lunedì 10 aprile 2017

Il massacro di Bear River

Gli uomini vanno e vengono come le onde del mare. Anche l’uomo bianco, il cui Dio cammina e parla con lui da amico a amico, non può sfuggire al destino comune. 
[ Proverbio dei Nativi americani ]

L’inverno tra il 1862 e il 1863 nel territorio Shoshone, compreso fra lo Utah settentrionale, l’Idaho sud orientale e il Wyoming, fu particolarmente difficile. I nativi in quel periodo conobbero la fame e le privazioni, forse come mai prima di allora.
La rigidità del clima, la scarsità di cibo e l’ostilità dei coloni crearono le premesse per i fatti che vi sto per raccontare.
L’America era nel pieno della guerra di secessione, tutta l’attenzione era focalizzata dalle vicende altalenanti che vedevano coinvolti l’esercito degli Stati Uniti d'America e quello degli Stati Confederati.
Una guerra fratricida senza esclusione di colpi.
I nativi americani erano sempre nel mirino dei coloni: l’espansionismo aggressivo e senza logica dei secondi andava a scontrarsi sempre più spesso con le esigenze dei primi.
I territori Shoshone erano sulla linea di passaggio dei coloni che cercavano di spostarsi verso Ovest. Ne nacquero scontri inevitabili.
Il clima di conciliazione che gli anziani delle varie tribù cercavano di instaurare non corrispondeva alla volontà dei conquistatori, interessati solo ad impossessarsi di nuovi territori e ad arrivare al Pacifico.
Gli Shoshone, il popolo serpente, era nel mezzo dell’ondata migratoria; incolpati di essere i responsabili di alcuni scontri sia con altri gruppi che con i coloni, quell’inverno si trovarono in ginocchio, stremati dalla fame e dall’ostilità dei residenti.
I più intransigenti avrebbero voluto annientarli completamente, per avere libero accesso a qualsiasi territorio, in quanto li consideravano essere inferiori e non in grado di capire il Manifest Destiny, cioè la convinzione che gli Stati Uniti d'America avessero la missione di espandersi, diffondendo la propria forma di libertà e democrazia. I sostenitori del “destino manifesto” credevano che l'espansione non fosse solo buona, ma che fosse anche ovvia ("manifesta") e inevitabile ("destino"): in parole povere la conquista del West.
L’estremizzazione di questo pensiero era rappresentata da personaggi come il Colonnello Patrick E. Connor, convinto che l’unico modo per risolvere il problema fosse distruggere i nativi con ogni mezzo.
Lui è il personaggio con la giubba blu della nostra storia.
Incidenti avvenuti lungo la frontiera dello Utah, in cui avevano trovato la morte alcuni “uomini bianchi”, avevano spinto il Governatore dello Utah, Frank Fuller, a chiedere l’intervento di un reggimento di ranger a cavallo al Ministro della Guerra, Brigham Young, a protezione delle rotte postali sotto attacco.
L’incapacità da parte dei coloni di distinguere i diversi gruppi di nativi, spinsero la popolazione ad un odio indiscriminato, rivolto anche contro agli Shoshone del nord ovest, stanziatisi lungo il Bear River nell’Idaho meridionale.
I gruppi disobbedienti agivano rubando cavalli e bestiame, spinti dalla fame e dall’esasperazione che si stava creando tra i nativi, che si vedevano sottrarre sempre più velocemente i territori che avevano abitato per secoli e su cui avevano cacciato il bisonte.
Il Colonnello Patrick E. Connor era pronto partire con 350 uomini per “punire i colpevoli”.
I soldati erano molto infervorati, disposti a sfogare tutta la loro rabbia verso un branco di selvaggi che ostacolavano la conquista delle terre dell’ovest.
Ma il freddo era talmente intenso, che ancora prima di partire circa 75 di loro furono costretti a fermarsi a Brigham City, nello Utah, a causa dei segni di congelamento che presentavano.
La milizia del Terzo Volontari della California dell’Esercito degli Stati Uniti era pronto a partire.
Il viaggio non fu affatto semplice, ma la convinzione di muoversi verso il nemico da sconfiggere scaldava il cuore dei soldati, sempre più convinti di fare la cosa giusta.
Un amico bianco degli Shoshone, a conoscenza della spedizione punitiva, aveva avvisato da qualche giorno Capo Sagwitch, uno degli anziani dell’accampamento sul Bear River, dell’arrivo delle truppe a cavallo, che sarebbero giunte in pochi giorni per fare di loro un esempio.
Capo Sagwitch non fece nulla, non fece scappare i suoi, era fermamente convinto che col dialogo tutto si sarebbe risolto. I soldati avrebbero compreso che la sua gente non aveva cattive intenzioni e che la loro volontà era quella di vivere in pace.
Mattino del 29 gennaio 1863.
Il freddo pungente avvolgeva tutto. Il cielo non era limpido.
La montagna, avvolta nella foschia, nascondeva qualcosa che si stava avvicinando.
Capo Sagwitch avvertiva il pericolo nell’aria, un brutto presentimento lo aveva pervaso. I soldati alla fine erano arrivati fino a loro, il tempo di parlare era giunto.
In fretta cominciò a svegliare tutti quelli che ancora stavano dormendo. Qualcosa non andava, gli uomini scendevano dalle montagne galoppando e urlando, brandendo i fucili, il pericolo era imminente.
Gli uomini Shoshone presero le armi, ma Capo Sagwitch invitò tutti a mantenere la calma, a non sparare per primi, tutto si sarebbe risolto. Era ancora fiducioso.
I soldati a cavallo arrivarono al campo Shoshone di Bear River.
L’incontro fra Capo Sagwitch e il Colonnello Patrick E. Connor avvenne tra le pallottole.
Il reggimento aprì il fuoco, con lo scopo di uccidere, di “massacrarli come conigli selvaggi”.
Quel giorno all’accampamento c’erano 450 fra donne, uomini e bambini. Nessuno fu risparmiato.
Le pallottole fischiavano incessantemente in ogni direzione. L’ebrezza del sangue che scorreva a fiumi pervadeva l’aria. La battaglia durò quattro ore circa.
Chi riuscì, tentò di scappare correndo attraverso le acque del fiume gelato. I sopravvissuti raccontarono momenti di terrore e di orrore.
Una donna, con in braccio il suo piccolo, cercò disperata una via di fuga. Colpita alla schiena perse il suo bimbo, che fu annegato senza pietà nel fiume.
Capo Bear Hunter, uno degli anziani del campo, fu torturato e picchiato senza pietà, preso a calci, per poi essere ucciso da un colpo di baionetta attraverso le orecchie.
Alcuni trovarono la salvezza riparandosi sotto i corpi dei morti.
Capo Sagwitch riuscì a fuggire miracolosamente. Anche uno dei suoi figli, Yeager Timbimboo, di dodici anni, riuscì a sopravvivere rifugiandosi con la nonna in un tepee d’erba. Cercando un riparo più sicuro, si nascosero fra i cadaveri, sulla terra gelata, aspettando che i soldati se ne andassero. Un tempo interminabile passò, poi il piccolo Yeager alzò la testa e si trovò di fronte la canna del fucile di un soldato. L’uomo lo guardo negli occhi, poi si voltò e se ne andò. Era pago dell’orrore che aveva vissuto.
La disparità numerica e dei mezzi di difesa ancora una volta fu schiacciante.  
Le truppe a cavallo uccisero circa 350 Shoshone, tra cui 90 donne e bambini. Alcuni storici parlano di numeri più considerevoli, ma un dato preciso non è tutt’ora possibile fornirlo.
Dopo aver terminato la carneficina, alcuni soldati decisero di completare la missione violentando le giovani donne superstiti che poi furono uccise a bastonate, come pure i loro bambini che erano in agonia per le ferite riportate. 
La cavalleria fece razzia del campo saccheggiando tutto ciò che era possibile, bruciando 75 tende indiane, rubando frumento e farina, e prendendo 175 cavalli. Alla morte si aggiunse la fame. La volontà di annientare si era compiuta.
Quel mattino furono utilizzati 55.000 proiettili (stimati). Fortunatamente il colonnello Connor non riuscì a portare nella missione i propri cannoni in quanto il terreno innevato non lo permise.
I cadaveri dei nativi furono mutilati, facendo scempio dei loro resti. Le truppe portarono soccorso ai propri feriti e presero i loro morti, circa 23, per ritornare a Camp Douglas per la sepoltura, ma lasciarono volutamente sul campo i corpi dei nativi uccisi perché lupi e corvi finissero il lavoro.
I soldati del Terzo Volontari della California dell’Esercito degli Stati Uniti si fecero beffa del popolo Shoshone.
Una volta compiuto il massacro il reggimento tornò nella foschia delle montagne da cui era venuto.
Nonostante il suo impegno nello sterminare l’intero accampamento, Connor commise un errore riguardante il tempo: solo poche settimane prima molti gruppi Shoshone si erano radunati lungo il Bear River per la Danza del Calore, tradizionale avvenimento per richiamare il caldo e scacciare il freddo.
Se fosse arrivato in quei giorni i morti sarebbero stati molti di più. Ma fortunatamente non conosceva le tradizioni dei nativi come tanto si vantava.
Il clamore per questi fatti non fu molto, l’attenzione era focalizzata sugli accadimenti della Guerra Civile.
Oggi il ricordo di quelle ore drammatiche risiede nella memoria dei discendenti Shoshone e degli storici che stanno cercando l’effettivo sito del massacro, per dare un posto nella memoria di ciascuno di noi al sacrificio di uomini, donne e bambini morti in nome dell’espansionismo ad ogni costo.
La controversia su questi territori è ancora aperta, ma questa è un’altra storia.

Rosella Reali













1 commento:

  1. Una delle pagine peggiori della Storia del West. In quel periodo gli Stati Uniti diffidavano dei Mormoni stanziati nello Utah per le loro smanie di indipendenza, sfociate in guerra vera e propria anni prima. Brigham Young avrebbe voluto risolvere il problema degli Shoshones a modo suo, fornendo loro come faceva di solito grano e derrate per l'inverno. Il Governatore invece chiamo' il Ministero della Guerra e la palla passò in mano alle truppe del 3°fanteria volontari di Connor ... e andò come andò. Buon articolo Rosella.

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