveva ritirato la sua autorizzazione a procedere, ma ormai i selezionati erano già stati trasferiti. Nel mese di giugno vennero accertati altri casi di cannibalismo, furono in totale arrestate 50 persone. I cadaveri venivano accatastai in cumuli tenuti sotto controllo costante per scongiurare altri casi di antropofagia. I sopravvissuti, circa 2800 persone, furono trasferiti in altri insediamenti, sempre lungo il fiume Nazina. Molti morirono durante gli spostamenti a causa del tifo.
In luglio altri 250 superstiti furono trasferiti da Nazino, insieme ad un gruppo di 4200 persone proveniente da Tomsk. Le malattie e le privazioni fecero il resto sull’improvvisata popolazione di Nazino. Dei 7000 circa che giunsero in quella maledetta lingua di terra , 200 scamparono per miracolo alla morte.
Il caso dell’ Isola dei Cannibali, così venne ribattezzata, è rimasto sepolto dal segreto per oltre 50 anni.
I tragici fatti di quei giorni sono stati portati alla luce solo nel 1988, con l’inizio dell’apertura verso l’occidente e l’avvento della Glasnost.
Vorrei riportare qui una testimonianza inserita nel libro scritto da Nicolas Werth, L’isola dei cannibali, in cui si racconta tutta la verità che ci arriva dai documenti messi a disposizione dalle autorità sovietiche:
«Sull'isola c'era una guardia di nome Kostja Venikov, era giovane. Faceva la corte a una bella ragazza, anche lei deportata. La proteggeva. Un giorno dovendosi allontanare, disse a un compagno: "Sorvegliala tu", ma anche quello, con tutta quella gente intorno non riuscì a fare granché... qualcuno la prese e la legò a un pioppo: le tagliarono il petto, i muscoli, tutto quello che si poteva mangiare, tutto, tutto, avevano fame. Bisogna pur mangiare. Quando Kostja tornò la ragazza era ancora viva (...) Cose così erano all'ordine del giorno. Per tutta l'isola si vedeva carne avvolta negli stracci. Carne umana tagliata e appesa agli alberi».
Cosa posso aggiungere? La storia va raccontata tutta, sia quella dei vinti che quella dei vincitori.

Rosella Reali

Bibliografia

Emil Ludwig, Stalin. Saggio biografico, Roma, Vega, 1944. 

Erich Fromm, undicesimo capitolo, in Anatomia della distruttività umana, Milano, 1975.; Fromm definisce Stalin "un caso clinico di un sadismo non sessuale". 

N.Bucharin, E. Preobrazenskij, L'accumulazione socialista, Editori Riuniti, Roma, 1969 

Ivan Dzjuba, L’oppressione delle nazionalità in URSS, Roma, 1971 

Nicolas Werth, L’isola dei cannibali. Siberia, 1933: una storia di orrore all'interno dell'arcipelago gulag, Corbaccio, 2007

Rosella Reali
Sono nata nel marzo del 1971 a Domodossola, attualmente provincia del Verbano-Cusio-Ossola. 
Mi piace viaggiare, adoro la natura e gli animali. 
L'Ossola è il solo posto che posso chiamare casa. 
Mi piace cucinare e leggere gialli. 
Sono solare. Sorrido sempre e guardo il mondo con gli occhi curiosi tipici dei bambini. 
Adoro i vecchi film anni '50 e la bicicletta è parte di me. Non me ne separo mai.
Da grande aprirò un agriturismo dove coltiverò l'orto e alleverò animali. Chi mi aiuterà? 
Ovviamente gli altri viaggiatori. 
Questa avventura con i viaggiatori ignoranti? 
Un viaggio che spero non finisca mai..

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