giovedì 20 luglio 2017

Arles con lo sguardo di Vincent


Vi voglio invitare ad una visita in Provenza utilizzando uno sguardo del tutto particolare.
Questa sorta di reportage abbastanza insolito nasce da un dibattito sempre aperto fra gli appassionati di fotografia e più in generale di arte: quello sulle regole.
Sono valide? non sono valide? vanno rispettate? bisogna infrangerle?
Personalmente rimango sempre dell’idea, anch’essa abbastanza classica, che per poterle infrangere, ammesso che davvero di infrazione si tratti, occorra conoscerle. Conoscerle e studiarle. 
Il tema si è rivelato un utile filo conduttore per visitare alcuni luoghi utilizzando lo sguardo di un artista molto amato, non solo da me, e che negli anni ho cercato di seguire e approfondire, da un punto di vista “visivo”, arrivando anche a realizzare dei quasi “pellegrinaggi” nei luoghi dove ha vissuto e esercitato la sua attività creativa.
Non è, almeno apparentemente, un fotografo, ma un famosissimo pittore. 
Come già anticipato dal titolo si tratta di Vincent Van Gogh, artista sul quale ci si interroga periodicamente vista la sua importanza capitale per la cultura dell’immagine anche contemporanea e anche per la sua evidente e apparentemente inarrestabile “modernità”.
Il discorso non è semplicissimo anche se cercherò di renderlo tale il più possibile, ma se avrete la pazienza di arrivare in fondo a questa chiacchierata troverete le “prove” visive e fotografiche di quanto qui si tenterà di raccontare.
Personalmente ritengo sia particolarmente significativo per questo tipo di discorso perché proprio Van Gogh passa spesso per essere un artista che ha infranto le regole, le ha stravolte e reinterpretate a suo piacimento secondo una visione propria e unica della realtà. Ed è vero.
È altrettanto vero però che non le ha stravolte a caso. Non ha scomposto la realtà in base a visioni astratte, suggerite magari dalla sua mente malata o dalla sua presunta visione distorta dei colori.
Già, perché spesso accade anche questo: ciclicamente viene esposta da qualcuno una qualche teoria, spesso di origine medica, che pretende di trovare una spiegazione “diagnostica” al suo modo di riportare la realtà sulla tela. Schizofrenia, daltonismo e molto altro ancora. Tutte cose magari clinicamente vere, ma che in realtà non spiegano nulla. È come se non volessimo ammettere che la sua capacità di vedere la realtà in modo diverso dagli altri non fosse dovuta ad una qualche dote estranea alla sua volontà ma, esattamente al contrario, fosse proprio il frutto di una osservazione rigorosa e attenta della realtà stessa. Talmente rigorosa e attenta da poterla riprodurre non solo nelle sue linee e nelle sue forme, ma anche nelle emozioni e nelle sensazioni che provocava.
Nel caso di Van Gogh (così come nel caso di Monet e delle sue ninfee) c’è però un modo assai diretto per constatare quanto in verità le loro opere siano aderenti alla realtà, molto più di quanto normalmente si pensi. Molti luoghi da lui dipinti infatti esistono ancora, e sono per molti aspetti assai simili a come erano all’epoca in cui vi si posarono “gli occhi blu profondo di Vincent”.
La prova si può fare in particolare ad Arles, in Provenza, dove il pittore olandese visse uno dei suoi periodi più prolifici e più significativi, dipingendo angoli e scorci della cittadina e dei dintorni, trasformandoli in alcuni dei quadri più famosi della storia dell’arte.
E’ qui che, in più occasioni, mi sono recato proprio cercando e trovando i luoghi esatti da lui dipinti (negli ultimi anni aiutato dall’ente del turismo che ha colto l’opportunità e ora li segnala in modo egregio), cercando le posizioni esatte da lui scelte per riprodurre su tela quegli scorci, e cercando di verificare sul posto quanta attenzione avesse posto, o non posto, alla composizione dell’immagine che doveva riprodurre quelle realtà.
Ebbene, guardando e attraversando i luoghi esatti riprodotti dall’artista, e cercando, da fotografo, di “inquadrare” il più possibile ciò che lui stesso “inquadrò”, saltano subito all’occhio (all’occhio attento, naturalmente) almeno due cose.
La prima è che Van Gogh si posizionava sempre in un punto ben preciso. Se si cerca la posizione esatta che corrisponde al quadro ci si accorge facilmente che il pittore deve aver provato e riprovato diversi punti di vista prima di scegliere quello definitivo dove piazzare il suo cavalletto. Lo si capisce bene, poiché il punto scelto non è mai il più immediato, mai il più comodo, mai il più banale.
La seconda è che Van Gogh non inventava un bel niente. In ogni suo quadro semmai aggiungeva. Aggiungeva colori per comunicare sensazioni, aggiungeva gesti e pennellate per rappresentare movimento e forze intangibili, ma non inventava né stravolgeva affatto la realtà. La coincidenza fra le scene reali e i quadri di Vincent è pressoché totale, in alcuni casi di un realismo impressionante. Nulla, ma davvero nulla, era lasciato al caso o all’improvvisazione. Le misure, le distanze, la prospettiva, gli elementi. Tutto coincide in modo esemplare.
Sento di non esagerare quindi dicendo che Van Gogh ragionava in modo non molto diverso da quello di un fotografo (non di un fotografo qualsiasi, naturalmente). Il suo intento era riprodurre la realtà che vedeva, rispettandone le misure, le proporzioni e l’atmosfera, trasferendo al tempo stesso sulla tela l’emozione che quelle visioni gli provocavano. 
E nel riprodurre quelle visioni, ci si accorge anche di quanto conoscesse, avesse approfondito e fatto proprie quelle regole di composizione che ancora oggi valgono per molte immagini, siano essi quadri, foto, disegni, cartelloni pubblicitari o inquadrature cinematografiche.
E nelle sue composizioni, anche quelle che trasmettono in modo particolarmente fantasioso e immaginifico scene che si avvicinano ad allucinazioni, oltre ad essere sempre riprodotta la scena reale con la massima fedeltà, possiamo trovare regolarmente la regola dei terzi, quella dei pesi, dell’entrata, della chiusura e delle diagonali. Non ci sono elementi fuori posto, non ci sono mai squilibri.
Inutile quindi illudersi che Van Gogh dipingesse in quel modo perché era pazzo, o daltonico, o chissà cos’altro. Dipingeva in quel modo perché era un genio, certo, ma un genio che conosceva perfettamente tutte le regole della prospettiva e della composizione, le studiava e ristudiava, le provava e le riprovava. E cambiava continuamente il suo punto di vista finché non ne trovava uno che gli mostrasse la realtà in un modo nuovo, diverso.
Non più fantasioso, ma più reale.
Ecco quindi i risultati della ricerca e dei confronti fra la realtà fotografica e quella che ci ha trasmesso il genio olandese: 
Il famoso Caffè dipinto da Van Gogh è stato mantenuto come all’epoca, probabilmente anche ridipinto con i colori cari al pittore, ma ciò che più colpisce è la fedeltà dell’atmosfera notturna che ancora si respira a Place de Forum, e la precisione delle prospettive dei palazzi e della porzione di cielo (come spesso accadeva, arricchita dall’artista con la sua famosa visione “lampeggiante” delle stelle)
La “casa gialla” dove visse Vincent purtroppo non c’è più (distrutta dai bombardamenti) e la possiamo vedere solo nel quadro, ma tutto il resto è talmente preciso (impressionanti i due ponti della ferrovia) che volendo la si potrebbe anche ricostruire prendendo la tela come progetto di riferimento.

La maestosa riva del Rodano, stellata come solo Van Gogh riusciva a illustrare, appare ancora oggi identica. I Lampioni lungo la riva, oggi ripristinati nelle stesse posizioni dove un tempo illuminavano con le lanterne a petrolio, disegnano la curva del grande fiume nello stesso modo. Qui lo sguardo dell’artista ha davvero composto il quadro in modo insuperabile. Quando si cerca di fotografarla, ci si rende conto che quella e solo quella è la posizione e la com/posizione perfetta (anche di giorno, come si vede dalla foto in testa all’articolo).
Il famoso ponte levatoio, riprodotto molte volte dal pittore, è oggi stato ripristinato, forse non esattamente nello stesso luogo ma comunque in modo fedele. Prospettive e particolari della struttura si possono ritrovare identici.
Il cortile dell’ospedale dove Van Gogh risiedette per qualche tempo (ottenendo il permesso di dipingere) è oggi giustamente ribattezzato “Espace Van Gogh”, ed è stato restaurato in modo del tutto fedele al quadro. In questo caso non è stato possibile riprodurre la stessa identica inquadratura dell’artista, poiché lui dipinse fissando il suo cavalletto dalla balconata del primo piano, che al momento della mia visita era purtroppo inaccessibile. L’ambiente però risulta ugualmente fedele, quadro e luogo reale si possono sovrapporre.
Per il viale nei giardini pubblici della cittadina, la composizione è quasi simmetrica. Van Gogh però in questo caso evidenzia la prospettiva e equilibra i pesi rendendo dinamica la visione utilizzando le figure umane disposte nel quadro. Il Signore a sinistra, la signora di spalle lontana, le figure sedute sulle panchine.  Per riprodurre l’effetto compositivo (tra l’altro rispettosissimo della famosa “regola dei terzi”) Francesco Borgogno si è prestato a interpretare il signore con il cappello che legge il giornale. 
Appendice cinefotografica: Per chi vuole continuare l’esplorazione, oltre alle foto può essere utile anche guardare questi video da me realizzati proprio ad Arles. Video che, oltre ad essere evidentemente un gioco, vogliono anche essere un modo per comunicare visivamente quanto si è qui cercato di descrivere a parole. 


Buon viaggio!

“Vincent nei luoghi di Vincent”: http://www.youtube.com/watch?v=17G8aDPA9vE



Alessandro Borgogno

Questo reportage è stato pubblicato in versioni differenti anche su www.lakasaimperfetta.com e su photoriflettendoci.wordpress.com

2 commenti:

  1. Sto proprio leggendo un libro che racconta la storia della figlia del dottor Gachet di Arles che amò segretamente Van Gogh.Il racconto si svolge tra Arles e Pontoise e parla prorio dei luoghi citati in questo reportage

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