sabato 13 maggio 2017

Una donna Apache di nome Dilchthe

La storia della donna che vi vorrei raccontare è ambientata verso la metà del 1860.
La guerra di secessione è in corso, la situazione politica negli Stati Uniti è molto tesa. Gli stati americani si dividono fra favorevoli e contrari alla schiavitù, mentre una guerra fratricida e spietata sta fiaccando la popolazione. 
Contemporaneamente si continua l’espansione verso i territori del selvaggio west.
La conquista da parte dei coloni di questi zone inesplorate porta a inevitabili e spesso cruenti scontri con le popolazioni native, sempre più strette in territori circoscritti che spesso non soddisfano le loro esigenze in termini di libertà di spostamento e di caccia.
Il miraggio dell’oro, di facili ricchezze, di terre sconfinate a disposizione di tutti, conducono facilmente i conquistatori ad agire senza scrupoli, massacrando la popolazione dei nativi che soccombe di fronte ad eserciti più numerosi e meglio equipaggiati. Le malattie portate dai coloni fanno il resto.
In questo ambiente ostile, pieno di avversità, vive la sua vita di donna libera una Apache di nome Dilchthe.
Gli indiani Apache, “Tin-ne-ah" che significa il "Popolo", sono divisi in diverse tribù presenti in Arizona, Nuovo Messico e Texas.
Le regole all’interno della tribù sono rigidamente osservate. Al contrario di quello che molti “uomini bianchi” hanno sempre ritenuto, gli Apache sono uniti fra loro, con principi morali importanti.
L’uomo è valutato per il suo valore in battaglia e per il coraggio che dimostra nelle scorrerie. Fin da bambini i maschi sono addestrati al combattimento. Diventare un guerriero valoroso, astuto e capace di sorprendere il nemico in uno scontro, spietato e crudele se necessario, è lo scopo principale del giovane Apache. In battaglia gli Apache non conoscono pietà, collezionano gli scalpi dei loro nemici. Gli atti di violenza fini a sé stessi sono deplorati con decisione. Possedere molti cavalli o bestiame sottratti al nemico è motivo di grande prestigio, anche di fronte alle donne nel momento in cui si deve scegliere una moglie.

I capi Apache devono essere oltre che valorosi in battaglia, intelligenti, capaci nelle trattative con il nemico, in grado di proteggere la tribù nei momenti di necessità e di amministrare la vita di tutti i giorni.
Famiglia, clan o gruppo sono al centro della vita di un Apache. Le regole sociali sono rispettate rigorosamente, a pena di sanzioni severe comminate dagli anziani.
La donna Apache assume un ruolo importante nella tribù, svolgendo tutta una serie di attività faticose, che le fanno acquisire prestigio davanti agli anziani e al resto del gruppo. La sua fedeltà è indiscutibile, insieme al marito si occupa dei figli e delle loro necessità.
La famiglia è la base della tribù. 
La casa della madre costituisce il nucleo della famiglia. È la madre che comanda.
Se la famiglia è composta da figlie femmine, i mariti devono abitare nell’accampamento della suocera. 
Un Apache è unito al proprio nucleo di origine da un legame indissolubile, che dura fino alla morte. 
Così vive Dilchthe, nei pressi di Esqueda, in Messico, a sud dell’odierna Douglas, città dell’Arizona.
Fa parte del clan Warm Spings, denominati anche Chihende o Red Paint People.
Un giorno viene catturata da un gruppo di mercenari della Sonora, regione del Messico, insieme ad altre donne e agli uomini del clan, giustiziati immediatamente.
Portate a Sud-Ovest, verso il Golfo di California, le donne Apache sono vendute come schiave e imbarcate per la colonia penale di Baja Peninsula.
La vita di Dilchthe cambia completamente, la dedizione alla famiglia, la libertà del campo, le faccende quotidiane sono un ricordo, un pensiero fisso che non lascia mai la sua mente.
È una donna di mezza età, forte, tenace, una nonna. Molte delle sue compagne di sventura muoiano, lei resiste.
Insieme ad altre donne viene rivenduta e mandata a lavorare in una hacienda.
Il suo spirito indomito emerge. Lavora sodo, non si lamenta mai. Pensa alla fuga ogni giorno, pensa a come tornare dalla sua gente, a casa sua.
Ogni giorno nasconde un po’ di cibo, fa una piccola scorta, si prepara per la fuga.
Una notte le si presenta l’occasione. Libera sé stessa e molte sue compagne. 
Da quel momento comincia il suo viaggio, la sua avventura per tornare a casa.
Dilchthe guida il gruppo verso il golfo e da lì lungo la costa settentrionale iniziano una fuga che ha dell’incredibile.
Gli uomini dell’hacienda le cercano a cavallo per giorni, devono riportare indietro le schiave e dare loro una lezione. Non le trovano.
Dilchthe è una donna Apache, dentro di lei alberga l’istinto di una guerriera, la fierezza di un popolo che con astuzia vuole avere la meglio sul suo nemico. Fa perdere le loro tracce.
Riesce ad evitare le pattuglie a cavallo, con il suo gruppo di fuggiasche riesce a nascondersi nei boschi, lungo la costa, a seminare un nutrito gruppo di uomini sempre più infuriati.
I giorni passano, le provviste, anche se razionate con intelligenza, quella di chi è abituato alle ristrettezze dell’inverno e ai periodi di carestia, cominciano a scarseggiare. La fuga continua, il territorio da attraversare non è sempre amico, la fatica fa sembrare il tragitto ancora più impervio.
Le donne Apache continuano il loro cammino, dormendo di giorno e procedendo spedite la notte, al chiaro della luna.
Finiste le scorte di cibo si nutrono di ciò che trovano, insetti e piante diventano in loro pasto mentre si spostano verso nord, camminando per quasi 300 miglia.
Arrivano al loro primo vero ostacolo, il fiume Colorado. La fuga è finita? Nessuna di loro sa nuotare, le acque sono fredde e impetuose, attraversarle è morte certa.
Ma Dilchthe non si perde d’animo, spinge le sue compagne a proseguire ancora verso nord, costeggiando il fiume, fino ad arrivare al punto di confluenza con il Gila River. Sulla loro strada incontrano un vecchio messicano, che mosso a pietà da questo gruppo di donne stremate, indica loro una zona in cui è possibile guadare il fiume. 
Trovato il punto, il gruppo comincia la traversata. 
Dilchthe è davanti a tutte. La sua forza trascina le compagne in questo tentativo disperato. La tenacia degli Apache riaffiora ancora una volta. Tutte giungono salve sulla riva opposta.
Il viaggio continua, nascoste nel sottobosco riescono ad arrivare quasi a metà della strada verso casa, mantenendosi sempre sulla sponda orientale del fiume Gila, in Arizona.
Ancora strada, ancora fatica, di fronte la Yuma Valley, oltre la quale le aspetta un territorio arido ed ostile. Il caldo e la sete fiaccano ulteriormente i loro corpi già stremati, mentre lo spirito Apache le mantiene vive.
Il gruppo mostra i primi segni di cedimento, alcune vorrebbero proseguire attraverso le montagne del nord, fredde e altrettanto inospitali.
Dilchthe sa che quella non è la scelta giusta, i loro nemici le aspettano lì per catturale e ricondurle all’hacienda, lontano dal campo, devono restare lungo il fiume, quella è la scelta giusto, glielo dice il suo istinto.
Tre notti dopo aver attraversato il temuto fiume Colorado, le donne Apache vengono attaccate da un gruppo di razziatori Yuma.
Una di loro viene catturata, mentre Dilchthe e una compagna riescono a fuggire attraverso il bosco. Tutte le altre sono uccise.
Stremate ma ancora libere, le due donne camminano per altri 4 giorni lungo la riva del Gila.
Superano Maricopa Wells, vicino l’odierna Phoenix, evitano accampamenti Pima e Papago, considerati nemici degli Apache. Ancora 100 miglia e crollano, fame e sofferenze le hanno piegate a nordest dell’attuale Safford. 
Dilchthe fa un tentativo: un segnale di fumo, spera di essere vista.
La donna Apache forte, indomita, coraggiosa, guerriera, è giunta fino a li.
Incredibilmente, compare davanti a lei suo genero. Un sogno? La follia giunta a causa delle privazioni? Non è un sogno, è la realtà.
Le due donne sono a casa salve. 
Dilchthe si ricongiunge con la sua famiglia. La sua tribù la accoglie come un eroe, come un valoroso guerriero tornato dalla battaglia.
Il loro viaggio è durato 1000 miglia. 
Astuzia e abilità hanno permesso a questa coraggiosa donna Apache di percorrere un tragitto impervio e ostile, di sfuggire ai suoi inseguitori a cavallo, senza una mappa, senza cibo, senza armi, solo contando sul proprio istinto.
Il richiamo al suo clan Warm Spings è stato più forte di qualsiasi avversità.
Dilchthe è ricordata al pari dei guerrieri Apache più valorosi. La sua storia ci insegna il valore del senso di appartenenza, il valore della famiglia, l’amore per quel posto che chiamiamo casa. Tornare a casa è sempre la cosa più importante, rispondiamo a un bisogno primordiale che si chiama senso di appartenenza.


Rosella Reali



Sitografia







8 commenti:

  1. Storie del West,di terre bellissime ma inospitali, temperature proibitive. Impensabile per noi percorrere tanta strada in quelle condizioni, ma le donne Apache non erano inferiori ai propri uomini per resistenza e tenacia. Bella storia, scritta ottimamente. Ciao. Sergio

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  2. Sergio grazie due volte. Per il commento e per avermi fatto conoscere la storia di questa donna incredibile! Rosella

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  3. Rosella, questo articolo mi è piaciuto proprio, il mio preferito tra i tuoi che ho letto! Sergio ed il "suo" mondo ti hanno ottimamente ispirata... ;-)

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    1. Grazie Anna. Mi ha incuriosita molto. E chiedo sempre ispirazione. È una fonte inesauribile!!! Rosella

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  4. Il racconto di una vicenda veramente molto avvincente ma con un pecca piuttosto evidente di cui l'autrice forse non era a conoscenza. Nella descrizione si parla di guerrieri Apache che collezionavano scalpi e ci si dimenticaca che gli Apache invece non hanno mai raccolto scalpi. Peccato !!!

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    1. Buongiorno Pino. In effetti, rispetto ad altre nazioni indiane, l'usanza di strappare lo scalpo ai nemici non era particolarmente usata, non almeno in forma rituale come ad esempio per alcune tribù delle pianure. I Mescaleros addirittura temevano la reazione dei defunti e se accadeva di prendere uno scalpo il guerriero doveva quindi sottoporsi a riti di purificazione. Negli ultimi anni di guerra contro i bianchi tuttavia la pratica aumentò, così come le mutilazioni dei nemici, probabilmente per imitare i bianchi spesso dedito al commercio di scalpo indiani. L'immaginario dell'Apache che scalpa è stata anche frutto della propaganda dei media dell'epoca e della paura dei coloni.

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