Il falò delle paure e il rogo di Girolamo Savonarola

Girolamo Maria Francesco Matteo Savonarola nacque a Ferrara il 21 settembre del 1452, terzogenito dei mercanti Niccolò di Michele della Savonarola e di Elena Bonacolsi, discendete della famiglia che guidò Mantova in un non lontano passato.
I Savonarola, originari di Padova, si trasferirono a Ferrara poiché il nonno Michele, autore di testi di medicina, svolgeva l'attività di medico di corte della famiglia d'Este. L'estrema religiosità del nonno influenzò il giovane l'alba della vita di Girolamo. Il padre indirizzò il ragazzo allo studio delle arti liberali, espressione con la quale s'intendeva il curriculum di studi seguito dai chierici prima di accedere all'università. Ottenuto il titolo di maestro in arti liberali decise di effettuare studi di medicina, facoltà che abbandonò a 18 anni per dedicarsi alla teologia.
Il 24 aprile 1475 decise d'abbandonare la famiglia per entrare nel convento bolognese di San Domenico. La scelta fu influenzata dalle parole di un predicatore che Girolamo udì nella chiesa di Sant'Agostino a Faenza.
Ottenuti i voti, fu inviato inizialmente nel convento di Ferrara, successivamente in quello di Reggio Emilia e infine fu nominato lettore nel convento fiorentino di San Marco. Dopo un breve soggiorno in Lombardia fece ritorno a Firenze, dove il 1 agosto del 1490 riprese le lezioni nel convento di San Marco. Le parole di Girolamo Savonarola furono interpretate da tutti gli ascoltatori come vere e proprie predicazioni. Basandosi sul tema dell'apocalisse formulò la necessità del rinnovamento e della flagellazione della Chiesa. Fra Girolamo non temette di accusare politici e prelati, filosofi e letterati, viventi e deceduti. I detrattori iniziarono ad appellarlo “il predicatore dei disperati”. Il consenso intorno alla figura di Savonarola crebbe tanto da portarlo, il 16 febbraio del 1491, a predicare dal pulpito del Duomo di Firenze e il 6 aprile le sue parole furono udite in Palazzo Vecchio.
Le prediche iniziarono a trasformarsi in ammonimenti nei confronti di politici e prelati, tanto da profetizzare sciagure e catastrofi per Firenze e l'Italia. Il Papa, Alessandro VI, ordinò alla Signoria di far tacere il Savonarola pena la confisca di tutte le sostanze che i mercanti fiorentini detenevano in paesi esteri e, come non bastasse la perdita dei beni, l'assalto delle truppe pontificie alla città placidamente adagiata sull'Arno.
I fiorentini, abbandonati dalla Francia, non avevano altro alleato, motivo che comportò l'ubbidienza al monito papale. Il 17 marzo del 1498 fu comandato a Girolamo Savonarola d'astenersi dalle predicazioni. Costui si congedò dai suoi uditori con un eloquente e ardito ragionamento.
In mezzo a questi ribollimenti il monaco Francesco della Puglia, che predicava a Santa Croce, disse in pulpito che aveva udito che il Savonarola si vantava di provare le sue dottrine con un miracolo. Frate Francesco aggiunse d'essere un peccatore e che non aveva la presunzione di sperare in un miracolo e proponeva, al rivale domenicano, d'entrare con lui in mezzo ad un rogo ardente. Frate Francesco disse che “io sono certo di perirvi, ma la carità cristiana m'insegna a dare la mia vita, se a tale prezzo posso liberare la Chiesa da un eresiarca che di già ha strascinato e strascinerà tante anime nell'eterna dannazione”.
La strana proposta fu riferita al Savonarola. Al frate domenicano l'idea di passare attraverso il fuoco non piaceva, non perché diffidasse del proprio potere d'operare miracoli ma presumeva che dietro la proposta covasse l'inganno della parte nemica. Frate Domenico da Pescia, fervido seguace del frate ferrarese, disse d'essere pronto ad assoggettarsi alla prova del fuoco in vece del maestro per confermare la verità delle parole di frate Girolamo Savonarola. Frate Domenico disse d'essere sicuro che non sarebbe servito un miracolo di Dio per salvarsi, poiché sarebbe intervenuto il maestro a favorire la sua salvezza.
Il popolo accolse con insolito ardore quella tremenda sfida. I devoti di Savonarola si rallegrarono di poter ottenere un luminoso trionfo contro Roma per il miracolo che già credevano di tenere in pugno. I nemici del frate giunto da Ferrara non erano meno contenti di poter vedere un eretico condannarsi da se alle fiamme, di cui lo credevano meritevole.
Tutta Firenze desiderava uno spettacolo così straordinario, anche i magistrati della città poiché potevano liberarsi del dubbio in cui si trovavano tra Chiesa di Roma e pensiero di Savonarola.
Il Papa scrisse il giorno 11 di aprile ai francescani di Firenze, rendendo loro grazie per lo zelo dimostrato nel difendere l'autorità della Santa Sede.
Quando Francesco della Puglia seppe che non sarebbe entrato nel fuoco purificatore con il grande eresiarca, ma con un frate qualunque, rifiutò l'idea che esso stesso aveva avanzato. Il francescano non voleva esporsi a indubitata morte se non poteva avere come compagno di sventura Frate Girolamo.
Anche i francescani non volevano essere da meno dei domenicani: due giovani frati si offrirono per la prova del fuoco in compagnia del domenicano frate Domenico da Pescia. Il primo di essi, frate Nicolò di Pilli si sentì venire meno il coraggio sin dagli istanti successivi all'inopinata nomina che esso stesso aveva avanzato. Il secondo, frate Andrea Rondinelli, stette fermo nella volontà di ardere nelle fiamme della prova. I domenicani per non essere inferiori ai francescani, si offrirono in gran numero per sostituire il maestro e il frate che per primo aveva deciso d'immolarsi nel fuoco.
Si creò una gran sommossa. La città di Firenze, invasa dai fedeli del predicatore Girolamo, era in stato confusionale. Molti si offrivano d'entrare nel fuoco accompagnando il maestro, o chi per esso, per poter godere del favore di Dio. I magistrati decisero che le fiamme avrebbero lambito le vesti di frate Andrea Rondinelli, per i francescani, e frate Domenico di Pescia, per i domenicani. Decisero altresì che la prova si sarebbe svolta il giorno 7 di aprile del 1498.
Giunse il giorno designato.
In mezzo alla piazza un palco alto 5 piedi, largo 10 e lungo 80, coperto di terra e mattoni crudi per preservarlo dall'ardore delle fiamme. Furono poste sul palco due cataste di legna. Tra le due pire correva un viale largo due piedi, poco più di mezzo metro, che andava da un capo all'altro delle cataste. I due contendenti dovevano entrare insieme ed attraversarlo in lunghezza.
I francescani si presentarono senza clamore mentre i domenicani, guidati da Savonarola con le vesti sacerdotali, seguivano il crocifisso cantando salmi con delle piccole croci rosse nelle mani. Seguivano i fedeli con le fiaccole accese.
Nelle quattro ore seguenti i domenicani non smisero di cantare e pregare, invocando l'aiuto di Dio.
I francescani, forse intimoriti dalla presenza domenicana, vollero svestire il frate della parte opponente, concedendogli delle vesti di loro gradimento. Ritenevano Savonarola uno stregone, e come tale poteva nascondere degli incantesimi negli abiti di frate Domenico di Pescia.
Quando il fuoco stava per innalzarsi, frate Girolamo consegnò il tabernacolo nelle mani di frate Domenico, affinché Dio lo proteggesse dalle fiamme. I francescani, ora probabilmente intimoriti dal rogo, gridarono all'empietà quando compresero che l'ostia consacrata poteva ardere insieme a loro.
Trascorsero le ore poiché Savonarola risultò inflessibile sull'idea di lasciare nelle mani del frate domenicano il tabernacolo.
Nel frattempo il popolo, che da ore era assiepato per assistere allo spettacolo, soffriva la fame e la sete. I fedeli iniziarono a dubitare della reale volontà di entrambi i contendenti.
La paura del fuoco aveva soggiogato le loro menti?
A spegnere ogni ardore si presentò una dirompente pioggia che bagnò la pira e gli spettatori.
La Signoria decise di accomiatare l'assemblea.
Savonarola si recò nel convento di San Marco per predicare contro i francescani, che a loro volta ammutinavano il popolo contro il predicatore.
Il giorno seguente un solo grido serpeggiava per Firenze: “Alle armi, a San Marco”.
Una plebaglia scatenata assediò il convento con armi, scuri e fiaccole.
Decisero di ardere le porte per poter entrare a catturare il grande calunniatore.
Savonarola e due frati domenicani furono tratti in arresto camminando tra due ali giubilanti di popolo minuto.
Girolamo Savonarola affronterà, suo malgrado, una prova del fuoco.
All'alba del 23 maggio, alla vigilia dell'Ascensione, Savonarola, accompagnato da Fra Silvestro e Fra Domenico, fu impiccato tra le urla della folla. Fu appiccato il fuoco alla catasta sulla quale penzolavano i corpi dei domenicani.
La legna in breve fiammeggiò, bruciando i corpi senza vita degli impiccati.

Fabio Casalini


Bibliografia

J.C. Simonde de Sismondi, Storie delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, Tipografia Elvetica 1831

P. Tamburini, Storia generale dell'inquisizione, Francesco Sanvito 1862

P. Antonetti, Savonarola, il profeta disarmato, Bur 1998


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