domenica 18 giugno 2017

Le leggende strisciano tra rari alberi

Un bestiario è un opera didattica in cui la descrizione delle nature e delle proprietà degli animali è utilizzata per ritrovare insegnamenti di ordine religioso o morale. I bestiari rientrano nella concezione della natura come simbolo di verità più profonde, insegnate da un Dio attraverso gli esseri che ha creato.
Il più antico bestiario medievale può considerarsi il De naturis animalium di Pier Damiani. Notevole importanza nella storia della miniatura hanno i bestiari illustrati, che trovano notevole espressione, e diffusione, in terra anglosassone tra il XII e il XIII secolo, momento della loro massima popolarità. La loro influenza fu fondamentale per la produzione artistica, quali repertori di soggetti dai quali trassero ispirazione la pittura e la scultura soprattutto del periodo romanico e gotico. Non dobbiamo confondere la concezione medievale del termine con quella che assumeva nell'antica Roma, dove il bestiario era colui che lottava contro le fiere nel circo o nell'anfiteatro. Alcuni di essi erano professionisti e combattevano con armi offensive, altri invece erano inermi e rappresentati per lo più da malfattori condannati o prigionieri di guerra che in tal modo venivano messi a morte. Nel Medioevo, i bestiari erano una particolare categoria di libri che raccoglievano, come anticipato, brevi descrizioni di animali, reali e immaginari, accompagnate da spiegazioni moralizzanti e riferimenti tratti dalla Bibbia. Alla stessa categoria di libri possiamo assimilare i lapidari, che raccontavano le proprietà delle rocce, e gli erbari, che descrivevano le virtù e le proprietà delle piante.
L'origine remota di questi libri è da cercarsi in antichi testi come l'opera greca Physiologus, il fisiologo ovvero lo studioso della natura, che offriva l'interpretazione degli animali e delle loro caratteristiche in chiave religiosa e simbolica. Altre fonti sono da ricercarsi in Plinio il Vecchio poiché la sua Naturalis historia, che conta di 37 volumi, fu riferimento in materia di conoscenza scientifica per tutto il Rinascimento, e anche oltre. La Naturalis historia fu pubblicata nel 77. L'enciclopedia tratta di svariati temi dal generale al particolare, si passa dalla descrizione dell'universo alla geografia, dall'etnografia all'antropologia e zoologia. Plinio si occupò successivamente del regno vegetale e minerale con la botanica e la medicina. I bestiari successivamente si diffusero nella Francia e nell'Inghilterra del XIII secolo. La miniatura medievale si caratterizza per la ricchezza di cicli di illustrazioni, sia per quanto riguarda gli animali che gli aspetti tipici della religione. Un particolare bestiario medievale è il Liber monstrorum de diversis generibus, contenente esclusivamente animali fantastici o creature mostruose. Il testo è accompagnato da numerose illustrazioni di creature leggendarie. Questi animali si differenziano dalle creature immaginarie della narrativa per il fatto che qualcuno, all'epoca di pubblicazione dei libri illustrati, ha ritenuto fossero reali. La creatura leggendaria è un essere mitologico o tipico del folclore di una determinata regione geografica. E' accaduto che alcune creature che si credevano immaginarie siano state rivalutate in seguito alla scoperta che tali esseri sono reali. Un esempio concreto e attuale potrebbe essere la scoperta dell'esistenza del calamaro gigante oppure, passando alla terra d'Africa, dell'animale che sembra un incrocio tra la zebra e la giraffa, l'okapi, che i nativi del Congo raccontarono ai primi visitatori europei, i quali credettero fossero fantasie di un popolo primitivo. Nel 1901 Harry Johnston tornò con delle pelli conciate che provavano l'esistenza di tale animale. In fondo ad ogni leggenda si cela una piccola verità.
"Stavo andando verso un ruscello per far bere il mio bambino, la giornata era caldissima, quando, superato un roccione, vidi nel prato un grande basilisco (bazalesch) che mi fissava immobile con la gola aperta. Sapevo che tra i tanti poteri l'animale ha quello di ipnotizzare la gente. Così rivolsi gli occhi al cielo e pregai fervidamente: Vergine Santa Paolonio è ancora piccolo, salvaci divina Signora. Quando trovai il coraggio di riabbassare gli occhi la bestia era scomparsa”. Con queste parole una donna di Masera, paese della provincia del Verbano-Cusio-Ossola, spiegava l'esistenza del basilisco al direttore della rivista La sentinella di Coimo nel 1877. La vita si nutre di leggende, e come il vento fresco che giunge da nord si allarga e prende forza. Dalle montagne della Valle Vigezzo, laterale dell'Ossola, si giunge in vista del lago Maggiore. Una testimonianza la possiamo trovare nel libro di Valsesia, Val Grande ultimo paradiso: "Una volta con mia sorella sono andata a prendere il frutto dei faggi a Sutsass. Erano buoni da mangiare. Ad un tratto sentiamo: "sniau, sniau!". Dico che bel gattino andiamo a prenderlo! Altro che gatto! Un testone e le zampe! Era il bazalesch, il basilisco. Un lucertolone lungo mezzo metro. Aveva fatto una tana a quadrato, tutta ricoperta di muschio, con due buchi: uno in mezzo e l'altro verticale. Mi sembra di vederlo ancora, in fotografia. I giovani non vogliono credere al basilisco ma io e mia sorella lo abbiamo visto davvero”. Il basilisco esiste nelle leggende delle valli alpine da sempre, sin da quando l'uomo pregava senza giungere le mani. Dobbiamo fermare le lancette dell'orologio e tornare indietro nella storia dell'uomo. 
Rileggere il passato per comprendere. Un animale molto simile al basilisco è il badalisco. Si racconta che questo animale leggendario sia nato nella Gorga Nera, un piccolo lago nei pressi della Fonte del Borbotto all'interno del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi. Secondo le ricostruzioni il suo aspetto era simile a quello di uno strano serpente, grande come un uomo, con occhi rossi in grado di paralizzare il malcapitato che lo incontrava. L'alito del badalisco era altamente velenoso, secondo alcuni mortale. Rimanendo in centro Italia non posso dimenticare il serpente regolo, animale fantastico della tradizione toscana, umbra, abruzzese e marchigiana. Le testimonianze raccontano di un grosso serpente, dalla testa grande come quella di un uomo giovane, che vive nei campi. Leggenda si sovrappone a leggenda e così una vipera tagliata a metà, non muore ma cresce in continuazione divenendo essa stessa un serpente regolo. Un'altra versione ricorda che quando la vipera supera i cento anni d'età diviene un regolo. Il nome deriverebbe da piccolo re, in collegamento con il basilisco, anch'esso nominato con questa terminologia. Nella bassa Umbria esiste una leggenda, fiorita nel secondo dopoguerra, secondo la quale esisterebbe una grotta, all'interno della zona archeologica di Ocriculum, dove il serpente proteggerebbe un ricco tesoro. Tale animale sarebbe in grado di ipnotizzare i malcapitati visitatori, senza infierire oltre nei confronti delle potenziali prede. 
Proseguendo in questo fantastico giro nelle leggende striscianti del nostro paese, non possiamo scordare lo jaculo o serpente giavellotto. Si tratta di un ofide ampiamente descritto da vari studiosi nell'antichità, tra essi Gaio Plinio Secondo nel suo Naturalis historia. Secondo le annotazioni giunte sino a noi, il serpente giavellotto prenderebbe il nome in funzione della sua tecnica di caccia: si appostava sugli alberi ed attendeva che qualche preda passasse sotto di lui per poi lanciarsi veloce come una freccia e trapassarla da parte a parte, uccidendola sul colpo. 
Molto spesso lo jaculo era confuso con l'anfittero, descritto negli antichi bestiari come un drago-serpente dotato di ali. Questo essere, nelle visioni degli scrittori, assumeva forme e dimensioni ragguardevoli poiché si narrava avesse un'apertura alare di oltre 9 metri ed una lingua smisurata, la cui lunghezza era di oltre 2 metri. Per non farsi mancare nulla, l'anfittero godeva di una lunghissima coda piumata. Edward Topsell nel suo bestiario, datato agli inizi del XVII secolo, descrisse ampiamente l'anfittero (nominato Amphiptere) insieme ad una galleria incredibile di altri animali. Topsell si spinse oltre, attribuendo comportamenti leggendari ad animali reali. Secondo lo scrittore inglese, le donnole partorivano dalle orecchie, le scimmie erano terrorizzate dalle lumache e gli elefanti adoravano il sole e la luna. Tornando alle nostre amate Alpi, a Cicogna, all'interno del Parco Nazionale della Val Grande, quando un bambino non ubbidiva ai propri genitori uno di loro avanzava una tremenda minaccia:“varda ch'u vegn ul gasper”, traducibile con guarda che arriva il gasper. Stiamo parlando di un piccolo rettile in possesso di una linfa rigeneratrice poiché le ferite che subiva nei combattimenti si cicatrizzavano all'istante, non potendo dare scampo a colui che cercava d'ucciderlo. All'interno del libro Val Grande ultimo paradiso di Teresio Valsesia, è riportato una testimonianza che dovette servire a corroborare la leggenda: “si racconta che uno di Cicogna, vicenda di cento anni fa, fosse morto in tali circostanze mentre stava tornando in paese da Rovegro”. A cavallo tra la Val Grande e la Valle di Vigezzo, diverse testimonianze parlano di un rettile peloso con la testa di gatto, che assunse il nome di serpent gatt. Un incontro tra uomo e questo strano rettile, di cui ci da testimonianza sempre Valsesia, avvenne nel 1931 a Dissimo, sulle montagne vigezzine. Un uomo di nome Giocondo Balassi, cacciatore, raccontò di aver sparato ad un animale con le caratteristiche del serpent gatt sbriciolando il mostro in tantissimi piccoli brandelli, da cui nacquero all'istante decine di piccoli nuovi mostri che si erano avventati sul povero uomo procurandogli un principio d'avvelenamento. Spostandoci verso la vicina Svizzera, senza oltrepassare il confine, sulle alture di Folsogno si racconta di un altro serpente dall'aspetto mostruoso, il sarpent dla cresta, ovvero il serpente dalla cresta. Praticamente questo essere mitologico era un basilisco sui generis, poiché dotato di quattro ali e con la cresta rossa. Non però tutti i draghi e le serpi incoronate dalle leggende alpine sono rettili malefici, o hanno spaventevole aspetto. Si racconta che sulle Alpi di Vaud, nel lago di Chavonnes, vivesse un drago bianco dall'aspetto imponente. Faceva una guerra tremenda agli uccelli, ma se una bella fanciulla si avvicinava al lago, la guardavo con occhi appassionati mostrando infinita gioia nel vederla e prendeva con piacere cibo dalle mani della ragazza. Non poteva celarsi dietro la figura del drago bianco delle Alpi uno dei principi leggendari che aspettavano dall'amore una parola magica?

Fabio Casalini

Bibliografia

A. Cerinotti, Atlante dei miti dell'antica Grecia e di Roma antica, Giunti Editore 2000

M.C. Cresti, Draghi, streghe e fantasmi della Toscana. Creature immaginarie, spettri, diavoli e leggende di magia della tradizione toscana, Lucia Pugliese editore, Firenze 2012

P. Galloni, Il sacro artefice, Laterza, Bari 1998

A. Garobbio, Leggende delle Alpi Lepontine e dei Grigioni, 1969

A. Giallongo, La donna serpente. Storia di un enigma dall'antichità al XXI secolo, Edizioni Dedalo, 2012

D. Pepe, Plinio il Vecchio e l'opera d'arte: riflessioni sul metodo ecifrastico nella Naturalis historia, in Kronos numero 29 anno 2010

M. Savi Lopez, Le leggende delle Alpi, 1889

V. Spinetti, Streghe in Valtellina, Sondrio 1903

T. Valsesia, Val Grande ultimo paradiso, Alberti libraio editore, Verbania 2006


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