Le streghe di Nogaredo

Negli anni molti furono i casi di roghi collettivi, in cui il tribunale dell’inquisizione mandava a morire più persone accusate di stregoneria. I secoli bui, videro diversi episodi degni di nota, in cui la cattiveria umana coinvolse, in alcuni casi, anche centinaia di persone.
Si diffuse la psicosi dell’accusa di massa, nessuno era al sicuro, bastava entrare in disaccordo con i vicini o comportarsi in modo inusuale per finire nelle mani degli inquisitori e da lì la salvezza era impossibile. Una caso di cui si è parlato di frequente è quello delle streghe di Nogaredo, ricordate anche in una canzone musicata da Ivano Fossati.  Correva l’anno 1646. Nogaredo era un piccolo paese nell’attuale provincia di Trento. La vita qui scorreva come in molti altri piccoli centri della nostra penisola di quel tempo, tra popolazione affamata e analfabeta, nobili annoiati e cospiratori e la chiesa che cercava, dopo il Concilio di Trento del 1542, di apparire meno dissoluta e più austera. Due donne, in settembre fecero una discussione sulla pubblica piazza. Una di loro, Maria di Nogaredo, accusò l’altra, Menegota, di averle rubato qualcosa, insieme alla figlia, e di essere una strega. Tutta la folla presente udì quelle parole, infamanti, pesanti, una macchia incancellabile. L’accusa poteva cadere nel nulla? Giammai, doveva essere verificata, confutata, comprovata. La donna doveva essere fermata quanto prima e interrogata per fare chiarezza. Il 26 novembre, Paride Madernino, delegato delle cause civili e criminali nelle giurisdizioni di Castelnovo e Castellano, con l’appoggio di Giovanni Ropele, dottore in legge e commissario della giurisdizione di Castellano, decise di rilasciare mandato di cattura verso Menegota, vedova di Tommaso Camelli, e sua figlia Lucia, moglie di Antonio Caveden. L’accusa era chiara: stregoneria. Ma come si arrivò a quel giorno? La prova della loro colpevolezza fu fornita dalla testimonianza di Maria di Nogaredo, detta Mercuria. Ad eseguire il suo arresto, secondo gli atti processuali fu Giuseppe Goriziano, bargello della Curia di Nogaredo, con Giovanni Birlo, bargello di Castelnovo. Arrestate, le due donne furono condotte nelle carceri di Castel Noarna. La deposizione di Mercuria pesava sulla reputazione di madre e figlia come un fardello pesantissimo.  Ci si dovrebbe domandare se la donna fu spontanea nel suo raccontare, se le parole che uscirono dalla sua bocca furono dette in piena libertà, senza condizionamenti esterni. Io un’idea me la sono fatta. Incarcerata ai primi di novembre, Mercuria fu prima rasata col ferro caldo, come si usava fare con le donne accusate di stregoneria e poi interrogata per giorni. Il 3 novembre, davanti agli inquisitori, fu sottoposta al tormento della corda. Non più giovane, terrorizzata e dolorante, la sua lingua si sciolse. Le domande incalzanti dei suoi aguzzini per altro, le suggerirono la via, in sostanza cosa dire. La Menegota era una strega sicuro. Essa stessa le aveva indicato come uccidere il bambino che la marchesa Bevilacqua, nobildonna di Nogaredo, aveva in grembo, per farle un dispetto. Doveva conservare in bocca un’ostia consacrata ricevuta durante la comunione, uscire dalla chiesa e usarla contro la donna in attesa. Le aveva fatto rinunciare al battesimo, ai santi tutti e alla confessione, le aveva segnato una spalla, con il marchio che il demonio usa per riconoscere le sue streghe. Un altro giro di corda, la Mercuria riprese a parlare. Raccontò che lei stessa era divenuta una strega, che aveva “guastato un puttin”. Spiegò con dovizia di particolari i convegni che si tenevano ogni 6 settimane, a casa di una o dell’altra, di come facevano “strierie”, di come il diavolo le ricompensava con cibo, danze e unioni carnali ogni volta che facevano qualcosa di malvagio. Passarono alcuni giorni. Il 15 novembre, nuovamente torturata, la Mercuria parlò di un’altra donna che secondo lei prendeva parte alle malefiche riunioni. Si trattava di una certa Lucia. Era una strega potente? Molto potente, tanto che una notte le due donne si recarono a casa di un certo Cristoforo Sparamani, per vendicarsi di un torto subito. L’uomo era stato “striato”, unto con olio preparato dal demonio e cosparso di polvere di ossa di morto. Nessuno le aveva viste entrare in casa, perché le donne avevano sembianze di gatto, avevano mutato la loro forma umana. Oltre che di Lucia, Mercuria parlò anche di un tale Delaito Cavalieri, che giaceva con loro e con il demonio durante gli incontri nel bosco, in unioni promiscue e innaturali.   Soddisfatti, i suoi aguzzini la lasciarono in pace. Avevano abbastanza materiale per procedere. E così il 26 novembre eseguirono l’arresto. Il giorno dopo, Menegota comparve davanti al giudice. Sapeva cosa l’aspettava, le avevano letto l’accusa, le avevano rasato la testa, come si faceva con le streghe. Cominciarono le domande, incalzanti, che avevano un solo scopo: ottenere altri nomi e una confessione. «Che rapporti hai con la Mercuria?», chiese uno degli inquisitori. «Non la conosco, nulla a che spartir, solo una lite mesi fa in strada, nella piazzola di Nogarè.» Il giudice fece finta di non sentire. Voleva vedere il marchio del demonio. La donna, mostrandosi ingenua rispose: «No, nessun segno, e quando farà bisogno mi spoliarò alla sua presenza, ma non mi travagliate, non son la Morandina…» Chi era costei? Un’altra seguace del demonio? Un‘altra anima corrotta? «…Sebbene non la conosco, si dice però ch’essa sia una malfatora.» Si dice…..
Al giudice non importava che quelle parole potessero essere una calunnia, un modo per sviare l’attenzione, un venticello di quartiere, ciò che contava era portare un'altra strega in carcere per la giusta punizione. Il 29 novembre fu la volta di Lucia, che non vedeva Menegota dal giorno dell’arresto. Le tenevano in celle separate. Anche a lei avevano tagliato i capelli. Lucia era una brava donna sposata, una levatrice e una filatrice di lino. Lavorava per aiutare il marito e la madre rimasta sola. La Mercuria lei se la ricordava bene, per la lite in strada con la Menegota. Il giudice lesse la deposizione a suo carico la avvertì di non mentire, perché tanto la curia aveva materiale sufficiente contro di lei. Il quadro generale della situazione era delineato. Allora, a che scopo tutto questo? Se vi era già la certezza della colpevolezza delle donne incarcerate, perché la tortura? Perché le sofferenze? Quale oscura brama di giustizia soddisfacevano gli inquisitori? Quale dissolutezza celavano dietro il loro agire in nome di Dio?
Anche lei sottoposta alla corda, cominciò a parlare. Le parole usate erano molto simili a quelle pronunciate dalla Mercuria giorni prima contro di lei, troppo simili. Qualche malpensante potrebbe credere che siano state suggerite, che ci sia malafede nelle azioni del giudice o degli incaricati della curia. Lucia fece molti nomi, coinvolse altre donne, sperando clemenza per sé e per la madre, condotta anch’ella in prigione: Menega, moglie di Valentino delli Sandri Gratiadei, con cui girava per fare “strierie” sotto forma di gatto, Morandina di Maran, con cui giaceva con il demonio, Domenga della Villa, capace di “guastar le creature”, Isabella Brentegana e sua figlia Polonia, presenti a tutte le malefatte. Il giudice decise di mettere a confronto le due accusate, voleva che le sue parole fossero confermate, anche se la curia aveva prove sufficienti per poter procedere con altri arresti. Lucia era sofferente, provata. La corda l’aveva segnata profondamente. Entrò nella sua cella la Menegota che in primo momento negò tutto, non voleva soccombere alla tortura. Lucia invece confermò ogni parola, aggiunse un’ulteriore testimonianza a carico della Menega Gratiadei, che sembrava avesse ricevuto un anello “senza preda” in dono dal demonio, in segno di patto. Menegota non poteva che confermare, inutile negare perchè il giudice le aveva detto perché la curia aveva tutte le prove che servivano. Il 2 dicembre, il bargello Giuseppe Goriziano, su indicazione del giudice, arrestò Menega delli Sandri Gratiadei e sequestrò in casa sua, come riportato dagli atti, un vero e proprio arsenale da strega: «…un coltel grande da strion, uno bossolin de legno, varie sorte de herbe, polveri mescolate con diversità de grani, farina d’amito e altre robe ben celate sotto al letto e negli armarii…» Il 4 dicembre la donna fu sottoposta a interrogatorio. Negò tutto, urlando a gran voce che era disposta al confronto con Lucia e Menegota per dimostrare la sua innocenza. Condotte le due donne davanti a lei, Lucia la accusò ancora e disse che le cose trovate in casa erano le stesse usate per striar Cristoforo e per uccidere una donna. Anche Benvenuta, la figlia di Menega era una strega. La donna a questo punto crollò, non poteva più negare, temeva per la vita della giovane. Se aveva agito come strega, lo aveva fatto senza rendersene conto, contro la sua volontà. Era tutto vero, anche il coinvolgimento della figlia alle orge, come amante prediletta del demonio. Le parole che usò nel suo raccontare furono molto simili a quella della Caveden. Forse una coincidenza, forse i fatti si erano davvero svolti così. Il 18 dicembre Lucia, riportata davanti al giudice, fu ancora sottoposta alla corda. Voleva altri nomi, la curia ne aveva bisogno per appagare il proprio senso di giustizia. Ancora un giro di corda, la donna stremata, ricominciò a parlare. Fece il nome di Santo Peterlin, anche lui unitosi al gruppo sotto forma di gatto, e di Maddalena di Antonio Andrei, detta la filosofa. La tortura finì, la donna fu ricondotta in cella, l’inquisitore era soddisfatto. Benvenuta Gratiadei arrivò davanti al giudice il 20 dicembre. Aveva solo 17 anni, ogni tanto aiutava Menegota e Lucia in casa, come domestica. Le lessero la deposizione di Lucia contro di lei, le dissero di dire la verità, altrimenti sarebbe stata sottoposta al rigoroso esame. E poi era inutile mentire, la curia sapeva già tutto quello che doveva sapere. «… Non so di averlo fatto, a meno che io non fossi onta… e che mi avesse parso come un sogno… Il diavolo? Ben è vero che alcune volte un giovane foresto è comparso a casa mia e mi faceva all’amore… fu lui medesimo che mi bollò su una spalla e mi diede l’anello senza preda… Si chiamava Martinello …»
Per accertare la presenza del segno del demonio il giudice ordinò di spogliare la ragazza. Benvenuta fu ben visitata, a lungo, da mani esperte, e sulla spalla sinistra venne rilevato un segno della grandezza di un grano di lenticchia, il segno che tutti stavano cercando, lo stesso che aveva la Mercuria. Nuovamente interrogata, anche la ragazza fece altri nomi: Zenevra Chemola, che aveva fatto «…l’onto per ruinar i buoi dello Scarambera…» e Catterina detta Fitola, anche lei presente a striar Cristoforo. Il 2 gennaio Domenica Gratiadei parlò dei giochi delle strie. Lei e Santo Peterlino, «…caporale delli strioni…», seguivano il diavolo, che si mostrava loro sotto forma di becco, nel posto prescelto e li chiamavano a raccolta a una a una le altre strie. Mangiavano, bevevano, ballavano e tutti a turno si recavano a «…baciare il culo al gran personaggio.» Maddalena la filosofa fu sottoposta ad esame il 10 gennaio. Il giudice lesse le dichiarazioni fatte a suo carico e le chiese, per evitare perdite di tempo, di essere sincera, altrimenti anche lei sarebbe stata sottoposta a tortura. E poi era inutile mentire, la curia sapeva già tutto quello che doveva sapere. Questa volta ad essere accusati furono la Brentegana e Santo Peterlino. Con loro preparava un “onto” fatto con l’eucarestia, il sangue e il grasso di bambini morti e l’acqua santa. Mescolato tutto, si pronunciavano le parole della maledizione che si voleva fare. Dissepolti dal cimitero, i corpicini durante il festino venivano decapitati, privati di braccia, mani, piedi e ginocchi. Questi pezzi venivano cucinati e mangiati mentre col resto si ricavava il grasso nella “sinagogha delle strie”. Pochi giorni dopo Maddalena ritrattò, era pentita di aver messo nei guai altre persone. Il giudice bonariamente la ammonì, invitandola a confermare la verità che aveva pronunciato in precedenza, ma lei continuò a negare. L’uomo fu costretto a sottoporla al rigoroso esame, non aveva altra scelta. La filosofa confermò ogni parola, il dolore la convinse. 
Il 10 febbraio Giuseppe Goriziano, su ordine del giudice, arrestò Catterina Baroni detta Fitola e Zenevra o Junipara Chemola. Il bargello presentò, con voce sicura, l’elenco degli oggetti sequestrati a casa della Fitola: «…bossoli, semenze varie, vasetti, un pitarel de terra verde con drento grasso…» e altre cose. Non vi erano dubbi, erano gli arnesi che le strie usavano per fare malefici. Qualche giorno dopo, il 19 febbraio il giudice lesse le accuse a carico di Catterina Fitola; la invitò a confessare, per non essere costretto a sottoporla al rigoroso esame, perchè sarebbe stata solo una perdita di tempo, la verità si conosceva già. Il giorno seguente si ripeté lo stesso copione. Questa volta fu Zenevra Chemola a confessare, ancora una volta le parole usate erano molto simili a quelle delle sue colleghe strie, ree confesse. Passano alcuni giorni, in carcere alle poverette sembrò un tempo infinito. Il 1° marzo 1647 iniziò il processo a carico di Menegota e Lucia. Pochi giorni dopo venne trovata morta in cella Maddalena la filosofa. Visto che la causa del decesso non poteva essere accertata senza ombra di dubbio, il prete di Villa, don Giovanni Bigliardi, la fece seppellire nella ghiaia, rifiutando la sepoltura ecclesiastica e confermando agli occhi del popolo che quella donna morta per cause misteriose era una strega. Nei giorni seguenti furono chiamate alla sbarra tutte le persone coinvolte, davvero numerose. Da una frase gridata in pubblica piazza ad un processo di massa il passo fu breve. Le accuse contestate erano molto simili fra loro, le parole usate per le confessioni, fatte dopo giorni di torture, sempre le stesse. La curia, fin dall’inizio, sapeva già tutto quello che doveva sapere. Paride Madernino, giudice delegato della giurisdizione di Castellano, emise la sentenza. Giudicò senza tentennamenti che tutti gli accusati «….non hanno timor di Dio e della Santa Romana Chiesa, …che sono stati sedotti dal spirito infernale, di haver rinutiato al Battesimo, di aver permesso la damnatione delle loro anime… di aver risposto alle chiamate del demonio, di aver giaciuto con lui dopo aver ricevuto sul corpo un segno di fedeltà… di aver guastato puttin, onto omini e donne, di aver ruinato buoi…viste le difese e le cose che devonsi vedere, rievocando il nome della Santissima Trinità…», fossero decapitati, i loro corpi bruciati, le loro ceneri messe in giare, da seppellire in terra non consacrata e i loro beni confiscati. Il 14 aprile 1647 la sentenza, emanata il giorno precedente, fu eseguita da Leonardo Oberrdorfer, carnefice di Merano. Si chiuse così un processo basato sul nulla, come moltissimi altri, la maggioranza. 
Mi chiedo frequentemente quante delle accusate e degli accusati di stregoneria avessero commesso realmente qualche crimine. Sotto tortura psicologica e fisica, i malcapitati raccontavano ciò che i frati prima e il giudice poi volevano sentirsi dire. Ignoranza, pregiudizi, gelosie, vendette e crudeltà, questi furono le vere imputazioni di un processo terminato nel sangue perché la curia sapeva già tutto quello che doveva sapere. Oggi tocca a noi ammettere il male di quei secoli, tocca a noi far capire che parole come rogo, strega, magia, non sono da pronunciare con leggerezza. Basta poco per rovinare la reputazione di qualcuno, per segnare il destino di una persona. Per me è un privilegio raccontare la storia delle donne e degli uomini sacrificati sul rogo, sono fortunata ad aver potuto conoscere, leggendo, le loro vicende. Ho potuto comprendere meglio e aprire gli occhi, su ciò che è stato veramente l’operato dell’apparato inquisitorio, della chiesa. Chi doveva rappresentare il bene e la misericordia di Dio, in realtà incarnava il male, la misoginia, il sadismo. Assassini spietati e senza pentimento, giustificavano le loro azioni in nome della salvezza delle anime. Oggi tocca a noi raccontare di quelle donne e di quegli uomini che il tempo ha cancellato.

Rosella Reali


Bibliografia

Sante e Streghe – Marcello Craveri, Universale Economica Feltrinelli, 1981 

Le streghe di Nogaredo – Ettore Paris, Pierluigi Negriolli – Saturnia, 2013


Rosella Reali 
Sono nata nel marzo del 1971 a Domodossola, attualmente provincia del Verbano-Cusio-Ossola. Mi piace viaggiare, adoro la natura e gli animali. L'Ossola è il solo posto che posso chiamare casa. Mi piace cucinare e leggere gialli. Sono solare. Sorrido sempre e guardo il mondo con gli occhi curiosi tipici dei bambini. Adoro i vecchi film anni '50 e la bicicletta è parte di me. Non me ne separo mai.
Da grande aprirò un agriturismo dove coltiverò l'orto e alleverò animali. Chi mi aiuterà? Ovviamente gli altri viaggiatori. Questa avventura con i viaggiatori ignoranti? Un viaggio che spero non finisca mai..


Commenti

  1. Complimenti Rosella, bellissimo scritto.
    Brava.

    RispondiElimina
  2. Grazie, sei un tesoro. Rosella

    RispondiElimina
  3. Grazie Robroy Mayo! Rosella

    RispondiElimina

Posta un commento