Il disastro della diga del Gleno

Lo sfruttamento idroelettrico in Italia delle valli alpine è indubbio e tutt’ora sotto gli occhi di tutti. Sono moltissime le opere che hanno cambiato il nostro paesaggio, cancellando paesi, creando laghi, abbattendo montagne. La dove l’uomo è intervenuto, modificando la morfologia del territorio, a volte si sono verificati eventi molto gravi, come la tragedia del Vajont, che tutti ricordiamo sia per l’entità dei danni, sia per il numero di morti.  Ma in Italia quello non è il primo disastro legato allo sviluppo e alla messa in opera di un invaso artificiale. Vorrei ricordare qui la tragica storia della diga del Gleno. La valle di Scalve è una valle laterale occidentale della più rinomata Valle Camonica. Situata nella parte nord-orientale della Provincia di Bergamo, confina a nord con la Provincia di Sondrio e a nord-ovest con quella di Brescia. 
La diga di cui vi vorrei raccontare è stata costruita per sfruttare le acque dei torrenti che qui scorrono impetuose. Fra questi il Gleno, che nasce dal passo di Belviso, alle pendici del monte Gleno, nelle Alpi Orobie.
Dopo 8 Km di corsa fra le montagne, il Gleno confluisce nel torrente Dezzo, formando la Valle di Scalve. Poco sotto la frazione di Bueggio, il torrente prende il nome di Povo.
E’ il 1907. L’Ing. Tosana di Brescia richiede una concessione di sfruttamento idroelettrico proprio relativamente al torrente Povo. 
La richiesta viene accordata. Per vari motivi, qualche tempo dopo, la concessione passa nelle mani dell’Ing. Gmur di Bergamo, il quale realizza un progetto grandioso per il suo tempo, che prevede la costruzione di una diga a gravità, con uno spessore variabile, in grado di opporre una resistenza sufficiente al peso dell’acqua che si intende contenere.
Per la costruzione della diga si utilizzano calce di produzione locale, pietrame e ghiaia prese direttamente in zona, come si è soliti fare in quell’epoca, permettendo così un abbattimento dei costi e maggiore facilità nel trasporto del materiale.
L’inizio del primo conflitto mondiale causa uno stop nel lavori. 
La concessione è nuovamente ceduta, questa volta alla ditta Galeazzo Viganò di Triuggio, nell’attuale provincia di Monza-Brianza. 
Nel 1917, quasi a guerra finita, il Ministero del Lavori Pubblici decide di aumentare la capienza dell’invaso, per permettere di coprire sia il fabbisogno locale che di vendere l’energia eccedente; porta a 3.900.000 m³ la capacità di invaso in località Pian del Gleno, stabilendo lo sfruttamento anche di altri torrenti limitrofi.
La ditta Viganò riprende i lavori dopo pochi mesi, senza attendere l’approvazione dell’autorità competente. Nel 1919, dopo una serie di proroghe, viene presentato un progetto esecutivo, firmato dall’Ingegner Gmur per la costruzione di una diga a gravità, come previsto in origine.
Nel 1920 cominciano i primi problemi, qualcosa non quadra. Una lettera anonima segnala alla Prefettura di Bergamo l’uso di materiale inadeguato per la costruzione dello sbarramento: si parla di calcina al posto di cemento. Se così fosse, la situazione sarebbe davvero grave e pericolosa. 
Vengono prelevati dei campioni dal cantiere, che però non sono mai stati analizzati. Come mai? I lavori vanno avanti. 
Nello stesso anno l’Ing. Gmur muore. La ditta Viganò assume al suo posto l'Ing. Santangelo di Palermo. I lavori proseguono ancora. 
Finalmente nel 1921 c’è l’approvazione definitiva del progetto esecutivo, 3 anni dopo l’inizio dei lavori, che non si sono mai fermati.
Nel frattempo, la realizzazione delle arcate viene appaltata alla Ditta Vita & C.
Agosto 1921: l'Ing. Lombardo del Genio Civile arriva per un sopralluogo nel cantiere. 
Si trova di fronte ad un progetto completamente diverso. In corso d’opera si decide di passare alla realizzazione di una diga ad archi multipli, che avrebbe scaricato sulle rocce di fondazione la spinta del lago che si sarebbe andato a creare. 
Nessuno è stato avvertito della decisione, la variante non è stata mai presentata per l’approvazione. Dal suo rapporto si rilevava che stanno per essere costruite le basi delle arcate, che avrebbero poggiato non sulla roccia ma sul tampone a gravità: una sorta di castello di sabbia. 
Per tacitare le proteste della popolazione, preoccupata per quanto stava avvenendo, per le voci che circolavano in merito ad irregolarità nella costruzione e per la perdita di numerosi pascoli, vengono reclutate per i lavori circa 300 persone del posto fra uomini, donne e bambini
Il rapporto negativo dell’Ing. Lombardo causa la diffida nella prosecuzione dei lavori, con la richiesta di presentazione di un adeguato progetto entro il minor tempo possibile. Nonostante questo, il lavori non si fermano. 
Seguono altri sopralluoghi, altri rapporti negativi, ma la situazione resta immutata.
Ottobre 1923: le violente precipitazioni causano il riempimento dell’invaso. 
Immediatamente si verificano problemi negli scaricatori superficiali e allarmanti perdite d'acqua alla base delle arcate sovrastanti il tampone a gravità. Nessuno interviene, anzi le perdite sono sfruttate per la produzione di energia elettrica. La diga ormai è ultimata, quasi funzionante, mancano solo alcune opere edili.
Il cattivo tempo continua incessante fino alla seconda metà di novembre.
1 dicembre 1923: il guardiano della diga, Sig. Morzenti, segnala un “moto sussultorio violento", in seguito al quale cadono sassi dalle pendici della montagna e si apre una spaccatura in uno dei piloni. Il guardiano riesce appena a fuggire dopo aver dato l’allarme. Ma è troppo tardi. Ore 7.15: crollano 10 arcate della diga. Una enorme massa d’acqua, circa 6.000.000 m³, si riversa verso valle. 
Bueggio è il primo centro ad essere colpito, dopo pochi istanti. Due centrali elettriche vengono rase al suolo insieme a due chiese, al cimitero, a un antico ponte, alla fonderia di ghisa, che sommersa dall’acqua dà vita ad un infernale spettacolo di fiamme e vapore. 
Nei pressi di Angolo si formano, a causa della presenza di profonde gole, delle costruzioni temporanee di detriti, spazzate dopo poco dal passaggio di altra acqua, che crea ondate ancora più distruttive. 
A Mazzunno viene rasa al suolo un'altra centrale elettrica. 
L’onda prosegue la sua folle corsa verso quella che oggi è Boario Terme. 
Le Ferriere di Voltri sono gravemente danneggiate. 
L’energia della massa devastante va via via affievolendosi, fino a raggiungere il Lago d’Iseo, 40 km più a valle, causando comunque ancora morte e distruzione. Lo scenario che si presenta ai soccorritori è agghiacciante. Nell’acqua scura e carica di detriti sono recuperati circa 50 corpi senza vita. 
Le vittime ufficiali sono 360.
Due mesi dopo il crollo si apre il processo contro i responsabili.
A finire sul banco degli imputati sono Virgilio Viganò, come responsabile dell’impresa costruttrice, e l’Ing. Giovan Battista Santangelo.
I carotaggi effettuati sui resti della diga dopo il disastro evidenziano che in alcuni casi sono stati gettati direttamente sacchi di cemento nei piloni, per velocizzare i tempi di riempimento. Inoltre le ultime fasi di lavoro si sono svolte direttamente sulle barche, ciò a dimostrazione che il riempimento è stato fatto contemporaneamente all’ultimazione dei lavori
Il 4 luglio 1927 il Tribunale di Bergamo condanna gli imputati a 3 anni e 4 mesi di reclusione, pena poi ridotta a soli 2 anni, più 7.500 Lire di multa. 
La maggioranza dei sinistrati è economicamente tacitata prima della conclusione del procedimento.
Il Cav. Viganò muore nel 1928 "vinto da cinque anni di indicibili amarezze".
Nel dibattimento sono numerosi gli elementi contestati, fra cui la cattiva qualità dei materiali, l’inadeguata assistenza tecnica, l’utilizzo per le armature di materiale bellico di recupero, per lo più arrugginito, e di reti di protezione usate per le bombe a mano. In sostanza la ditta avrebbe lucrato sulla forniture, arrivando a risparmiare anche sulle maestranze impiegate, ritenute sottopagate e mal preparate.
La difesa, porta avanti la tesi del sabotaggio, ipotesi suffragata dalla sparizione nel cantiere di 75 kg di dinamite, giusto due giorni prima del crollo, e dalla testimonianza di un detenuto che avrebbe raccontato di aver condiviso la cella con malfattori intenzionati a danneggiare le dighe alpine.
Queste argomentazioni non trovano alcun riscontro. Per un po’ si parla anche di disastro sismico, ma anche in questo caso nessuna prova ad avvalorare la tesi della calamità.
L’analisi di quanto accaduto, la condotta delle parti coinvolte, autorità comprese, che non hanno saputo intervenire in difesa della popolazione inerme, porta in una sola direzione: verso il disastro. 
A differenza di altre dighe, qui non si è mai arrivati la collaudo. Non c’è stato il tempo.
Per smorzare le polemiche e tenere a freno l’opinione pubblica, il governo fascista decide di bloccare la costruzione di nuove dighe per qualche anno, avviando allo stesso tempo una campagna di verifica su tutti gli impianti esistenti ed attivi.
Il disastro del Gleno e i suoi 360 morti passano alla storia come un caso “assolutamente anormale”, che non si sarebbe potuto ripetere. La storia smentirà questa convinzione.
Nel 1933 la ditta Viganò è liquidata, non si riprenderà mai dallo scandalo. 
Oggi la diga del Gleno è in funzione, produce energia grazie ad una nuova concessione di sfruttamento rilasciata nel 1940. I morti di quella mattina ora sono solo un peso per chi è rimasto a ricordare.

Rosella Reali

Bibliografia
La tragedia della diga del Gleno. 1° dicembre 1923. Indagine su un disastro dimenticato - di Benedetto Maria Bonomo – Mursia Editore 

Fotografie
La prima fotografia (diga del Gleno come appare oggi) è tratta da Wikipedia ed è opera dell'utente Etienne.
La seconda fotografia (diga del Gleno come appare oggi) è tratta da Wikipedia ed è opera dell'utente Pierangelo66.


Rosella Reali 
Sono nata nel marzo del 1971 a Domodossola, attualmente provincia del Verbano-Cusio-Ossola. Mi piace viaggiare, adoro la natura e gli animali. L'Ossola è il solo posto che posso chiamare casa. Mi piace cucinare e leggere gialli. Sono solare. Sorrido sempre e guardo il mondo con gli occhi curiosi tipici dei bambini. Adoro i vecchi film anni '50 e la bicicletta è parte di me. Non me ne separo mai.
Da grande aprirò un agriturismo dove coltiverò l'orto e alleverò animali. Chi mi aiuterà? Ovviamente gli altri viaggiatori. Questa avventura con i viaggiatori ignoranti? Un viaggio che spero non finisca mai..

Commenti

  1. Brava Rosella, é molto importante ricordare il nostro passato, sia esso positivo o negativo.
    Non possiamo dimenticare nessuno.
    Fabio

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    1. Grazie Fabio. Ho un buon maestro che mi sostiene ogni giorno e a cui devo tutto il mio divenire. Rosella

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    2. Cara Rosella...fai bene, benissimo ricordare....Io saro' sempre con voi..non dimenticarlo!!! Mi fai sempre tornare alla mente quando ero l'organizzatrice di varie....tanti anni fa. Un abbraccio e buona giornata

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    3. Grazie Anonima, mi fa molto piacere leggere il tuo commento. Ci metto un po' di me in ogni cosa chge scrivo. Vorrei un po', da sognatrice romantica, cambiare il mondo. Rosella

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  2. sei grandiosa Rosella, mi piace la tua tenacia e l'attaccamento alla tua terra e ti auguro di cuore che il tuo sogno possa realizzarsi

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    1. Grazie, ci sto lavorando. Mi piace la mia terra, vorrei che tutti la potessero conoscere ed apprezzare!

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