Il dominio delle curve. La Barcellona di Gaudì

Proseguendo nella visita Barcellonese attraverso i classici percorsi dell’architettura di Antoni Gaudì, immancabile seguitare il viaggio nell’immaginazione che si fa forma affrontando Casa Milà, detta anche la Pedrera, enorme palazzo che si affaccia maestoso e inquietante sul Passeig de Gràcia, la grande arteria centrale del quartiere modernista dell’Eixample.
Così come continuerà a fare anche nella straordinaria visione del Parc Güell, dove il suo studio delle forme naturali che si fanno struttura giungerà alle conseguenze più estreme nei colonnati a forma di onda oceanica o nelle balconate di panchine serpeggianti, anche qui Gaudì avanza lungo la sua strada eclettica senza perdere mai di vista la struttura fondamentale che regge tutte le sue idee e tutte le conseguenti realizzazioni. 
La linea curva.
Fedele alla sua celebre affermazione secondo cui “La linea retta è la linea degli uomini, quella curva è la linea di Dio”, il genio catalano ristruttura l’enorme palazzo al numero 92 del Passeig letteralmente “afflosciando” le sue strutture esterne. Tutta la facciata e i suoi numerosi balconi sembrano adagiarsi morbidamente come pesanti tappeti appoggiati su rocce.

Sembra di cogliere una smisurata torta gelato nell’esatto momento in cui si sta squagliando ma è ancora sufficientemente solida da stare in piedi. Il lavoro di progettazione e di realizzazione di tutti i blocchi di marmo che poi riproducono quest’insieme maestoso e decadente insieme, e soprattutto in costante movimento apparente nonostante la mole e la solidità evidenti, appare davvero come uno sfoggio di tecnica e di lavoro artigiano sorprendente.
Siamo negli stessi anni della casa Batllò, di cui abbiamo già parlato, ma dove lì sembrava essere la leggerezza, in particolare quella liquida dell’acqua, a dettare le linee realizzative dell’impresa, qui sembra quasi che le linee curve della Natura (e perciò Divine dal punto di vista del religiosissimo Gaudì) concorrano a rappresentare la solidità degli elementi più terrestri, come la pietra di cui si mantiene anche a vista la ruvidità. Ciò che sembra sempre e comunque escluso dalla sua architettura però è la staticità. E allora si rappresenti sì la pietra, ma quasi fosse pietra appena uscita da un magma vulcanico e poi rapidamente raffreddata a congelare per sempre le forme in quella morbidezza e in quei tragitti curvilinei che solo un momentaneo stato fluido, conseguenza di forze sovrumane, può avergli imposto.
La coerenza con cui tutta la facciata e ogni suo minimo particolare, dal portone alle ringhiere dei balconi in ferro battuto contorto, riproducono il concetto fondamentale di forze primordiali colte nell’atto di plasmare la materia, è assolutamente sbalorditiva.
E se ci si fermasse alla facciata, si potrebbe finire qui. Questa enorme colata lavica in forma di palazzo va però anche esplorata dall’interno, perché altre sorprese si nascondono altrove. La prima, forse la più sorprendente di tutte, è che la maggior parte degli appartamenti interni sono normalissimi. Geniale esemplificazione di come qualunque forma possa contenere una sostanza assai diversa da ciò che mostra all’esterno. Di un qualche interesse storico gli appartamenti all’ultimo piano, trasformati in museo, che riproducono stanze con mobilia dei primi del novecento, ma certo non sono questi che giustificherebbero la prosecuzione della visita. E’ quello che accade ancora sopra, a partire dalla soffitta, che è destinato a stamparsi indelebilmente nella memo ria di qualunque visitatore.
La soffitta riproduce con travature di legno ciò che nella soffitta Batllò era di cemento bianco. Le volte catenarie (ottenute cioè dalla curva formata da una catena lasciata penzolante e poi, potremmo dire semplicemente se non fosse una cosa terribilmente geniale e complicata, rigirate per riprodurle in forma di arco) si snodano lungo un tracciato curvo che forma una struttura di tunnel intersecanti fra loro e che facilmente fanno perdere l’orientamento. Siamo di nuovo nel ventre di una balena, ma stavolta quello che vediamo è il suo scheletro, una fila ininterrotta di vertebre dove la luce entra, gioca, scorre ritmicamente, gira una curva e si perde. Anche qui la struttura non è fine a se stessa; anche qui, vera fissazione di Gaudì, l’aria dall’esterno può entrare e circolare ad asciugare i panni appena lavati e stesi fra le volte della soffitta.
Dopo la giusta ubriacatura fra le vertebre fluttuanti, si può salire attraverso una delle strette scale a chiocciola ed uscire sulla terrazza. Ed è a quel punto che diventiamo Alice. Alice che non sa più qual’é la sua vera dimensione e che si trova circondata da un bosco di meraviglie.
Difficile descrivere ciò che d’improvviso appare ai nostri occhi. Usciamo dalla semioscurità della soffitta e siamo improvvisamente inondati di luce. E’ la luce del cielo di Barcellona, perché siamo sulla cima di uno dei palazzi più alti. Tutta la città è intorno a noi, quasi sotto, e c’è il mare ad un orizzonte e le colline all’altro. Tutti i tetti della città partono dalla linea del nostro sguardo e corrono verso il loro punto di fuga. Basterebbe questo ma questo è nulla. Il resto è il posto dove siamo. La terrazza sembra una ninfea galleggiante su uno stagno di antenne, un letto di foglie nel sottobosco che prende le forme morbide del terreno sottostante senza rivelarlo. Scende, risale, curva, ondeggia, oscilla.
Al centro si aprono un paio di voragini che poi scopri essere i cortili interni del palazzo, di forma indefinita, profondi e costellati di finestre come pozzi di san patrizio passati sotto il pennello di Dalì che li ha resi flosci come i suoi famosi orologi. E’ inevitabile che ci sia quassù sempre un sacco di movimento di turisti in visita, ma quand’anche riuscissi a salire qui senza nessun altro, non saresti comunque da solo.
Personaggi austeri e improbabili, enormi Elfi, sintesi astratte di guerrieri senza tempo ti guardano da ogni angolo. Non hanno occhi ma ti guardano.
Le uscite delle scale sono trasformate da Gaudì in casupole di streghe con i tetti spiraleggianti e luccicanti di schegge di ceramica, i molti comignoli del palazzo sono alfieri di una enorme scacchiera attorcigliati su se stessi come sotto la forza di una gigantesca pinza. Sembra di trovarsi nel mezzo dell’opera di un gigante che sta costruendo un modellino per il suo figliolo non meno gigante di lui. Puoi pensare, senza sentirti pazzo, che da un momento all’altro potrebbe spuntare una enorme mano e prenderti per mangiarti, o magari semplicemente per scansarti di lì che gli dai fastidio, che lui ci sta ancora lavorando, a quel piccolo giocattolo.
E subito sopra di te, ma proprio subito neanche ti trovassi in Africa, c’è il cielo. Sembra proprio lì, straordinariamente vicino. Forse perché altre cose più alte abbastanza vicine non ne hai, o forse perché è talmente evidente che tutto ciò che ondeggia lassù punta irrimediabilmente al cielo che non può che sembrarti più vicino del solito.
Tutto tranne una cosa.
Proprio dal tetto della Pedrera, se guardi verso est, magari attraverso uno dei buchi aperti in mezzo ai coni delle streghe, nel bel mezzo della distesa di tetti vedi qualcosa che certamente punta verso il cielo più di chiunque altra.
C’è una specie di castello di sabbia bagnata che si allunga verso il cielo come se potesse esistere e re sistere in piedi solo attorcigliandosi all’infinito verso l’infinito, senza mai raggiungerlo.
Già…. Non bastassero casa Batllò, La Pedrera e Parc Güell a fare di Gaudì un genio immortale, c’è proprio lì in mezzo alla città quell’altra follia della Sagrada Familia.
L’ultima cattedrale. La basilica dell’Assurdo.
Che merita da sola l’ultima puntata del viaggio.

26 Maggio 2008

Antoni Gaudì
Casa Milà, detta La Pedrera
(1904-1907)
Passeig de Gràcia, 92 – Barcelona

(Capitolo estratto dalla raccolta “Attraverso le forme” http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/arte-e-architettura/39600/attraverso-le-forme/ )

Alessandro Borgogno


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