giovedì 6 luglio 2017

Breve storia triste di un mugnaio del Cinquecento

Domenico Scandella, di professione mugnaio, nacque a Montereale Valcellina nel 1532. Il borgo in cui vide la luce attualmente rientra nella provincia di Pordenone, in Friuli Venezia Giulia. 
Poche e scarse sono le informazioni della giovinezza del mugnaio. Lo ritroviamo, a circa trent’anni, implicato in una rissa che gli valse un bando dalla città d’Arba per due anni.
Domenico detto Menocchio, diminutivo del nome di battesimo, trascorse la sua ordinaria vita nel borgo nel quale era nato. Montereale Valcellina contava all’epoca oltre 600 abitanti. Il Menocchio era costretto a svolgere altre mansioni, oltre a quella di mugnaio, per mantenere la moglie e la numerosa prole composta di sette figli. Il sostentamento era garantito dal ricavato di due campi e due mulini, in affitto. Con molta probabilità queste entrate non erano sufficienti a sfamare tutte le bocche della numerosa famiglia, poiché sappiamo che il Menocchio svolgeva l’attività di muratore e falegname in aggiunta a quella nei campi.
Domenico era istruito con riferimento all’epoca nella quale viveva. Sapeva leggere, scrivere e fare di conto. La preparazione gli consentì di divenire podestà di Montereale, e dei paesi limitrofi, nel 1581, all’età di trentanove anni. Lo stesso anno, Domenico divenne amministratore della locale pieve.
La tranquillità della vita fu squarciata dall’arrivo dei rappresentanti della Santa Inquisizione.
Il 28 settembre del 1583 il pievano di Montereale, probabilmente istigato da un secondo prete, denunciò il Menocchio al Sant’Uffizio.
L’accusa era infamante: Domenico Scandella aveva opinioni e posizioni eretiche su Cristo.
I due preti furono affiancati da numerose persone del luogo. Le testimonianze avverse al Menocchio confermano, anzi allargarono, il terreno delle accuse.
Il 4 febbraio del 1584 l’inquisitore d’Aquileia, Felice da Montefalco, ordinò l’immediato arresto e la carcerazione nella prigione di Concordia.
Tre giorni dopo, il 7 febbraio, Domenico fu interrogato per la prima volta.
Rispose tranquillamente alle domande dell’inquisitore, esponendo una particolare concezione del mondo, secondo la quale “all’inizio tutto era un caos, in pratica terra, aria, acqua e fuoco insieme; e quel volume, andando così, fece una massa, appunto come si fa il formaggio nel latte, e in quel diventarono vermi, e quelli furono gli angeli, e tra quel numero d’angeli vi era anche Dio, creato ancora lui da quella massa in quel medesimo tempo. E furono fatti con quattro capitani, Lucifero, Michele, Gabriele e Raffaele..”.
Per quanto concerne la personale visione di Cristo, idea che lo aveva condotto dinanzi al frate francescano che svolgeva la mansione d’inquisitore, disse che “era uno dei figli di Dio, perché tutti siamo figli di Dio, e di quella stessa natura che fu crocifisso; era uomo come noi altri, ma di maggior dignità, come sarebbe dire adesso il Papa, il quale è uomo come noi, ma di più dignità di noi perché può fare; e quello che fu crocifisso nacque da San Giuseppe e da Maria vergine”.
Domenico era un fiume in piena, un rivoluzionario che non risparmiava critiche alla configurazione della gerarchia ecclesiastica: “Il papa, i cardinali, i vescovi sono tanto grandi e ricchi”. Inoltre si scagliò contro la lingua utilizzata nei procedimenti giudiziari perché “è un tradimento dei poveri, perché i poveri uomini non sanno quello che si dice e se vogliono dire quattro parole bisogna aver un avvocato”.
Domenico Scandella, detto il Menocchio, non arrestò il suo parlare, per la gioia degli inquisitori. Respinse i sacramenti come invenzione umana spiegando che “il battezzare è un’invenzione e i preti cominciano a mangiare le anime ancora prima che si nasca, e le mangiano continuamente sino dopo la morte”. Anche sul matrimonio aveva chiaro che “lo hanno fatto gli uomini, prima uomo e donna si davano la fede, e questo bastava”. La sua antipatia verso i preti è ben delineata dal pensiero sulla confessione: “Andare a confessarsi dai preti o frati, è tanto quanto andare da un albero”.
Gli inquisitori ebbero il dubbio, lecito per il tempo, di trovarsi di fronte un pazzo, al più una persona che voleva prendersi gioco di loro e del Sant’Uffizio. Compreso che il Menocchio era sano di mente, cercarono all’interno delle sue conoscenze qualche individuo che avesse potuto istruirlo. Trovarono un anonimo pittore di cassoni, tal Nicola da Porcia, che fu immediatamente rilasciato. Nicola doveva esser maldestro artista se di lui restano solo le parole di un signore di Pordenone che lo definiva come “homo eretichissimo”. Tale affermazione risaliva la 1571, un decennio abbondante in anticipo sui tempi del processo al Menocchio.
Le parole di Domenico non potevano essere riportate fuori le mura dei locali del tribunale dell’Inquisizione, per questo la sentenza fu di colpevolezza. Menocchio fu dichiarato non solo eretico ma anche eresiarca. La differenza tra le due accuse non è di poco conto poiché l’eresiarca era considerato il fondatore di un’eresia, e non solo un partecipante di un movimento ereticale. Fu condannato al carcere a vita, obbligando la famiglia a mantenerlo a proprie spese.
Il 18 gennaio 1586, il figlio di Domenico, Ziannuto Scandella, presentò una supplica scritta dal padre al vescovo Matteo Sanudo e all’inquisitore Fra Evangelista Peleo. Gli ecclesiastici decisero per la scarcerazione a seguito dell’ottimo comportamento del Menocchio durante la prigionia. Domenico manteneva l’obbligo d’indossare sempre l’abito dell’infamia che permetteva al popolo d’individuare pubblicamente i condannati per eresia. L’abitello d’infamia altro era una veste gialla con due grandi croci rosse sul petto e sulla schiena.
Domenico Scandella doveva essere ottima persona se nel 1590 fu nominato amministratore dei beni della parrocchia di Santa Maria di Montereale, questo nonostante l’infamia di una condanna per eresia.
Una disgrazia giunse a turbare la tranquillità della vita della famiglia Scandella, la morte del figlio Ziannuto. Le condizioni economiche della famiglia si aggravarono notevolmente, tanto da obbligare Domenico ad uscire dal proprio borgo per cercare lavori redditizi.  All’inizio del 1597 chiese la dispensa di muoversi liberamente e di non indossare l’abitello d’infamia. L’inquisitore d’Udine decise per la libera circolazione per aiutare la famiglia. In conformità alla sentenza del 1586, doveva indossare sempre, ed in ogni occasione, l’abitello d’infamia.
Domenico non smise mai di spiegare le proprie idee. L’inquisitore generale del Friuli, fra Gerolamo Asteo, quando seppe che metteva in dubbio la divinità di Cristo e la moralità di Maria, decise per l’immediato arresto. Dal giugno del 1599 conobbe dapprima la prigione d’Aviano e in seguito quella di Portogruaro. Fu interrogato ripetutamente prima che gli fosse assegnato un difensore d’ufficio, fatto che avvenne il 19 luglio.
Il 2 agosto la Congregazione del Sant’Uffizio lo dichiarò recidivo.
L’inquisitore voleva una vittoria piena, schiacciante.
Prima d’emettere la sentenza, decise di torturarlo al fine di conoscere eventuali complici.
Il Menocchio tra i tormenti non fece alcun nome, disse di non conoscere quali altre persone potessero condividere i suoi pensieri.
L’inquisizione romana fu informata dei fatti ed il cardinale Santori la definì gravissima.
La sentenza fu emanata e prevedeva la morte di Domenico Scandella, detto Menocchio.
L’inquisitore del Friuli aveva forti dubbi sull’esecuzione di tale sentenza, espressi ampiamente in una lettera inviata la cardinale Santori. La risposta dell’alto prelato non si fece attendere: “Non manchi di procedere con quella diligenza che ricerca la gravità della causa, a ciò non vada impunito dei suoi orrendi ed esecrandi eccessi, ma con il debito e rigoroso castigo sia esempio agli altri in quelle parti. Però non manchi di eseguirlo con sollecitudine e rigore d’animo”.
Lo scritto del cardinale si chiudeva con l’affermazione che questa era la volontà di Clemente VIII.
Da questo momento, di Domenico Scandella parlano solo due documenti: un atto notarile del 26 gennaio 1600 che lo definisce defunto e un atto dell’inquisizione che si riferisce all’interrogatorio di Donato Serentino che afferma, il giorno 6 luglio 1601, d’essere stato a Pordenone poco dopo che il Menocchio vi era stato giustiziato.
Così si conclude la vita di Domenico Scandella, mugnaio e falegname, eretico ed eresiarca, rivoluzionario e libero pensatore.

Fabio Casalini


Bibliografia
A. Del Colo, Domenico Scandella detto Menocchio. I processi dell'inquisizione 1583-1599, Pordenone, Biblioteca dell'Immagine, 1991 
C. Ginzburg, Il formaggio e i vermi. Il cosmo secondo un mugnaio del ‘500, Torino, Einaudi, 1976; 2ª ed., 1999 
E. Benini Clementi, Riforma religiosa e poesia popolare a Venezia nel Cinquecento. Alessandro Caravia, Firenze, Olschki, 2000 
F. Capone, L'eretico mugnaio. Nel '500 Domenico Scandella finì sul rogo per le sue idee, Focus Storia, 1 dicembre 2015

Immagini
1-2 Domenico Scandella dit Menocchio su Focus Storia
3 Clemente VIII


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