Asha, lapidata per adulterio a tredici anni

Sapere cosa accade nel mondo è una possibilità che abbiamo grazie ai mezzi di comunicazione. Guerre, uragani, terremoti e proteste di piazza, arrivano nelle nostre case tramite i telegiornali e i giornali.
Nelle edicole meglio fornite possiamo leggere anche i quotidiani che vengono da altre nazioni europee, mantenendo un filo diretto con il mondo che ci circonda. Esiste però tutta una serie di notizie che non ci arrivano, che non sono trasmesse o raccontate, di cui nessuno parla perché poco interessano o forse rischierebbero di scuotere le nostre coscienze assopite.
Il web ci aiuta a colmare alcune di queste lacune di informazione. Lo ritengo un mezzo che, se usato con intelligenza, di cui ormai pochi danno sfoggio, può davvero farti conoscere realtà molto differenti da quelle che viviamo come  piccole creature di provincia.
Navigando in rete ho trovato una notizia che mi ha catturata. Pochi trafiletti per raccontare una vicenda dai risvolti inaspettati.
Asha Ibrahim Dhuhulow è la donna protagonista di questa storia. La notizia riporta che è stata giustiziata mediante lapidazione, in seguito all’accusa di adulterio, all’età di 23 anni, in pubblica piazza in Somalia, a Chisimaio.  In realtà, cercando altre informazioni, anche su quotidiani stranieri, scopro che Asha aveva  solo 13 anni. Non era una donna, non era un’adultera,  ma solo una bambina terrorizzata.
Cosa è avvenuto? Come può una essere stata processata  e giustiziata come un’adulta?
Purtroppo, in alcuni paesi, come Nigeria, Arabia Saudita, Sudan, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Afghanistan e Yemen, la lapidazione, antica forma di pena di morte, è tuttora vigente .
Rajm è la parola che in arabo significa lapidare e che fa riferimento alla pena prevista nel diritto islamico per il reato di zina, cioè  di relazione sessuale illecita. Alcuni pensatori islamici moderni  non sono d’accordo con l’applicazione della lapidazione in caso di adulterio, poiché i testi religiosi non fanno alcun riferimento  all’applicazione della suddetta pena, per nessun tipo di reato. Reintrodotta negli ultimi anni in alcuni stati, la lapidazione è comminata ad entrambi gli adulteri, rei confessi o colti durante l’atto sessuale da più testimoni, almeno quattro. Il condannato se uomo, è sepolto vivo fino alla vita, avvolto in un sudario, col volto coperto da un velo, e poi preso a sassate. Se siamo in presenza di una donna, il rito cambia solo in una cosa, la condannata è sepolta fino al petto. L’esecuzione avviene alla presenza e con la partecipazione di tutta la comunità, compresi gli accusatori.
Di lapidazione si parla anche nel Vecchio Testamento. La pena era applicata  in casi ben specifici: esercizio del culto di altre divinità, incitamento all’idolatria, sacrificio di bambini a Moloch, predicazione del culto di un altro dio, bestemmia, infrazione del sabato, omicidio, divinazione spiritistica, adulterio, mancanza di rispetto verso i genitori. I testimoni al fatto dovevano scagliare la prima pietra, in modo da sancire la loro condanna . Nel Nuovo Testamento, vangelo di Giovanni (8:7-11), si legge, secondo quanto riportato, il pensiero contrario di Gesù, in merito a questa pratica: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei…. Essi, udito ciò, e accusati dalla loro coscienza, uscirono a uno a uno, cominciando dai più vecchi fino agli ultimi; e Gesù fu lasciato solo con la donna che stava là in mezzo… ».
Fondamentale per l’applicazione della pena è la determinazione del reato, possibile solo in seguito ad un processo equo. A tal proposito vorrei riportare , perché si possa parlare di zina, due punti molto importanti, determinati dalla legge islamica: l'accusato dev'essere adulto e deve aver commesso l'atto di propria spontanea volontà.
Asha Ibrahim Dhuhulow muore nel 2008. Nata nel 1995, Asha ha sei fratelli e sei sorelle. La sua famiglia si trasferisce per un po’ di tempo nel campo profughi di Hagardeer, nel Kenya meridionale, per sfuggire ai disordini interni scoppiati in Somalia fra clan diversi.
Soffre di epilessia e per questo motivo i suoi genitori decidono di mandarla a Mogadiscio dalla nonna con la prospettiva che li avrebbe ricevuto migliori cure. Durante il tragitto per arrivare, in circostanze poco chiare, che nessuno ha voluto o potuto approfondire, Asha viene avvicinata da tre uomini delle milizie fondamentaliste, appartenenti ad alcune famiglie locali molto potenti. Condotta lungo la spiaggia, in un luogo isolato, viene derubata di pochi spiccioli, picchiata e violentata. La piccola racconta tutto ai genitori che le consigliano di andare alla polizia e di raccontare tutto per ottenere giustizia.  Da questo momento la vicenda prende una piega del tutto inaspettata.
Nessun medico la visita, nessun avvocato la assiste o parla con lei. Asha è sola con la sua ingenuità.
Convinta dai parenti degli stupratori, non si sa in che modo, forse dietro promessa di un risarcimento, a ritirare le accuse di fronte alla corte islamica, Asha da vittima diventa accusata. Nel frattempo una delle famiglie degli stupratori la denuncia per estorsione, raccontando che in realtà la piccola aveva attirato gli uomini volontariamente in un luogo isolato, per poi estorcere loro del denaro. Asha è ritenuta colpevole secondo la sharia di aver fatto sesso consenziente con uomini sposati. Condotta in carcere, è condannata a morte per lapidazione.
I parenti accorrono in sua difesa ma ormai è troppo tardi. Sulla piazza, il giorno dell’ esecuzione, accorrono molte persone, pronte a scagliare le pietre perché giustizia sia fatta, perché quella donna sepolta viva in terra, con le braccia bloccate è una prostituta, così qualcuno ha detto, e merita la morte. Accorrono anche i suoi stupratori, pronti a lapidarla per mettere a tacere tutta la vicenda.
I parenti di Asha si oppongono alla polizia, tentano di portarla in salvo. Scoppia un tafferuglio, parte un colpo dalle mani armate degli uomini di legge e un bambino cade a terra morto.
Nessuno può più nulla per lei. L’esecuzione non si ferma.
Avvolta in un sudario, col capo coperto, Asha urla, piange e invoca pietà. La seppelliscono in terra, fino al collo. La folla non sa che Asha ha 13 anni. Il velo che copre il suo volto si tinge di rosso, si sporca di terra e di lacrime. Tre volte la tirano fuori dalla buca per accertare la sua morte. Tre volte la riseppelliscono.
Così muore Asha Ibrahim Dhuhulow. Della sua vicenda si occuperà il Progetto di difesa dei diritti umani in Oriente e nel Corno d'Africa, EHAHRDP, perché fatti così gravi non si debbano più ripetere.
Nessuno merita di morire in questo modo, nemmeno la peggiore delle donne.
Asha è una delle tante bambine violate, una delle tante vittime senza giustizia.
Forse resterà solo un caso, un numero, di cui  pochi si occuperanno e che presto dimenticheremo.
Per me resterà una pagina di orrore trovata per caso nel web, che non potrò mai più dimenticare.

Rosella Reali


Bibliografia

Corriere della Sera, Esteri – 28 ottobre 2008 - Somalia: lapidata adultera, un parente la aiuta e nel conflitto a fuoco muore bimbo

La Repubblica - 04 novembre 2008 - Somalia, lapidata in piazza la folla si ribella, ucciso un bimbo

La Repubblica - 04 novembre - Somalia: Unicef, tradita da autorità la tredicenne lapidata

El Paìs – 01 novembre 2008 - Asha: adolescente, violada y lapidada

Rosella Reali 
Sono nata nel marzo del 1971 a Domodossola, attualmente provincia del Verbano-Cusio-Ossola.  Mi piace viaggiare, adoro la natura e gli animali.  L'Ossola è il solo posto che posso chiamare casa.  Mi piace cucinare e leggere gialli.  Sono solare. Sorrido sempre e guardo il mondo con gli occhi curiosi tipici dei bambini.  Adoro i vecchi film anni '50 e la bicicletta è parte di me. Non me ne separo mai. Da grande aprirò un agriturismo dove coltiverò l'orto e alleverò animali. Chi mi aiuterà? 
Ovviamente gli altri viaggiatori. 
Questa avventura con i viaggiatori ignoranti? 
Un viaggio che spero non finisca mai..



Commenti

  1. Mah! 13 anni, 23, 50, non fa alcuna differenza.
    Purtroppo in nome della "religione" si sono commessi, si commettono, e si commetteranno delitti orribili. Non ho ormai più parole per fatti come questi. Sono esaurite, insieme alla speranza che "fatti così gravi non si debbano più ripetere" Si ripeteranno. L'essere umano è capace di cose che nessun animale potrebbe mai compiere. Quando sento che un essere umano che ha commesso violenza viene definito "animale" non capisco. Le parole vengono usate spesso in maniera non appropriata. Chissà perché. Come diceva Gaber, anche a me "mi fa male il mondo". Un saluto. Celeste

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