Il tempio dell'impossibile


E alla fine bisogna fare i conti anche con lei. La costruzione più ambiziosa, più stravagante, più concettualmente impegnativa e più realizzativamente colossale di tutto il secolo che abbiamo alle spalle (ed è partita nel secolo ancora precedente, nel 1883).
Non ci sono Grattacieli newyorkesi o Grand Arche parigini o modernissime e strabilianti costruzioni asiatiche che tengano, la Sagrada Familia di Barcellona è l’ultima, autentica, vera, immensa opera comunitaria dell’umanità. L’unica che ancora oggi, in piena e febbrile costruzione, possa tenere un confronto storico, artistico e filosofico con le grandi cattedrali del Medioevo, con Chartres, con Notre-Dame, e con il tempio della cristianità per eccellenza, la nostra Basilica di San Pietro, con la quale condivide anche la lunghezza dei tempi di realizzazione e il concetto stesso di “fabbrica” in continua evoluzione e trasformazione.
Questo è senza dubbio il primo aspetto, forse quello fondamentale, che lo stesso Gaudì prendendo in mano il progetto alla fine dell’ottocento volle da subito imprimere all’opera. Il concetto di grande impresa al limite delle possibilità umane. L’idea di una costruzione che travalicasse i confini umani e storici, che rappresentasse la capacità dell’uomo di superare se stesso nel suo rapporto con il divino in una commistione inestricabile fra lo sforzo intellettuale dell’idea e quello fisico della realizzazione. Un opera che fosse tutt’uno con l’impresa del costruirla. Un’opera che con i decenni è diventata essa stessa l’impresa della sua costruzione.
L’idea, mai fissa e anch’essa mutabile e mutata nel corso della vita del genio e poi nel corso del secolo che lo ha seguito, è una summa ideologica e simbolica di tutto il suo fantastico, della sua capacità di cogliere la natura e riprodurla nelle forme e nella sostanza attraverso la pietra, il ferro, il cemento.
La Sagrada Familia è un’allucinazione che diventa realtà sotto i nostri occhi, e non c’è altro luogo al mondo dove ci sia dato di vedere in modo così chiaro ed esplicito come la sintesi puramente mentale fra tutti gli elementi naturali ed intellettuali che coesistono nella nostra mente si possa materializzare in un unico punto dello spazio e in un sistema immensamente complesso di elementi tutti concorrenti verso un unico obiettivo, indipendentemente da quanto questo sia lontano nel tempo.
Difficile dire quale sia il modo migliore per arrivarci e per guardarla, anche perché è dotata di una tale infinità di punti di vista possibili che ognuno è quello buono e nessuno li esaurisce tutti. Arrivarci da lontano, magari a piedi, lungo una delle Avenide che convergono verso di lei significa constatarne lentamente la grandezza e la complessità e sentirsi via via rimpicciolire fino a diventare (giustamente) polvere una volta giunti al suo cospetto. Uscire dalla metropolitana e trovarsela addosso tutta insieme significa invece sbucare da un cunicolo e trovarsi improvvisamente nella tana di un immenso granchio, pieno di zampe e altre parti non meglio identificabili, ricoperto di incrostazioni marine, indefinibile nei suoi contorni, incombente e minaccioso, meraviglioso da far tremare di terrore. E significa anche scattare improvvisamente in su con lo sguardo, a rischio di una fitta al collo, perché si è costretti immediatamente a salire salire salire fino alle cime delle torri che sembrano non finire mai, attorcigliandosi verso il cielo in un moto perpetuo e mai finito.
Non c’è un punto della costruzione che appaia uguale ad un altro, e se distogli un attimo lo sguardo e poi ce lo riposi a volte lo stesso punto non è neanche più uguale a se stesso. I pinnacoli sembrano degli immensi termitai che sbucano dalla savana, e così ti puoi definitivamente sentire una formica anche solo a guardarli, oppure ti evocano in modo terribilmente preciso i castelli fatti da bambino sulla spiaggia facendo gocciolare la sabbia bagnata, e quindi, se non ti basta sentirti formica, puoi sempre aspettarti di vedere apparire un bambino mostruosamente grande che ne fa gocciolare ancora un po’ e ti seppellisce definitivamente sotto una montagna di fango.
Ciò che poi scopri ad ogni angolo e da ciascuna nuova angolazione, è un campionario pressoché infinito di idee che prendono forma, e soprattutto la mutano continuamente sotto i tuoi occhi. E così le navate diventano foreste, e le volte le chiome di alberi stilizzati all’estremo, l’interno delle torri è un vortice di spirali che arrivano dirette dalle conchiglie fossili, e poi pinnacoli che innalzano al cielo grappoli di smisurati e coloratissimi frutti, e poi ancora scritte sacre che si avvolgono colorate intorno ai tortiglioni come fossero mastodontici fumetti a riunire in un solo carattere il sacro e il profano. Un delirio di forme mai ripetitive e tutte legate da una unica irresistibile e ferrea logica.
Guardare la Sagrada, giragli intorno, entrare e poi sa-lire sulle torri, non è una semplice visita ad una chiesa o a un monumento, è un viaggio inverosimile attraverso la mente umana, il suo spirito, i suoi demoni e la sua capacità di raziocinio. E’ un attraversamento in sospensione dei sensi di una rete inestricabile dove la scienza e la matematica e la filosofia e lo spirito non si dividono mai uno dall’altro. Follia ragionata, razionalità paradossale. Un ossimoro che si fa monumento sotto i nostri occhi.
E’ stato giustamente definito, Gaudì, “l’ultimo costruttore di cattedrali”. Al di là della notazione tecnica per cui la Sagrada non è una cattedrale (la cattedrale di Barcellona è un’altra, Santa Eulàlia, splendido tardo gotico ma assai più classico) ma una basilica, cattolica romana, il cui nome completo è Temple Expiatori de la Sagrada Família (Tempio espiatorio della Sacra Famiglia), la definizione è comunque esatta e nitida. Perché ciò che distingue il capolavoro dell’architetto catalano da qualunque altra opera simile è proprio il concetto di opera grandiosa che travalica i secoli, impresa ambiziosa da realizzare non solo attraverso un progetto da affidare poi alle normali tecniche di costruzione, ma che indipendentemente dall’avanzare della tecnologia rimane sempre e per sempre un’opera fatta dal lavoro di mille singoli uomini, geometri, ingegneri, architetti e carpentieri, e poi artigiani della pietra, del legno, del ferro, ognuno in grado di aggiungere il proprio estro e la propria maestria al servizio di un’opera colossale dedicata all’umanità intera, e per suo tramite direttamente a Dio.
E’ evidente che la religiosità estrema di Gaudì, arrivata negli ultimi anni della sua vita a sfiorare l’ascetismo, ha finito per concentrare in questa opera tutte le sue energie e tutta la sua genialità, ma è altrettanto evidente che lui per primo è sempre stato cosciente del suo carattere essenziale di impresa sovrumana prima ancora che del suo significato simbolico di tempio dedicato al soprannaturale. Così come è stato cosciente fin dall’inizio che non l’avrebbe mai vista conclusa, consapevole di un’impresa che andava ben oltre la vita di un singolo uomo, e per questo volle che la costruzione procedesse per linee esterne e non salendo omogeneamente dal basso delle fondamenta fino al tetto, così da poter vedere coi propri occhi realizzate almeno le prime torri, quelle che esteticamente gli avrebbero mostrato l’aspetto essenziale di tutta l’opera: lo slancio verso l’alto, verso l’Altissimo, verso l’infinito.
Ed in questo procedere nella costruzione in modo non lineare che risiede anche un altro carattere fondamentale del suo essere opera unica nella storia dell’umanità. Per quasi un secolo i lavori sono andati avanti lentissimi, una pietra per volta, sostenuti quasi unicamente dalle donazioni dei fedeli. Per quasi un secolo la Sagrada è stata soltanto un abside scoperto e quattro torri e poi altre quattro assurdamente attorcigliate verso il cielo, e uno spiazzo aperto sotto quel cielo riempito solo da materiali di cantiere. Ora, negli ultimi dieci anni, nuovi materiali e nuove tecnologie hanno dato ai lavori un’accelerazione improvvisa, ma la sostanza non cambia. Le sue strutture irreali e fantastiche sono un tutt’uno con le foreste di impalcature, tramezzi, col rumore di seghe mostruose che tagliano il marmo, con i profili di gru metalliche che bucano le nuvole. Un cantiere infinito che lavora per l’infinito.
Diversamente da tutte le altre opere del maestro catalano, la Sagrada non è mai stata solo meraviglia o realizzazione pur sublime di geniali idee formali e funzionali e strutturali, ma è stata fin dal suo concepimento la personificazione totale dell’ingegno umano che chiede aiuto alla propria spiritualità per realizzare ciò che non sarebbe realizzabile da nessuna qualità umana presa singolarmente, e forse neanche da tutte loro messe insieme. E’ il tentativo estremo di superare i limiti umani attraverso l’anima delle cose, trapassare la loro essenza materiale e diventare, attraverso la forma, concetto puramente filosofico e spirituale di grandezza e di eternità.
Una cosetta da poco, insomma. E’ anche per questo, con tutta probabilità, che la Sagrada può suscitare con analoga decisione e precisione la meraviglia, l’ammirazione, l’orrore, il disgusto o il senso del sublime. E può farlo anche nello stesso osservatore da un momento all’altro. C’è chi pensa sia orribile, chi magnifica, chi tutte e due le cose, e chi, forse anche giustamente, non riesce mai a scindere completamente la meraviglia dal terrore, perché forse è proprio questo ciò che rappresenta e che incarna. In ogni istante del suo esistere riesce ad essere slancio fulmineo e tentacolare tenebra, rampa di lancio per missili puntati verso il cosmo e mostruoso ragno prigioniero nella sua stessa tela, presunzione di eternità dell’uomo mortale e estrema umiltà di chi sa che per qualunque impresa serve il lavoro lento, faticoso e discreto del primo degli artisti come dell’ultimo dei muratori.
La sua vera Natura, proprio in quanto direttamente concepita sulle forme naturali, è quella di un immenso organismo vivente, pluricellulare, in continuo e costante mutamento. Accanto ad una pietra scura posata nell’ottocento ce n’è una bianchissima posata ieri e ce ne sarà un’altra domani ancora diversa. Sempre riconoscibilissima nella sua unicità ma completamente diversa da com’era dieci anni fa, e diversa il prossimo anno da come appare oggi.
Se dovessi dare un consiglio a chi si sta giustamente impegnando con tutte le forze per portare a compimento quest’opera ormai concettualmente irripetibile per l’umanità del nuovo millennio, mi per metterei di darne uno solo: quando finalmente vedrete il traguardo, quando sarete giunti alle ultime pietre, per favore, fermatevi lì. Lasciate da qualche parte alcuni blocchi non montati, una porzione di impalcatura, una piccola scavatrice. Qualcosa che continui a comunicare insieme alla grandezza del monumento giunto alla sua forma completa anche il senso costante della costruzione e della trasformazione, anima indissolubile di questa immensa follia del genio umano.
Qualcosa come l’angelo mancante di Sant’Andrea della valle a Roma, vuoto simbolico che da solo fissa per l’eternità la non conclusione della chiesa, così cercate di fare anche per la meravigliosa idea di Gaudì, che proprio perché idea non potrà mai essere pietrificata per sempre in una sola forma. Proprio come lui, che nel suo lucidissimo delirio mistico progettò la più alta delle torri esattamente un metro più bassa della collina che domina Barcellona, il Montjuïc, perché mai il suo lavoro avrebbe potuto sorpassare quello di Dio, così voi evitate la presunzione di raggiungere l’inevitabile perfezione che la conclusione definitiva del progetto comporterebbe.
Sarebbe probabilmente l’inizio della sua fine. Ho idea che il migliore onore anche all’immenso genio del suo creatore possa essere questo: fermarsi gius to un metro prima, e lasciarle in dono almeno un angolo della precarietà che l’ha costantemente caratterizzata.
Uno spicchio di non finito che le doni l’infinito per l’eternità.

26 Maggio 2008

Antoni Gaudì
Sagrada Familia
(1883-1926/in costruzione)
Plaça della Sagrada Familia - Barcelona


(Capitolo estratto dalla raccolta “Attraverso le forme” http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/arte-e-architettura/39600/attraverso-le-forme/ )

Alessandro Borgogno

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