Esegesi di Fiume Sand Creek di Fabrizio De Andrè

La canzone, tra le più famose di Fabrizio De André, viene spesso citata da esperti e critici ogni qualvolta venga affrontato il tema degli indiani americani, la loro storia, il loro scontro con la civiltà dei bianchi. Su di essa molto è stato detto e scritto, ma forse non tutto.
"Fiume Sand Creek" è quel magnifico brano ideato da Fabrizio De Andrè, da lui messo in parole e musica con la collaborazione di Massimo Bubola ed inserito nell'album "Fabrizio De André" del 1981, noto anche come "L'indiano" per la copertina dedicata ad un nativo americano a cavallo (un'opera olio su tela datata 1909 dell'artista statunitense Remington dal titolo “The Outlier”). La canzone, tra le più famose del cantautore, viene spesso citata da esperti e critici ogni qualvolta venga affrontato il tema degli indiani americani, la loro storia, il loro scontro con la civiltà dei bianchi. Molto su di essa è stato detto e scritto, ma forse non tutto. Il tragico episodio cui si fa riferimento è notoriamente il brutale massacro avvenuto nell’attuale Stato del Colorado il 28 novembre 1864, nel corso del quale un villaggio di circa 600 Cheyenne meridionali e Arapaho fu attaccato dalle truppe del Col. John Chivington, a dispetto dei vari trattati di pace firmati dai capi tribù locali con il Governo Statunitense. La battaglia si tradusse in una carneficina indiscriminata di donne e bambini (tra le 125 e le 175 vittime), anche perché la maggior parte dei guerrieri era lontana per la caccia al bisonte.
Pur riconoscendo la grande chiarezza e drammaticità con cui il cantautore, direi sapientemente, traduce quel tragico episodio delle guerre indiane in una poesia triste e profonda, vissuta e raccontata con gli occhi di un bambino Cheyenne durante i frenetici momenti dell’attacco al villaggio, mi incuriosiscono alcuni particolari che distanziano il racconto dai fatti realmente accaduti in quel lontano 1864. Mi chiedo perché De Andrè abbia preferito sacrificare importanti elementi oggettivi, ben sapendo che l’artista non avrebbe certo avuto difficoltà ad inserire nella metrica del brano le parole giuste che rispettassero appieno gli accadimenti storici. Mi rispondo che probabilmente invece la sua intenzione era un’altra.
Già la prima strofa mi fa pensare:
Si sono presi il nostro cuore sotto una coperta scura / Sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura / Fu un Generale di vent'anni / Occhi turchini e giacca uguale / Fu un Generale di vent'anni / figlio di un temporale / C'è un dollaro d'argento sul fondo del Sand Creek.”
E’ il preludio dell’attacco, nelle ore che precedono l’alba mentre il villaggio dorme. Ma perché un Generale di vent’anni con gli occhi turchini, se il responsabile dell’eccidio, Chivington appunto, era un esperto Colonnello 43enne, scuro, barbuto e stempiato? E qual è il significato del dollaro d’argento sul fondo del fiume? L’oro forse sarebbe stato più rappresentativo dell’avidità dei bianchi alla conquista dell’Ovest, visto che, peraltro, la Gold-Rush nel Colorado si scatenò proprio in quegli anni, interessando anche la zona del Sand Creek. Frugo nei dettagli. Magari con l’immagine del dollaro l’autore vuole richiamare simbolicamente il trattato di Fort Wise (18 febbraio 1861) nel quale i rappresentanti delle tribù Cheyenne e Arapaho furono costrette ad accettare del denaro dal Commissario agli Affari Indiani Alfred Greenwood, in cambio della rinuncia a quasi due terzi della loro precedente Riserva, restringendo i loro insediamenti nell'area compresa tra i fiumi Arkansas e appunto il Sand Creek. Qualcosa però ancora mi sfugge.
Anche i versi successivi custodiscono segnali che non riesco pienamente a decifrare:
I nostri guerrieri troppo lontani sulla pista del bisonte / E quella musica distante diventò sempre più forte / Chiusi gli occhi per tre volte / Mi ritrovai ancora lì / Chiesi a mio nonno: È solo un sogno? / Mio nonno disse sì / A volte i pesci cantano sul fondo del Sand Creek.”.
L’incredulità ingenua del bambino Cheyenne su quanto accade è commovente, ma quale musica può aver sentito avvicinarsi? Probabilmente lo squillo di tromba dei soldati alla carica? Può darsi, anche se fatico a definire musica un segnale acustico convenzionale e ripetitivo, paragonandolo addirittura ad un canto. Inoltre Chivington in quel frangente non era al comando di truppe regolari ed organizzate, ma di una confusa e disordinata milizia di volontari del Colorado.
Nella terza strofa ritorna prepotentemente l’errore storico:
Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso / Il lampo in un orecchio e nell'altro il paradiso / Le lacrime più piccole / Le lacrime più grosse / Quando l'albero della neve / Fiorì di stelle rosse / Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek.”
La rappresentazione, benché poeticamente edulcorata, è drammatica: il massacro è in atto, il bambino è ferito, piange, la neve si tinge di rosso del sangue innocente sparso durante l’attacco. I cadaveri giacciono sul fondo del fiume. E tuttavia, benché il periodo della battaglia (fine novembre) fosse a ridosso dell’inverno, peraltro molto duro a quelle latitudini, sui vari libri e documenti scritti che reperisco, non trovo cenni al fatto che quel giorno sul Sand Creek avesse nevicato; anzi, ricordo di aver letto che molte donne cercarono rifugio tra le dune di sabbia del torrente in secca, alcuni fuggitivi vi si nascosero per l’intera notte.
E infine appare la struggente ed enigmatica descrizione del disastro perpetrato:
Quando il sole alzò la testa sulle spalle della notte / C'erano solo cani e fumo e tende capovolte / Tirai una freccia in cielo / Per farlo respirare / Tirai una freccia al vento / Per farlo sanguinare / La terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek.”
La musica delle prime strofe, resa incalzante dalle chitarre, dal basso e dalla batteria, lascia il posto ad un ritmo più asciutto, le percussioni richiamano i tamburi indiani mentre un’ocarina sottolinea i rumori ed i cinguettii dell’alba: l’assalto è concluso, il bambino (lo stesso che aveva chiuso gli occhi per tre volte) scaglia ora tre frecce al cielo, al vento e nel fiume. Qual è il motivo del gesto? Perché il numero tre? Una disperata richiesta di aiuto verso la Natura così cara al popolo Cheyenne? L’estremo tentativo di interrompere la tremenda immobilità della tragedia? Mi viene perfino in mente il rito del “rinnovamento” con le 4 frecce della medicina donate dal Grande Spirito a “Sweet Medicine”, primo profeta di quello che fu chiamato il “popolo magnifico” e celate gelosamente dall’apposita società guerriera “i custodi della freccia”. I poteri ancestrali di queste frecce sono enormi, finché esse esistono il popolo non può temere alcun male.
Anche se i significati ancora mi sfuggono, la canzone in sé mi appare grandiosa, non può esserci approssimazione in essa ma deve rispondere invece, in qualche modo, alla volontà precisa del cantautore. Devo approfondire. De André, nel corso di un’intervista rilasciata nel 1992, dichiarò: «I maggiori spunti me li ha dati un libro, Gambe di legno. Memorie di un guerriero Cheyenne.» Provo a leggerlo, per trovare le risposte alle mie perplessità. Il documento è una sorta di intervista a Kum-mok-quiv-vi-ok-ta, Gambe di Legno nella lingua Cheyenne, uno dei rappresentanti più noti del suo popolo, così chiamato per la sua incredibile resistenza fisica. Nato nel 1858 nella regione delle Black Hills, egli partecipò da giovane guerriero alla battaglia di Little Bighorn contro Custer (1876) e fu contattato verso il 1927, ormai anziano, dall’autore del libro Thomas Marquis allo scopo di ricostruire il ricordo di quel famoso evento bellico. Ne è nato invece un racconto vivissimo e dettagliato che comincia con l’epopea dei Cheyenne che abitavano la zona del fiume Powder (tra l’odierno Wyoming e Montana) e degli Indiani delle Pianure in genere, prima di venire rinchiusi nelle Riserve (il periodo narrato è compreso tra il 1855 ed il 1877 circa) concludendosi con la triste transizione forzata –avvenuta proprio dopo la disfatta del 7° Cavalleria - verso il mondo dei bianchi, con le deportazioni di massa fino alla completa rinuncia delle tradizioni dei Padri (1). Rimango esterrefatto: in nessuna pagina del libro trovo tracce o riferimenti al massacro del Sand Creek, avvenuto peraltro in una zona diversa da quella in cui visse Gambe di legno. Com’è possibile? Come ha fatto De André a prendere “i maggiori spunti” per la sua canzone laddove non ve ne sia traccia?
La figura di Custer e di quella battaglia sul Little Bighorn (2), d’altra parte, aleggia su gran parte delle pagine che leggo, occupa tutta la parte centrale del libro, come un ideale spartiacque tra il mondo precedente, quello libero dei nativi e quello successivo, ormai assoggettato al volere dei bianchi. Dopo Little Bighorn infatti tutto cambia: la vendetta del Governo diventa spietata, l’Esercito riversa intere guarnigioni di soldati in tutta l’area e accelera una volta per tutte quel processo di annientamento degli indiani ostili e di ricondizionamento culturale dei sopravvissuti, piegati al nuovo modello di vita.
Ci penso bene e ad un tratto la risposta mi si presenta, riunisco i tasselli e arrivo alla mia personale interpretazione del messaggio del cantautore, che riconosco già dalla prima frase della canzone: “si son presi il nostro cuore” non può essere altro che il grido di dolore di un Popolo, per il quale il Sand Creek è solo l’esempio più famoso. Il cuore, simbolicamente sede dei sentimenti più veri dell’uomo e delle sue emozioni più profonde, ciò che lo identifica rappresentando la sua parte più intima e segreta, viene portato via agli Indiani d’America, strappato con violenza e sostituito con qualcosa di diverso, di estraneo. Mi torna in mente la copertina del disco: “the Outlier”, che in inglese indica colui che si trova lontano, staccato dal proprio corpo e dal sistema principale. Ciò che davvero De Andrè descrive e racchiude in quel brano è l’annientamento del Popolo delle Pianure, identitario prima ancora di fisico, concluso e perfezionato dopo Little Bighorn, ove l’eroe della frontiera, quel George Armstrong Custer così amato dall’opinione pubblica americana, immolandosi con i propri uomini diventa simbolicamente il protagonista involontario della fine di un’epoca libera e selvaggia, colui che suo malgrado spiana la strada alla civiltà. E’ lui il “Generale di 20 anni”, nato nel 1839 biondo e occhi azzurri, che nella guerra di secessione acquisì il grado temporaneo di Generale –brevet- idealmente riconosciuto anche dopo la fine della Civil War, pur avendo egli riassunto ufficialmente il grado di Tenente Colonnello.
Su queste basi rileggo parola per parola, ripercorrendo le pieghe della Storia: negli anni immediatamente successivi alla battaglia del Sand Creek (1864), dalla quale riuscì miracolosamente a salvarsi il Capo Cheyenne Black Kettle, le tribù delle pianure si rivoltarono in maniera cruenta contro gli insediamenti dei coloni. (3) Nell’estate del 1868, in particolare, la situazione divenne insostenibile per le innumerevoli incursioni di bande Cheyenne, Arapaho, Kiowa, Comanches, Sioux e Pawnee che insanguinavano ogni giorno i territori compresi tra la parte occidentale del Kansas, il sud-est del Colorado ed il nord-ovest del Texas. In quell’anno tremendo il Ministero della Guerra decretò l’imprescindibile esigenza di ricorrere a nuove e più efficaci misure militari per proteggere gli insediamenti di frontiera ed il Generale Sheridan, allora Comandante del Dipartimento del Missouri, pianificò una “campagna invernale” che avrebbe dovuto coinvolgere anche i Cheyenne di Black Kettle, accusato di appoggiare le bande di giovani guerrieri che costituivano da tempo una spina nel fianco per l’Esercito. La “punta di diamante” della rappresaglia fu affidata al 7° Reggimento Cavalleria dell’allora 29enne “Generale” George Armstrong Custer.
All’alba del 27 novembre 1868 Custer attaccò il villaggio Cheyenne sulle rive del fiume Washita: come era avvenuto esattamente 4 anni prima per Chivington sul Sand Creek, gli ordini erano di irrompere nel villaggio ancora nel sonno. Sulla zona, questa volta, si era appena abbattuta una tempesta di neve, la nebbia era calata nel campo alle prime luci del giorno, le truppe a cavallo sbucarono all’improvviso e in maniera irreale galopparono silenziosamente con il rumore degli zoccoli ovattato dalla coltre bianca, solo il tintinnio scintillante dei finimenti di metallo e, sul sottofondo, le note di “Garryowen”. Il brano musicale gaelico del ‘700 (già inno di battaglia dell’87° Btg. Fucilieri Reali Irlandesi) venne infatti adottato da Custer e suonato dalla formazione bandistica del 7° Cavalleria durante l'assalto del Washita: “quella musica distante diventò sempre più forte”. La Cavalleria sfondò subito le linee del primo accampamento di Cheyenne spazzando via chiunque gli si rivoltasse contro: adulti, ragazzini, persino le donne che disperatamente tentavano di difendere la vita dei figlioletti. Black Kettle era di nuovo impotente di fronte al massacro della sua gente, vedeva ripetersi la medesima situazione del Sand Creek, ancora una volta, come in un incubo che ritornava. Tentò nuovamente di fuggire a cavallo con la moglie venendo però falciato dalla fucileria dei soldati. All’alba del giorno dopo, 28 novembre (ironia della sorte nel quarto anniversario della strage del Sand Creek) il villaggio di Black Kettle sul fiume Washita non esisteva più, oltre cento cadaveri in gran parte donne e bambini, erano sparsi sulla neve divenuta rossa per il sangue. Anche circa 800 cavalli indiani furono abbattuti quel giorno sul posto in un’orgia di dolore e morte (Quando l'albero della neve fiorì di stelle rosse). E Ancora una volta un fiume si tingeva del sangue di innocenti. Lo stesso villaggio di 4 anni prima, attaccato nuovamente all’alba. E’ il Sand Creek che ritorna, incessante, sistematico.
(4) Montana 23 gennaio 1870, 6 anni dopo il Sand Creek e poco più di un anno dopo il Washita: ora tocca ad altri Indiani delle Pianure, i Blackfeet; le rive sono quelle del fiume Marias e nel villaggio si trovano solo vecchi, malati, donne e bambini perché anche in questo caso i guerrieri sono “lontani sulla pista del bisonte”. La neve è copiosa, la temperatura proibitiva sfiora i 40 gradi sotto lo zero. Questa volta l’Esercito ha l’incarico di perseguire una banda di pellerossa ostili responsabili dell’omicidio di un mercante di Helena. Al comando di 380 uomini c’è il Ten. Col. Eugene Baker, 32enne alcoolizzato: quella mattina sbaglia tutto, assalta un “campo di malattia” di nativi, pacifici e sotto la protezione della locale Agenzia Indiana. Sempre all’alba, per circa un’ora, i soldati mezzi ubriachi scaricano i loro fucili Springfield e Sharp sulle tende crivellandole di colpi, senza subire alcun fuoco di ritorno. Il capo Heavy Runner, come già Black Kettle sul Sand Creek e sul Washita, confida nella parola dell’uomo bianco e mentre muore per mano dei soldati stringe nel pugno un salvacondotto datogli dal Sovrintendente agli Affari Indiani per il Montana, Gen. Alfred Sully, in segno di amicizia. L’intensa sparatoria spezza diversi pali che reggono le tende facendole crollare sui focolari accesi all’interno, incendiandole e bruciando vive le persone intrappolate sotto le pelli. Dopo un’ora Baker ordina alla cavalleria di irrompere nel villaggio per finire l’opera a colpi di sciabola e con i revolver. Verso le ore 11.00 lo scempio si conclude ed i prigionieri vengono accalcati al centro del villaggio, i fanti passano tra le tende giustiziando i feriti agonizzanti. Baker, quando viene informato che nel campo c’è il vaiolo, ordina di bruciare tutto e di abbandonare i 140 sopravvissuti nel gelo e nella neve, senza coperte e senza provviste. Quella mattina muoiono oltre 200 tra vecchi donne e bambini. Un altro centinaio perisce di stenti e di freddo nei giorni successivi. Le testimonianze raccolte anni più tardi – se confrontate con le parole della canzone di De André – mettono i brividi:
1913, 43 anni dopo i fatti “Buffalo Trail Woman”, donna sopravvissuta al massacro, in una dichiarazione sotto giuramento ad una Commissione d’indagine Blackfoot: “avevo 22 anni, mi svegliai e mi accorsi del fuoco attorno a me. Come in un sogno vidi un lampo, fui colpita al dorso e all’orecchio sinistro … corsi fuori insieme ad un’altra donna della tribù “Gros Ventre” per cercare la mia bambina e scoprii che era stata uccisa … uno scout vedendomi urlare mi disse di scappare … da lontano, mentre fuggivo nella neve, vedevo il fumo, le tende capovolte e incendiate”;
1932, 62 anni dopo i fatti “Spear Woman”, figlia del Capo Heavy Runner, in un’intervista al “Billings Gazette”:“ero una bambina, qualcuno avvisò mio padre dell’arrivo di molti soldati … lui disse a tutti che non c’era nulla da temere …scappai in una tenda e mi nascosi dietro al giaciglio di mio nonno malato  ... sentivo gli spari, le urla, i pianti fino a quando il rumore cessò … all’esterno tutto era immobile, solo odore di fumo. Urlai forte …
La battaglia di Little Bighorn fu l’ultimo illusorio sussulto del Popolo delle Pianure. Con la disfatta di Custer e del 7° Cavalleria tutto accelerò, gli Stati Uniti decisero di mettere la parola fine alle guerre indiane: in pochi mesi venne domata la resistenza di Cavallo Pazzo e negli anni successivi si intensificarono le deportazioni nelle Riserve, nel giro di 15 anni ogni indiano fu costretto ad abbandonare la caccia ed il nomadismo, accettando di condurre – spesso in povertà - una vita stanziale, sul modello europeo.
Il quadro che mi appare è agghiacciante ma convincente, mi restano solo due domande: perché il dollaro d’argento? Perché le tre frecce?
Forse non tutti sanno che la scoperta di vene aurifere nel 1874 nel territorio delle Black Hills, dopo la spedizione esplorativa di Custer (sempre lui), oltre a preparare il terreno per la rivolta indiana, la morte del condottiero e la decisiva sconfitta del Popolo delle Pianure, ebbe anche la conseguenza di far deprezzare in tutti gli Stati Uniti il mercato dell’argento, che da oltre un decennio (grazie alle numerose miniere, sorte specialmente nel Nevada) era molto commercializzato in tutto l’Ovest. Per tale motivo, al fine di risollevare la circolazione interna del prezioso metallo, il Congresso emanò il Bland-Allison Act, che autorizzava il Dipartimento del Tesoro ad acquistare ingenti quantità di argento dai privati, per un valore mensile che oscillava tra i 2 ed i 4 milioni di dollari, con il conio di un nuovo dollaro d’argento: il cosiddetto “Dollaro Morgan” emesso il 28 febbraio 1878 (Custer e Cavallo Pazzo erano stati uccisi da pochi mesi (5)) così chiamato dal nome di colui che ne ideò il disegno. Il signor Morgan nel progetto intese probabilmente richiamare la situazione politica in cui versava il Paese in quegli anni, poiché fece incidere il simbolo della Democrazia Americana “la Dea diademata della libertà” contornata dal motto latino “E Pluribus Unum” (da molti, uno soltanto). Sull’altra faccia della moneta, sotto la sovrastante scritta “In God we trust” egli scelse di raffigurare, all’interno di una corona di alloro simbolo di Vittoria, l’immagine di un’aquila con le ali spiegate. Il rapace tiene in una zampa un ramoscello di ulivo, come segno di Pace, mentre con l’altra zampa schiaccia e stringe tra gli artigli tre frecce. “La terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek”. Là, dove i bambini sono stati uccisi e dove De Andrè ha idealmente collocato un dollaro d’argento.


Sergio Amendolia

Approfondimenti:

Bibliografia:
Gambe di legno – Memorie di un guerriero Cheyenne – Res Gestae

SERGIO AMENDOLIA
Nato 55 anni fa a Genova, sposato con 2 figli, 2 gatti e un cane, ho sempre guardato con stupore l'orizzonte e tutto ciò che quella linea rappresenta e contiene, convinto che dove il cielo finisce si celano sempre spazi e tempi lontani, spesso inesplorati o conosciuti poco e male. Forse per questo mi attira l'impostazione di questo blog ed i veli della Storia che gli articolisti provano spesso a sollevare, perché conoscere è importante e aiuta a capire ciò che siamo e come lo siamo diventati. Oltre alla nostra bella Italia ed alla sua impareggiabile ricchezza di arte e storia, mi affascinano molto gli scenari mozzafiato dell'Ovest Americano. In questi ultimi anni ne ho percorsi alcuni, ancora una volta cercando di varcare orizzonti i cui contorni sfuggono in continuazione, dimensioni che ho provato a malapena ad intuire nei volti dei nativi che ancora oggi si incontrano nelle riserve: a volte duri, scolpiti e aridi come i monoliti di arenaria rossa, probabilmente gli unici in grado di metabolizzare la sensazione di infinito che pervade quelle terre lontane. Per questo mi piace, quando il tempo libero me lo permette, collaborare con riviste e pagine web, tentando di approfondire le vicende che hanno caratterizzato la storia di quei popoli d'oltreoceano, in particolare l'epopea del West, con un occhio particolare agli uomini e alle donne che la vissero davvero, fuori dai luoghi comuni e dai grandi miti costruiti da Hollywood.

Commenti

  1. come viene ricostruito nell'articoli di cui http://www.viadelcampo.com/A376-Sabatini.pdf
    il brano affianca il popolo della Sardegna ai nativi americani.....

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