domenica 23 luglio 2017

Chianci Palermu, chianci Siracusa. La triste storia della Baronessa di Carini

C’è una storia siciliana che merita di essere raccontata, anche perché solo siciliana non è. Molti la conosceranno, molti no, sicuramente moltissimi non ne conoscono tutte le tracce e i percorsi sparsi nei secoli fino ai nostri giorni. E allora qui, nei brevi spazi dei nostri racconti, proviamo a ripercorrerli, anche se in fretta.
La storia è straordinaria soprattutto perché è un esempio quasi unico di come a volte l’arte, l’arte più popolare, quella della musica, delle canzoni e della poesia, possa sostituire e addirittura riempire i vuoti che la storia ufficiale, a volte colpevolmente e consapevolmente, cerca di nascondere con tutti suoi mezzi.
La storia parte nel 1500, per la precisione nel 1563, in piena Sicilia feudale, dominio dei Baroni. Uno di questi feudi è Carini, vicinissimo a Palermo, dove regna il Barone Vincenzo La Grua, della potente dinastia dei La Grua-Talamanca. Per classici motivi di convenienze politiche e dinastiche, al Barone viene data in sposa, ancora quattordicenne, la bellissima donna Laura Lanza di Trabia, figlia del potente Barone Cesare Lanza, vero artefice del matrimonio e della conseguente ventennale prigionia della figlia nel pur magnifico ma isolato Castello di Carini.
Dopo aver onorato il matrimonio con anni di fedeltà e molta prole, la bella Baronessa Laura alla fine cede, evidentemente, alla passione vera e non imposta, iniziando una relazione, non si sa quanto casta, con un bel cavaliere del quale è innamorata fin dall’infanzia, Lodovico Vernagallo, del vicino feudo di Montelepre.
Gli eventi precipitano il 4 Dicembre del 1563. Laura e Lodovico si incontrano segretamente nel Castello, ma qualcuno li sorveglia da tempo. Un infamissimo frate, imboccato dal Barone Vincenzo - marito cornuto e anche vigliacco - corre a Palermo ad avvertire Don Cesare Lanza, il feroce padre di Laura.
Cesare parte con i suoi cavalieri alla volta del Castello di Carini, irrompe nelle stanze e uccide senza pietà la propria figlia, per leso onore del casato. Poi fa inseguire dai suoi 'picciotti' il Vernagallo in fuga e fa uccidere anche lui.
Questa è la storia, più o meno nuda e cruda. Inevitabile che a questa si sovrappongano varie leggende, fra le quali la più suggestiva è quella dell’impronta della mano insanguinata della baronessa su un muro del castello, che per secoli tornerà a farsi vedere ad ogni anniversario dell’atroce delitto.
La prima cosa straordinaria è che questa storia, così come ve l’ho riportata, si è potuta accertare con relativa sicurezza solo da pochi decenni.
E’ accaduto infatti che subito dopo l’infame omicidio, il Barone di Carini e quello di Trabia avviarono una sistematica azione di occultamento e, diremmo oggi, depistaggio, facendo sparire documenti, mettendo a tacere voci scomode e, grande elemento di modernità, pagando adeguatamente storici e “giornalisti” dell’epoca per tramandare versioni di comodo.
Così per secoli non si è riuscito a capire davvero né chi fossero i protagonisti della vicenda, né se il vero assassino fu il padre il marito o altri ancora, né chi fosse realmente la baronessa uccisa, né se il Vernagallo fosse stato anche lui trucidato oppure fosse fuggito. Lo stesso Castello di Carini, nei secoli, fu abbandonato dagli eredi e lasciato all’incuria e alla decadenza.
Ciò che però ha continuato a viaggiare nei secoli portando con sé la verità storica, è stata la voce popolare. In particolare un poemetto lirico in dialetto siculo composto da un anonimo contemporaneo alla vicenda, fortemente colpito dall’accaduto e dalla risonanza che aveva avuto in tutta la Sicilia al momento degli accadimenti (Piange Palermo, piange Siracusa). E non potendo essere scritta in documenti ufficiali, ha continuato a resistere per cinque lunghi secoli tramandata dai cantastorie ('cuntastorie'), quelli che giravano per i paesini con qualche strumento e con tabelloni disegnati - i fumetti dell’epoca - per diffondere e raccontare le storie più belle e più drammatiche.
E a partire dall’ottocento, con l’avvento di storici moderni e di ricercatori di etnomusicologia, la canzoncina popolare ha cominciato ad essere riscoperta e studiata come meritava. Si è quindi accertato che conteneva molte più verità storiche di qualunque documento esistente. Il professor Salomone Marino, in particolare, ne raccolse in giro per l’Italia quasi quattrocento versioni diverse, e con un lavoro immenso iniziò a fare luce sugli elementi che indubitabilmente concordavano con fatti e personaggi realmente esistiti. Ho scritto in giro per l’Italia perché lo splendido poema ha varcato i confini dell’isola per arrivare anche a Napoli, dando vita ad una delle ennesime versioni che ora è anche uno dei più classici pezzi della tradizione partenopea: “Fenesta ca lucive e mo’ nun luce” ("Finestra che splendevi e ora non splendi"). E il merito di averne fatto una versione quasi moderna, magari non filologicamente ineccepibile ma meritoria di uscire finalmente dalla ristretta cerchia degli studiosi, va ad Otello Profazio, cantante folk di origine calabrese degli anni Sessanta, che ne ha tra l’altro ritrovato la musica proprio in un paesino della Calabria, da un altro cantastorie. Infine, ma siamo proprio agli ultimi anni, un paio di documenti ufficiali ritrovati in Sicilia e in Spagna (regno cui rispondeva il Baronato) hanno definitivamente dato la certezza che su questo giallo cinquecentesco la canzone popolare, e solo lei, diceva la verità: il Barone Cesare Lanza uccise a sangue freddo la figlia Laura Lanza di Trabia, su istigazione del marito Barone di Carini Vincenzo La Grua. E uno dei suoi sgherri, tale Musso, uccise anche il Vernagallo in fuga.
Riportiamo qui il testo di uno dei documenti, davvero notevole nel linguaggio e nel significato, nel quale l’assassino, Cesare Lanza di Trabia, scrive al re di Spagna, Filippo II, per discolparsi del delitto della figlia:
“Sacra Catholica Real Maestà, 
don Cesare Lanza, conte di Mussomeli, fa intendere a Vostra Maestà come essendo andato al castello di Carini a videre la baronessa di Carini, sua figlia, come era suo costume, trovò il barone di Carini, suo genero, molto alterato perchè avia trovato in mismo istante nella sua camera Ludovico Vernagallo suo innamorato con la detta baronessa, onde detto esponente mosso da iuxsto sdegno in compagnia di detto barone andorno e trovorno detti baronessa et suo amante nella ditta camera serrati insieme et cussì subito in quello stanti foro ambodoi ammazzati.
Don Cesare Lanza conte di Mussomeli”.
Per proseguire le infinite traiettorie di questa storia, non si può non citare il bellissimo sceneggiato televisivo realizzato e trasmesso dalla RAI in quattro puntate nel 1975, periodo televisivo prolifico e creativo come mai più. E’ “L’amaro Caso della Baronessa di Carini”, in cui una sceneggiatura assolutamente geniale sposta la vicenda ai primi dell’ottocento, dando modo di raccontare il periodo di transizione e conflitto fra il feudalesimo e il regno d’Italia, e in cui il delitto del cinquecento diventa un episodio del passato scomodo da ricordare e così intriso di significati anche politici da giustificare ogni nefandezza pur di tenerlo ancora nascosto, ancora a tre secoli di distanza, e immergendo così i protagonisti e discendenti in un’atmosfera di predestinazione e quasi di reincarnazione storica. Elegantissima regia di Daniele D’Anza, ottime prove d’attore di Ugo Pagliai nel suo periodo d’oro, di Adolfo Celi nella sua versione più gelidamente mefistofelica, di Janet Agren al massimo del suo splendore, e di un Paolo Stoppa narratore contrappuntista assolutamente fantastico. Titoli di testa in cui echeggiava, in una versione assai semplificata ma di forte impatto, la ballata della Barunissa cantata in siculo da un ispiratissimo Gigi Proietti.
E infine, il Castello.
Fino ad una quindicina di anni fa (io ci andai per la prima volta nel ‘95 o ’96), era ancora chiuso al pubblico e in uno stato di rovina quasi irreparabile. Ora, finalmente, è oggetto di un restauro notevolmente ricco ed accurato, che ne ha già restituito lo splendore per quasi due terzi della sua estensione. Tornatoci nell’estate del 2006, l’ho trovato visitabile in molte stanze e anche nella cappella interna: oltre ad essere un magnifico maniero, è un luogo che come nessun altro riesce a restituire l’atmosfera delle corti cinquecentesche, comprensive delle loro infinite trame di intrighi, passioni e atroci delitti.
P.S. Ho parlato di una prima puntata, perché ne ho già pronta una seconda, quasi temeraria. Delle tante versioni del poemetto ce ne è una considerata la più fedele al testo originario del cinquecento. E’ di una bellezza e di un’arte del racconto davvero notevoli, piena di metafore, flashback e flashforward, immagini di struggente poesia e momenti di feroce realismo. Tentarne una traduzione poetica in italiano è un’impresa già tentata e abbandonata da molti, perché il vernacolo siciliano risulta insostituibile. Il mio tentativo sarà di riportarla sì in italiano ma in prosa, per mantenere le immagini e le frasi il più possibile fedeli e al tempo stesso comprensibili. Operazione arbitraria e discutibile, ma noi amiamo anche le sfide (e poi, lo ha fatto Baricco con l’Iliade, perché noi non potremmo?). Insomma, preparatevi: proverò con somma presunzione ("è uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo…") a raccontarvi la storia io, ma nel modo in cui decise di tramandarla ai posteri il magnifico anonimo del cinquecento.

Alessandro Borgogno

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