Dura ed Estrema

Ci sono nomi onomatopeici, che già con il loro suono ti danno l’idea di ciò che sono chiamati ad identificare. Ci sono nomi descrittivi, che da soli già ti raccontano qualcosa di ciò a cui danno il nome.
E ci sono nomi che sono l’uno e l’altro insieme, e che non solo rappresentano, ma descrivono, suonano e trasmettono già con il loro nome anche l’odore dei luoghi che battezzano. Così è la regione spagnola ad ovest di Madrid. Il suo nome dice già quasi tutto quello che c’è da dire.  Estremadura. 

Estrema come ultima, lontana, di confine, terra di frontiera, e anche come luogo di estremi, estremo il caldo, estremo il freddo, estreme la vita e la morte che la attraversano. Estremadura. Un nome che da solo è già paesaggio, storia, natura, temperatura e colore. 
E quando ci passi capisci che non potrebbe avere altro nome. Terra dura e poco ospitale, patria di uomini nati e cresciuti in condizioni cattive e forse per questo diventati anche fra i più cattivi e crudeli dell’intera storia della nostra presunta umanità.

Cortès e Pizarro, tanto per citare solo i due più famosi. Considerati probabilmente ancora eroi da queste parti, vista, ad esempio, la statua equestre che domina la piazza di Trujillo, gioiello rinascimentale in mezzo al deserto degli altipiani, patria riconoscente di Francisco Pizarro, tornato a riempire la sua città natale dell’oro saccheggiato agli imperi del sudamerica dopo averli annientati con una ferocia unica e assolutamente disumana (ricambiata dal destino o da Dio, o forse dal dio degli Inca, visto che Francisco finirà la sua vita in Perù, accoltellato dai suoi stessi compari riuniti contro di lui nell’ennesima ed inevitabile congiura). Però, chissà che effetto farà ad un discendente Inca che visita Trujillo vedere lo sterminatore del suo popolo rappresentato come fosse Garibaldi.
Terra isolata dove scelse di autoesiliarsi anche l’imperatore che non vedeva mai tramontare il sole sul suo impero, quel Carlo V che al termine della sua folgorante e travagliata carriera di dominatore dell’Europa decide di abdicare e di ritirarsi proprio qui, nel 1557, per finire i suoi giorni in un monastero fra queste montagne.
Il racconto del viaggio dell’imperatore verso il luogo del suo esilio meriterebbe un libro intero, con sei mesi di carovana partita con 60 navi e 2500 persone al seguito, molte delle quali destinate ad esiliarsi insieme al loro signore. Il monastero di San Jerònimo di Yuste è uno dei luoghi di questa regione che merita assolutamente la visita. La palazzina che Carlo V fece appositamente costruire per il proprio ritiro (“per non dare troppo disturbo ai monaci”, e per uno che si presenta con un corteo di centinaia di persone e avendo fatto preventivamente costruire per sé una intera ala al monastero è una affermazione che fa sorridere) è mantenuta perfettamente.



Sala da pranzo, sala di rappresentanza e camera da letto, nella quale una apertura diagonale nel muro puntata verso l’altare della adiacente chiesa gli permetteva di seguire la messa senza muoversi dal letto e senza presentarsi in chiesa a sconvolgere troppo la vita del monastero).




Uno di quei luoghi dove davvero si respira la storia, e in ogni caso un posto incantevole fra magnifici paesaggi. Attraversando la regione si ha davvero la sensazione che una terra così non accetti compromessi e mezze misure. Estrema è, e forse così come può ospitare solo aspetti estremi della vita e della storia, così vale anche per la natura.

Ed è in uno degli estremi che spiccano nella regione, dove il rio Tajo (dopo aver abbracciato Toledo e prima di proseguire fino a Lisbona per gettarsi definitivamente nell’oceano) taglia in due la parte più montagnosa della zona creando una gola e una parete di roccia di quasi trecento metri di altezza, che si trova forse la sua zona più straordinaria, giustamente protetta con il nome di Parco Naturale di Monfrague. In mezzo alla gola ci passa la strada, e tu puoi fermarti, parcheggiare, scendere e alzare la testa verso la parete di là del fiume, e verso il cielo assolato.
Non solo per lo splendido paesaggio, che già meriterebbe la sosta, ma soprattutto per le ottanta coppie di avvoltoi grifoni, le due di avvoltoi monaci, una di aquile imperiali e altre rarità ornitologiche come bianconi, capovaccai e cicogne nere che vivono e nidificano tutte, dico tutte, su questa stessa parete, chiamata Peña Falcon.
Lo spettacolo non è descrivibile. Sia che guardi le pareti o che guardi il cielo, ne vedi a decine. Enormi, con le immense ali spiegate oppure appollaiati sulle rocce tali e quali un film western o un fumetto di Tex. In alcuni momenti guardi in alto e finisce per girarti la testa, tanti ce ne sono, a tutte le altezze. Ed è un continuo passare da un lato all’altro della gola sopra la tua testa, alcuni molto bassi e molto vicini, e i loro tre metri di apertura alare, fra i record assoluti del mondo animale, quando passano coprono il sole come se fossero deltaplani.
Veleggiano con maestria sbalorditiva, senza quasi mai battere le ali perché sfruttano le correnti in un modo che nessun grande pilota di aliante sarebbe mai capace di fare. E puoi restare talmente ipnotizzato da uno spettacolo che si può vedere solo qualche documentario e davvero in pochi altri posti al mondo da restare lì un tempo infinito continuando a guardare a destra a sinistra, in alto, senza mai trovare un angolo di cielo realmente vuoto.
E fai attenzione, che rischi di dimenticarti il tempo che passa e finisci anche per rischiare una insolazione perché… perché naturalmente qui anche il sole non scherza, non scherza mai, e non conosce mezze misure. 
Non ti sei accorto che brucia senza farti neanche sudare? Brucia direttamente sulla pelle senza una goccia, e comincia a fare male agli occhi come mille lampade bianche. Cerca di corsa un posto all’ombra, se lo trovi, e riposati un po’ altrimenti finisci per essere tu, ben cotto, il prossimo pasto di quegli avvoltoi che gironzolano giganteschi e apparentemente leggeri sopra la tua testa. 
Esagerato? Può darsi… 
Ma guarda che non sei mica in un posto normale, sai? Sei in Estremadura.

Alessandro Borgogno



Alessandro Borgogno vive e lavora a Roma, dove è nato il 5 dicembre del 1965. Il suo percorso formativo è alquanto tortuoso: ha frequentato il liceo artistico e poi la facoltà di scienze biologiche, ha conseguito poi attestati professionali come programmatore e come fotoreporter. Lavora in un’azienda di informatica e consulenza come Project Manager. Dal padre veneto ha ereditato la riservatezza e la sincerità delle genti dolomitiche e dalla madre lo spirito partigiano della resistenza e la cultura millenaria e il cosmopolitismo della città eterna. Ha molte passioni: l’arte, la natura, i viaggi, la storia, la musica, il cinema, la fotografia, la scrittura. Ha pubblicato molti racconti e alcuni libri, fra i quali “Il Genio e L’Architetto” (dedicato a Bernini e Borromini) e “Mi fai Specie” (dialoghi evoluzionistici su quanto gli uomini avrebbero da imparare dagli animali) con L’Erudita Editrice e Manifesto Libri. Collabora con diversi blog di viaggi, fotografia e argomenti vari. Le sue foto hanno vinto più di un concorso e sono state pubblicate su testate e network nazionali ed anche esposte al MACRO di Roma. Anche alcuni suoi cortometraggi sono stati selezionati e proiettati in festival cinematografici e concorsi.
Cerca spesso di mettere tutte queste cose insieme, e forse a volte esagera.

Commenti

  1. Ciao Alessandro, che bel viaggio virtuale mi hai fatto fare!
    Per di più a tema con le vacanze appena finite: sono stata anche al piccolo lago di Cornino, dove ho visto volare tanti grifoni (magari già lo conosci e sai che l'area è una riserva naturale). Sono capitata in giorni in cui la presenza era particolarmente alta, che fortuna!
    Un saluto e arrivederci

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