Clara Harrington Blinn, un destino peggiore della morte

Clara Isabel Harrington nacque ad Elmore Ohio il 21 ottobre 1847 trascorrendo la propria infanzia e adolescenza nella vicina cittadina di Perrysburg dove i genitori gestivano un hotel nei pressi del Maumee River.
Bella e di piccola statura con occhi chiari e lentiggini sparse sul naso, Clara era una ragazza piena di esuberanza e di gioia di vivere, cantava nel coro della chiesa episcopale metodista ove conobbe il giovane Richard Foote Blinn che sposò all’età di 18 anni, il 12 agosto del 1865, pochi giorni dopo averlo visto tornare, ferito ad un braccio, dalla guerra civile appena conclusa; gli sposi l’anno seguente suggellarono il loro legame con la nascita di un figlio maschio: William. Purtroppo i devastanti anni di guerra avevano lasciato nella società americana una crisi profonda, tanto che nei primi mesi del 1868 i genitori di Clara si dovettero trasferire per difficoltà economiche nella parte orientale del Kansas, vicino ad alcuni parenti, scelta che spinse la giovane coppia, decisa anch’essa a cambiare vita, a cercare fortuna nell’Ovest, unendosi ad una carovana di coloni diretti in Colorado, nella zona del Sand Creek. I Blinn erano giovani e romantici, lo si capisce dagli appunti di viaggio lasciati da Richard, nei quali definiva la prateria “un luogo meraviglioso” e gli indiani delle pianure, avvistati nel corso degli spostamenti ad ovest “fieri e bellissimi nei loro abbigliamenti variopinti”. Il lato poetico dell’avventura durò però solamente il tempo di scoprire in quali condizioni proibitive erano costretti a vivere i coloni nei territori indiani, zone sperdute e pericolose, selvagge ed inospitali, che impegnavano oltremodo Richard nel duro lavoro (accentuato dalle condizioni del braccio quasi inutilizzabile) in un piccolo trading post attivato sulla biforcazione tra i fiumi Sand Creek e Arkansas, costringendo Clara ad una sorta di clausura per il continuo terrore di scorrerie Cheyenne e Apache, che spesso attaccavano gli insediamenti dei coloni. Già nell’estate dello stesso anno, in un’epistola alla zia Myra Mottram, Clara confessò che la vita nell’ovest era per la famigliola troppo dura e che con marito e figlio l’avrebbero ben presto raggiunta in Kansas, anche per essere più vicini a genitori e parenti. L’occasione arrivò il 5 ottobre 1868, quando un convoglio di 8 carri scortato da 10 uomini armati, carichi di approvvigionamenti destinati agli avamposti militari intorno a Fort Dodge e con al seguito un centinaio di capi di bestiame, partì dal Bogg Ranch in Colorado per raggiungere il Kansas percorrendo il Santa Fe Trail. Mentre Richard Blinn si unì ai cowboys di scorta, Clara ed il bambino montarono con i pochi averi sul carro di testa, ove era sistemato anche del denaro ed alcuni valori postali che per la circostanza dovevano essere trasferiti ad est. Il 9 ottobre, lungo la pista che costeggia il fiume Arkansas, circa dieci miglia ad est dalla foce del Sand Creek, l’allettante convoglio venne avvistato ed attaccato da una banda di circa 75 indiani, probabilmente Cheyenne (alcune fonti individuano invece Kiowa ed Arapaho) i quali, grazie al fattore sorpresa, riuscirono subito ad isolare il primo troncone di carri e parte del bestiame. Clara,  nascosta con il piccolo sotto un materasso, cadde nelle mani dei guerrieri senza che il marito potesse impedirlo e prima che la carovana  riuscisse ad organizzare un cerchio di difesa, subito attaccata con frecce incendiarie. L’assedio in poche ore fu rinforzato fino a 200 guerrieri, protraendosi per oltre 4 giorni. Solamente il 12 ottobre uno degli uomini tentò una sortita riuscendo a cercare aiuto all’avamposto di Fort Lyon. Un distaccamento di soldati arrivò in soccorso 2 giorni dopo al comando del Ten. Henry H. Abell, il quale provò, una volta liberata la carovana dagli assedianti, a seguire le tracce della ragazza che furono effettivamente trovate a circa 4 miglia di distanza: accanto ai resti inceneriti del carro i militari rinvennero infatti una carta da gioco su cui Clara aveva scritto: "Ci stanno prendendo, fai ciò che puoi per salvarci." Sul retro della carta l’ulteriore drammatica scritta: “Dick ti prego se ci ami salvaci”. 
Lo sconforto per Richard Blinn fu totale: alla frontiera il rapimento di una donna bianca era considerato “un destino peggiore della morte”, basti pensare che le mogli degli ufficiali dell’Esercito al seguito delle guarnigioni, negli spostamenti a rischio venivano quasi sempre dotate di un revolver con un proiettile, pronte per il suicidio in caso di cattura. I racconti delle sopravvissute (spesso emarginate dalle loro stesse comunità in quanto ritenute colpevoli di non essersi tolte la vita piuttosto che subire l’onta della cattività) narravano di schiavitù fatte di maltrattamenti, degradazione, violenza e stupri cui spesso era sottoposta la sventurata, la cui sopravvivenza era quasi sempre legata alla possibilità di essere notata da qualche guerriero che la prendesse come serva o, nei casi più fortunati, come moglie, concedendole la propria protezione. Per anni i giornalisti pubblicarono testimonianze agghiaccianti, come quella di Lucinda Eubank, rapita dai Cheyenne e poi liberata nel 1865, ripetutamente picchiata e abusata, passò da un guerriero all’altro e, rimasta incinta, soppresse il neonato dopo la nascita; oppure quella di Nancy Morton che, sottoposta a ripetute violenze, tentò di impiccarsi al palo di una tenda. In realtà la compravendita dei prigionieri, soprattutto di sesso femminile, era nel sud-ovest degli Stati Uniti molto diffusa non solo tra gli indiani, ma anche tra i trappers e gli avventurieri bianchi, che stilavano delle vere e proprie graduatorie di preferenza: per esempio le squaws Apache erano giudicate troppo caste e pericolose, mentre quelle di razza Navajo venivano definite generalmente disponibili, disinibite e di pelle più chiara. Il turpe commercio nei territori occidentali era spesso gestito da gruppi di messicani, specialmente dopo il 1857, anno in cui il Messico emanò la Carta Costituzionale che vietava qualsiasi forma di schiavitù. Anche dopo la guerra civile che affrancò gli schiavi afroamericani, nei territori di frontiera continuarono forme subdole di schiavitù, spesso tollerate e giustificate dalle guerre indiane. In questo clima, in cui la vita umana era caratterizzata da continua precarietà, il caso di Clara Blinn e del piccolo William fu aggiunto dai vertici militari ai molteplici episodi di rapimento. Già da anni infatti le tribù delle pianure erano in rivolta, soprattutto dopo il massacro del Sand Creek in Colorado, avvenuto il 28 novembre 1864, nel quale un villaggio di circa 600 Cheyenne meridionali e Arapaho fu attaccato dalle truppe del Col. John Chivington, a dispetto dei vari trattati di pace firmati dai capi tribù locali con il Governo Statunitense. La battaglia si tradusse in un massacro indiscriminato di donne e bambini (tra le 125 e le 175 vittime), anche perché la maggior parte dei guerrieri era lontana per la caccia al bisonte. Nell’estate del 1868 la situazione divenne insostenibile per le innumerevoli incursioni di bande di Cheyenne, Arapaho, Kiowa, Comanches, Sioux e Pawnee che insanguinavano ogni giorno i territori compresi tra la parte occidentale del Kansas, il sud-est del Colorado ed il nord-ovest del Texas. 

Copia di una relazione redatta dal Dipartimento degli Affari Indiani relativamente agli anni 1868/1869, richiamata diversi anni dopo dal Col. Horace L. Moore del Kansas, in una riunione del Congresso tenutasi il 19 gennaio 1897 a Washington, dà un’idea di quei giorni: “il 10 agosto 1868 sono stati attaccati con diverse perdite gli insediamenti sul fiume Saline, il 12 nei pressi del Solomon River sono state uccise 15 persone, 2 feriti e 5 donne rapite. Lo stesso giorno indiani Pawnee hanno attaccato il campo di Wright Bull nei pressi di Ft. Dodge con l’omicidio di 2 coloni. Sempre del 12 agosto l’attacco alla fattoria Ripley con l’uccisione di un colono, il ferimento della moglie e la cattura delle due giovani figlie. Il 1° settembre si è registrato il massacro di 4 coloni e la violenza sessuale su 3 donne a Spanish Fork in Texas. Una di esse, dopo essere stata oltraggiata da 13 guerrieri è stata uccisa con un colpo d’ascia in testa. L'8 settembre si registra il blocco di un treno all'incrocio tra i fiumi Cimarron ed Arkansas in cui 17 passeggeri risultano periti nell’incendio dei vagoni; il giorno dopo sono stati trovati trucidati e scalpati 6 uomini tra Sheridan e Ft. Wallace. Tra i numerosi bambini rapiti dagli indiani nel Texas nel 1868, 14 sono morti sicuramente nei primi giorni di cattività. Si stima che dal 12 settembre 1868 al 9 febbraio 1869, escluse le vittime di operazioni militari, 158 uomini sono stati uccisi di cui 41 scalpati, 14 donne violentate, 1 uomo 4 donne e 24 bambini rapiti.” In quell’anno tremendo il Ministero della Guerra decretò l’imprescindibile esigenza di ricorrere a nuove e più efficaci misure militari per proteggere gli insediamenti di frontiera ed il Generale Sheridan, allora comandante del Dipartimento del Missouri, pianificò una “campagna invernale” che avrebbe dovuto coinvolgere anche i Cheyenne di Black Kettle (il capo tribù maggiormente rappresentativo, sopravvissuto 4 anni prima a quel tragico massacro sul Sand Creek) il quale, anche se continuava a dichiararsi ufficialmente pacifico e disponibile ai trattati, era invece accusato di “doppiezza” nell’appoggiare le bande di giovani guerrieri che costituivano da tempo una spina nel fianco per l’Esercito e sospettato di trattenere sotto il suo controllo diversi ostaggi bianchi. La “punta di diamante” della rappresaglia fu affidata al 7° Reggimento Cavalleria del Ten. Col. George Armstrong Custer. Parallelamente a questi eventi, nel novembre dello stesso anno a Fort Cobb, sul tavolo del Col. William Hazen – da tempo polemico avversario dell’interventismo bellico di Sheridan e convinto fautore della politica dei trattati di pace con i nativi – arrivò una nota scritta a mano, asseritamente fatta trovare ad un commerciante bianco in un villaggio Cheyenne pochi giorni prima. Questo era il testo datato 7 novembre 1868: "Amico che leggi, chiunque tu sia ti ringrazio per la gentilezza e per il tempo che dedichi a me e mio figlio. Grazie per aver compreso la mia speranza. Se solo tu potessi comprarci dagli Indiani con un pony o con qualsiasi altra cosa che mi permetta di venire e rimanere con te finché non potrò parlare con i miei parenti, loro ti pagheranno e io lavorerò, farò tutto quello che vorrai per te. Se non sei lontano dall’accampamento e non hai paura di venire, ti prego provaci. Ho saputo che ci sono alcuni commercianti che sarebbero disposti a comprare una donna bianca. Puoi scoprire se si tratta di uomini bianchi? Se sono messicani, temo che mi possano vendere in schiavitù in Messico. Se non puoi fare niente per me, scrivi a W.T. Harrington, Ottawa, Franklin County, Kansas, mio padre. Digli che siamo con i Cheyennes, loro mi dicono che potrò tornare a casa se l'uomo bianco farà la pace. Digli di scrivere al governatore del Kansas affinchè interceda in mio favore. Dagli questo messaggio ti prego. Siamo stati presi il 9 ottobre vicino a Fort Lyon. Non posso dire se hanno ucciso mio marito o no. Il mio nome è Clara Blinn. Il mio piccolo, Willie Blinn, ha due anni. Perciò fai tutto quello che puoi, non mi abbandonare; fammi sapere qualcosa. Scrivi a mio padre; mandagli questo messaggio. Addio. Sono ridotta come ci si può aspettare ed il mio bambino è molto debole ". 
Hazen, in realtà, era stato avvicinato dal gestore del Trading Post del Forte, William “Dutch Bill” Griffenstein, personaggio equivoco che aveva sposato un’indiana del villaggio di Black Kettle, il quale, venuto verosimilmente a conoscenza che gli Squadroni di Custer stavano preparando l’offensiva, cercava di intercedere per la tribù della moglie, probabilmente offrendo qualcosa come contropartita (al riguardo alcuni storici mettono in dubbio l’autenticità del messaggio mentre altri ipotizzano che la donna sia stata addirittura costretta a scriverlo per poter inserire nella trattativa un elemento compassionevole). In ogni caso, il 20 novembre Hazen ricevette il capo indiano ed altri rappresentanti delle tribù della zona, ai quali chiese di aprire un dialogo per la liberazione della ragazza e dell’infante. Black Kettle, nel rendersi disponibile, si dichiarò però pronto a trattare soprattutto per una dignitosa collocazione del proprio popolo nella Riserva, precisando altresì quanto segue: “Ho sempre fatto del mio meglio per tenere calmi i miei giovani guerrieri, ma alcuni non ascoltano e quando il combattimento inizia non sono in grado di tenerli lontani dagli scontri. Ma tutti vogliamo la pace e sarei contento di spostare il mio popolo quaggiù, sotto la protezione di Fort Cobb. Potrei quindi tenerli quieti nei pressi del Forte. Il mio campo è ora sul Washita River, 60 km ad est delle Antilope hills e conta circa 180 tepee. Parlo però solo per il mio popolo; non posso parlare né controllare i Cheyenne a nord dell'Arkansas.». Il vecchio capo cercava di evitare grane con Custer ma Hazen era costretto a muoversi sul filo del rasoio, avendo ricevuto l’ordine dal Comandante in Capo Generale Sherman, di fornire provviste e aiuti solo agli indiani che volevano restare fuori dall’imminente guerra; e gli ordini dicevano anche che il Generale Sheridan era stato incaricato di punire le frange ostili, ben sapendo che l’alto ufficiale aveva già dichiarato ostili sia i Cheyenne che gli Arapaho. Hazen quindi inoltrò una missiva a Sheridan spiegandogli che il “caso Blinn era oggetto di trattativa” consigliando nel contempo Black Kettle di non spostare il proprio accampamento vicino al Forte, non potendo garantirgli alcuna protezione, precisando che era con Sheridan che avrebbero dovuto trattare la pace. Fu così che un destino crudele si oppose alla possibile liberazione di Clara e del piccolo William, scagliando entrambi nel mezzo degli avvenimenti bellici passati alla Storia come la battaglia (o il massacro) del Washita River. La sera del 26 novembre Black Kettle, in piena tempesta di neve, tenne un consiglio con gli anziani della tribù ai quali riferì le parole del Col. Hazen; in quella circostanza il capo indiano apprese con disappunto che il giorno prima alcuni giovani guerrieri del villaggio avevano razziato gli insediamenti bianchi di Smoky Hill, unitamente ai temuti membri della società guerriera dei “Dog soldiers” (banda Cheyenne da sempre ostile ai bianchi e contraria alla politica di pace di Black Kettle, tanto da combattere al fianco dei Sioux di Nuvola Rossa per tutta la guerra del Bozeman Trail). Il consiglio dei capi decise di inviare emissari al Generale Sheridan, al fine di salvare il salvabile ma, contestualmente, di spostare immediatamente per precauzione l’accampamento più a valle, sulle rive del fiume Washita e vicino agli altri villaggi Cheyenne, Arapaho e Kiowa riunitisi numerosi per l’inverno. 
Ma era ormai troppo tardi, le guide Osages di Custer erano ormai sulle tracce dei guerrieri in fuga dall’attacco di Smoky Hill e all’alba del 27 l’Ufficiale avvistò il villaggio e diede l’ordine di attacco. Come da manuale, Custer divise le 11 Compagnie a disposizione (844 uomini) in 4 Squadroni per una manovra di accerchiamento: nel briefing comunicò ai subalterni la strategia del Generale Sheridan: “ogni guerriero ostile non ucciso nell’azione dovrà essere impiccato mentre donne e bambini dovranno essere catturati, rifocillati e deportati a Fort Cobb”. Gli ordini tattici di Custer erano di irrompere nel villaggio ancora nel sonno e prendere in ostaggio donne e bambini, per costringere i guerrieri alla resa nel più breve tempo possibile. La nebbia era calata nel campo innevato alle prime luci del giorno, le truppe a cavallo sbucarono all’improvviso e in maniera irreale galopparono con il rumore degli zoccoli ovattato per la neve alta, solo il tintinnio dei finimenti di metallo e, sul sottofondo, le note di “Garryowen” (il brano musicale gaelico del ‘700, già inno di battaglia dell’87° Btg. Fucilieri Reali Irlandesi, venne adottato da Custer e suonato dalla formazione bandistica del 7° cavalleria durante l'assalto del Washita). La cavalleria “sfondò” subito le linee delle prime tende (proprio quelle dell’accampamento appena montato dai Cheyenne) cominciando a sparare all’impazzata. In pochi minuti fu il caos. I guerrieri non riuscirono ad organizzare una seria azione difensiva cercando qualunque arma per gettarsi in un corpo a corpo con i soldati onde consentire alle donne di scappare e portare in salvo i bambini. I cavalleggeri spazzavano via chiunque gli si volgesse contro: adulti, ragazzini, persino alcune donne che disperatamente tentavano di difendere la propria vita e i figlioletti. Chi fuggiva era inseguito dagli scout Osage - acerrimi nemici dei Cheyenne - fin nel fiume, tra i canneti, dentro i cespugli e, una volta stanato veniva ucciso e scalpato sul posto, senza pietà. Black Kettle era di nuovo impotente di fronte al nuovo massacro, vedeva ripetersi come in un incubo esattamente la medesima situazione del Sand Creek: ancora una volta, come 4 anni prima, saltò in sella tendendo la mano alla moglie e facendola montare dietro di sé. Con un colpo di frusta raggiunse il guado al galoppo e, quando vide alcune giacche blu corrergli incontro, l’anziano capo sollevò la mano per l’ultima volta in segno di pace: fu immediatamente falciato unitamente alla moglie dalla fucileria dei soldati che non rallentarono la corsa ma tra gli spruzzi oltrepassarono il fiume, calpestando sotto gli zoccoli i due corpi morti. Il massacro dei Cheyenne “pacifici” si concluse in meno di 3 ore, dando però il tempo ai guerrieri dei villaggi vicini di organizzarsi e mettere i soldati ben presto in difficoltà, costringendo diverse Compagnie a ripiegare sulla base provvisoria di  Camp Supply, mentre altre assumevano posizioni difensive per tutta la giornata e la notte successiva. In vista di un possibile attacco in forze (si stima che almeno 5.000 indiani fossero accampati quel giorno sul Washita) oltre 50 tra donne e bambini catturati furono schierati dai soldati come scudi umani, decisione che probabilmente costrinse il grosso dei guerrieri a non proseguire oltre il combattimento e a ritirarsi velocemente verso nord. All’alba del 28 novembre il villaggio di Black Kettle non esisteva più, solo il fumo delle tende incendiate, cadaveri sparsi nella neve divenuta rossa per il sangue, anche circa 800 cavalli indiani furono abbattuti sul posto. Nel primo resoconto della battaglia, fornito al Generale Sheridan, Custer stimò un centinaio di guerrieri morti (molti dei quali si rivelarono invece donne e bambini), 2 soldati uccisi, 13 feriti e 18 dispersi (erano questi i cavalleggeri agli ordini del Magg. Joel Elliott che, nel corso della battaglia, si erano allontanati dalle linee difensive per inseguire un gruppo di guerrieri, senza più fare ritorno). Le ricerche dei giorni successivi, finalizzate al ritrovamento dei 18 commilitoni scomparsi, consentirono di trovarne i corpi massacrati in un bosco poco lontano, lungo la riva nord del fiume Washita. Tra i cadaveri congelati e mutilati venne rinvenuto anche il corpo straziato di una donna bianca e di un bambino di pochi anni: secondo l’autopsia del medico al seguito delle truppe, Dr. Henry Lippincott, la giovane sventurata presentava un foro di pallottola sopra il sopracciglio sinistro, era stata scalpata e il cranio era fratturato in più punti. Il bimbo presentava segni di denutrizione e di violenza alla testa e alla faccia. La madre aveva un pezzo di pane nascosto nel petto, come se avesse tentato di fuggire dal campo di prigionia. Una volta ricomposti, i poveri resti della giovane e del piccolo furono dapprima esposti su una coperta per l’identificazione e poi sepolti a Fort Arbuckle. Si trattava della 21enne Clara Blinn e del piccolo Willie, di 2 anni. 
Non sono completamente attendibili le notizie circa l’esatto punto del ritrovamento (particolare importante per accertare quale tribù tenesse la giovane donna in ostaggio) né è dato sapere se la ragazza ed il bambino furono trucidati dagli indiani, furiosi per l’attacco subito dai bianchi, oppure massacrati dai soldati di Elliott che nella mischia l’avevano scambiata per una squaw. Le testimonianze relative ai fatti del Washita furono infatti molto contrastanti tra loro e lasciarono strascichi polemici sulla base delle interpretazioni che ogni fazione intendesse avvalorare: la maggior parte di ufficiali e soldati dipinsero una dura resistenza armata da parte dei nativi, peraltro per molte ore in numero soverchiante rispetto agli Squadroni dell’Esercito, ma alcune voci fuori dal coro parlarono apertamente di massacro indiscriminato sul primo villaggio attaccato, quello di Black Kettle, come la guida del 7° Cavalleria Benjamin Clark che dichiarò: "Il reggimento galoppava tra i tepee sparando su uomini e donne. Vidi un'unità di Cavalleria inseguire un gruppo di donne e bambini uccidendoli senza pietà”. Altri interlocutori, come il Tenente Edward Godfrey osservò che i soldati durante l’attacco, nonostante gli ordini, non potevano certo preoccuparsi "di non colpire le donne". Il Colonnello Hazen pretese l’avvio di un’inchiesta ufficiale e non risparmiò le critiche ai Generali Sherman e Sheridan per aver dato il via all’operazione senza attendere l’esito dei suoi negoziati di liberazione degli ostaggi. Per tutta risposta Sheridan scrisse in una memoria pubblica: “… trovammo nell’accampamento di Black Kettle fotografie, dagherrotipi, vestiti e oggetti presi dalle fattorie delle persone massacrate sui fiumi Salomon e Saline, la posta di due corrieri, Ned Marshall e Billy Davis, uccisi e mutilati…”. Richard Blinn fu rintracciato dall’Esercito 2 mesi dopo i fatti, mentre, debilitato per gli stenti, vagava nelle pianure del Colorado alla ricerca di informazioni sulla giovane moglie e sul figlioletto. I soldati consegnarono al giovane la lettera con cui il Generale Sheridan lo informava sui tragici fatti, nella busta c’erano anche un pezzo di stoffa dell’abito di Clara ed un ciuffo dei capelli di Willie. Il poveruomo non poté fare altro che recarsi a pregare sulla tomba della giovane moglie ove raccolse due piccole pietre che conservò unitamente ai resti consegnatigli. Richard Blinn non si riprese più: morì 4 anni dopo, nel 1872, all’età di 30 anni per tubercolosi. Nelle sue tasche furono ritrovati un pezzetto di stoffa, un ciuffo di capelli e due piccole pietre.

Sergio Amendolia

Approfondimenti sul blog viaggiatoricheignorano.blogspot.it


Bibliografia


Dee Brown, Seppellite il mio cuore a Wounded Knee, 1970.

G.F. Michno “Un destino peggiore della morte” Caxton Press, 2007 (fonti web)

Enciclopedia delle grandi pianure indiane - La battaglia del Washita - Università Nebraska Press, 2007 (fonti web)


Sitografia


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